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Cambiare il mondo, amico Sancho, non è follia né utopia, ma solo giustizia.” (Miguel de Cervantes,  Don Chisciotte della Mancia)

Cari Lettori, quand’è che abbiamo la prova di aver valicato quel promontorio che ci fa lasciare alle spalle l’età della spensieratezza e ci mette di fronte alle responsabilità dell’adulto?

Forse, nel momento in cui, guardandoci intorno e notando operose formiche (gli altri che si danno da fare, insomma) intente agli affanni quotidiani, ci domandiamo, con un sottofondo di angoscia: “Come riuscirò, senza più la coperta dei miei genitori, a risolvere i problemi?”. 

Un bel po’ di notti fa (prima della “pandemia”, per intenderci), su Rai 1 Maurizio Costanzo nel suo S’è fatta notte, in compagnia di Enrico Vaime e Bruno Vespa, invitava gli Italiani a puntare sull’entusiasmo, per uscire dal tunnel della crisi.

Questo termine, entusiasmo, appunto, deriva dal Greco e significa, più o meno, essere pieni di un Dio e, quindi, divinamente ispirati per dare impeto all’azione. 

Da qui discende il fatto che, di solito, quando le troppe frustrazioni non ci opprimono, naturalmente sentiamo sgorgare quella forza che ci spinge ad andare verso qualcosa che non conosciamo ma da cui ci sentiamo attratti: da ciò, il cammino dell’Umanità.

I grandi autori della psicoanalisi, hanno indicato nel ruolo materno, sia la capacità di generare pace e tranquillità (all’interno di un simbolico lago primordiale, lontano da ogni forma di frustrazione) che la spinta a procedere (consapevolizzando le capacità intrinseche) e nella figura paterna colei che sa unire il desiderio e il rispetto della Legge.

Ecco, la Politica delle grandi rivoluzioni, avrebbe dovuto incarnare entrambe le figure, per diventare guida e faro da cui prendere spunto per il progresso dell’Umanità.

Ma…

Ragionando su alcune affermazioni di Raffaella Baritono (Docente dell’Università degli Studi di Bologna)  la Politica sembra incapace di dare risposte alle istanze provenienti dai processi di trasformazione epocali, che  stanno producendo un confronto con quello che Paul Claude Racamier, definiva “angoscia originaria” e che rende quanto mai triste la percezione dell’impoverimento collettivo e delle disuguaglianze sociali ed economiche, e aggiunge un senso pervasivo di insicurezza derivante anche da una relativamente discutibile gestione “emotiva” di questi anni di vita (2020, 2021…) che verranno ricordati come quelli “della Pandemia”.

Forse, il peggior risultato ottenuto dagli amministratori della cosa pubblica, è stato quello di averci gradualmente disumanizzato, rendendoci succubi della ricerca spasmodica di risorse economiche per provare a sopravvivere…

Ci si è spento il piacere della tutela della vita, della libertà e la ricerca della felicità.

Tre principi fondamentali (diritti inalienabili dell’Uomo) riportati nella dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America, scritta da Thomas Jefferson (giustamente riportato nell’immagine di copertina) che sono stati sostituiti dai principi “immorali” che rispondono a Globalizzazione (quella che si priva dei Valori a favore del massimo profitto, ovviamente), Mercato e Moneta.

Riflettiamo un attimo

L’essere umano si è trovato, da sempre, nella necessità di appagare delle esigenze, a cominciare da quelle indispensabili fino a tutto ciò che consente di sviluppare la propria identità, correttamente (mettendolo in condizione di capire se stesso).

Per fare ciò, si è sempre lavorato e sofferto per provare a conquistare sistemi di vita adeguati a ciò che rende gratificante il senso della propria permanenza sulla Terra.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel lontano 1946, ha definito il termine “Salute” come “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non, semplicemente, l’assenza di malattia e di infermità” 

Ma questo non bastava, perché si è scoperto essere ancora più importante il riuscire a capire cosa farsene del proprio stato di Salute: come impegnare l’esistenza, quando non ci sono emergenze. In buona sostanza.

E allora, durante la prima Conferenza Internazionale sulla Promozione della Salute, con laCarta di Ottawa del 1984, si è arrivati ad una conclusione formidabile: “Grazie ad un buon livello di salute, l’individuo e il gruppo devono essere in grado di identificare e sviluppare le proprie aspirazioni, soddisfare i propri bisogni, modificare l’ambiente e adattarvisi”

Rendendo, in questo modo, come disse William Wordsworth, “il Bambino, padre dell’Uomo”

Grandi acquisizioni che, (fin troppo) spesso, ci hanno lassciato l’amaro in bocca.

Infatti, perché l’obiettivo esistenziale possa essere raggiunto, bisogna conoscere a fondo l’essere umano e consapevolizzare realmente ciò di cui ha bisogno.

Per fare ciò, abbiamo due possibilità: chiedere se in giro ci sia qualcuno in grado di indicarci la strada giusta da percorrere, oppure cercarla da soli.

Nel secondo caso, bisogna dirigere la propria attenzione (e il meglio delle proprie capacità) nell’osservazione di quello che è giusto, distinguendolo da quanto sia, invece, scorretto, per non avere la percezione di girare a vuoto “insensatamente”.

Allora, diviene naturale ricondurre lo sguardo a tre ambiti fondamentali, per ogni consorzio definito “civile”:

La Società (che è l’insieme di tanti esseri umani);

La Morale (che consente di convivere in una dimensione di equidistanza, rispetto al positivo e al negativo);

La Politica (che rappresenta la gestione della conduzione degli esseri umani nella Società). 

Da qui la necessità di migliorare gli esseri umani, il che porta, logicamente, allo sviluppo positivo della Società attraverso una politica che tenga conto, anche, delle indicazioni morali.

La politica (come già scritto), oggettivamente, la si può immaginare come un dialogo nelle leggi sociali, che miri a creare le condizioni necessarie indispensabili, affinché i cittadini vengano messi in grado di capire come appagare ciò di cui hanno bisogno. Nel rispetto delle leggi.

Infatti, l’esperienza ci ha insegnato che non torna utile contestare e demolire. I “ricostruttori”, infatti, spesso hanno peggiorato l’opera dei predecessori…

Perchè puntare l’indice sulla politica definendola sporca ed amorale quando, la stessa, è il prodotto di un dato momento storico e il risultato di un operato molte volte scorretto di menti pensanti che la utilizzano a proprio uso e consumo?

La Politica infatti, originariamente era nata per “disciplinare gli ordinamenti umani” , come sosteneva il grande Filottete, per cui avrebbe dovuto essere al servizio dell’intera Umanità al fine di migliorarne la qualità della vita.

“La Politica è determinata da grandi uomini e da grandi menti al servizio degli uomini e della loro libertà”: questo era il pensiero di Astianatte.

A questo punto una riflessione è doverosa: se è così facile puntare il dito o sparare nel mucchio, altrettanto non lo è guardarsi dentro per capire quanto si sia contribuito e quanto si sia responsabili al persistere di una situazione così, apparentemente, frustrante!

Ci siamo mai domandati quale sia stato il nostro contributo per provare a cambiare le cose, partendo dalle “piccole” cose?

Perché, ad esempio, abbiamo smesso di interessarci alle Scuole di Pensiero che formavano le menti alla Politica (e “per” la Politica), così tanto presenti nei tempi  antichi?

Eppure, a differenza del passato, quello che la Scuola, oggi, è in grado di offrire, esprime potenzialmente “germi” che contaminano l’interiorità di adolescenti e di adulti, rendendola più profonda…

Quando si pensa a scuole di formazione, il pensiero corre a quegli enti (accreditati o meno) che, molto spesso, cercano, per sopravvivere, di aggiudicarsi appalti finanziati con lo scopo di realizzare corsi di qualifica o di aggiornamento per consulenti di cui la Società (e il “Dio” mercato) non sente affatto il bisogno!

Ma, come si può parlare di idee nuove, se queste sono figlie del vecchio che, seppur sotto vesti diverse, si ripropone?

“Il contadino ara sempre lo stesso terreno ed incontra sempre le stesse difficoltà perché utilizza sempre gli stessi strumenti….ma non è colpevole perché non ne conosce altri”. Così scriveva Charles Willson Peale ai primi del ’700 in Inghilterra in piena rivoluzione industriale.

E allora?

Bisognerebbe fornire strumenti diversi e più efficienti per ricavare, dallo stesso terreno, un prodotto migliore. Il terreno potrebbe rappresentare l’essere umano, gli strumenti la formazione corretta, il prodotto… perchè no… il politico adeguato e onesto. 

Soprattutto con se stesso.

Per far si che, ciascuno di noi, possa con convinzione far proprio quel motto di Martin Lutero, che l’amico Enzo Ferraro mi ha ricordato: “Anche se sapessi che la fine del mondo è per domani, io andrei ancora oggi a piantare un albero di mele.

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

Ringrazio mio Fratello Mariano per le sagge Lezioni di Filosofia (che mi hanno aiutato non poco nella stesura di questo editoriale) e l’Amico Amedeo Occhiuto per gli ottimi spunti di riflessione

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