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Anche nelle proprie disgrazie occorre comportarsi in modo da concedere al dolore solo quanto la natura richiede, non quanto le convenzioni; molti infatti versano lacrime per ostentazione e hanno gli occhi asciutti ogni volta che manca il pubblico, poiché giudicano vergognoso non piangere quando lo fanno tutti: tanto profondamente si è consolidato questo vizio, quello di dipendere dall’opinione altrui, che diventa finzione anche un sentimento tra i più naturali, il dolore. (Seneca, La tranquillità dell’animo)

Un pugno. Un colpo inferto con la mano chiusa e le dita ripiegate per infliggere colpi dalla massima efficacia. Espressione di offesa ma, anche di difesa, tutte le volte che si serrano le dita quando fa freddo, o si ha una forte paura…

Riflettendo su altri miei scritti riguardanti il giorno della memoria, ho vissuto non pochi momenti conflittuali, fortemente convinto, infatti, della scarsa utilità di celebrare qualcosa che, in un modo o nell’altro si ripete, in qualche angolo del mondo, senza sosta. Tanto, non cambia niente! 

Un pugno. Personalmente ne ho tirati pochi, in termini assoluti. Ma tanti, in una ristretta unità di tempo. C’è il trucco, però: per quattro anni (dal 1978 al 1981), sono stato un pugile. E questo incide non poco.

Perché, noi esseri umani, litighiamo? Qual è il motivo per cui non riusciamo a collaborare e condividere? Da dove viene, quello strano dolore che ci porta a seguire il motto del “tanto peggio, tanto meglio”?

Oltre quello che ci hanno spiegato i padri della psicanalisi, forse ha proprio ragione Eraclito quando sostiene che, siccome tutto scorre e gli opposti si attraggono, è proprio dal movimento e dagli scontri che ne conseguono, che nasce la vita.

D’altronde, la fisica moderna studia il fenomeno in base al quale è dimostrato che, a furia di collidere, da particelle note, con la loro annichilazione, ne nascono altre, anche di quelle nuove, proprio mai viste! 

“Ma ti sembra possibile che prendano i bambini e li portino nelle camere a gas? E magari li bruciano anche nei forni. E poi ci fanno il sapone. E i bottoni. Guarda qua, questo è il mio amico Ruggero, che è diventato una fibbia” (Roberto Benigni – La vita è bella).

Come dimenticare la scena finale di quel toccante spaccato della Società europea all’epoca della seconda guerra mondiale, quando il Mondo, o una buona parte di esso, ha tollerato e, in alcuni casi, incentivato l’ascesa al potere e il dilagare di un individuo che si chiamava Adolf Hitler (magari con la segreta speranza che riuscisse, al contrario di Napoleone Bonaparte, a destabilizzare una volta per tutte l’impero delle Russie)?

Un carro armato alleato entra in ciò che resta di un campo di stermino in cui, un piccolo eroe disarmante e armato solo del suo ingenuo ottimismo (interpretato, appunto da Roberto Benigni) salva il figlio dall’orrore facendogli credere che è tutto un gioco e che, alla fine, il vincitore si aggiudicherà, appunto il mezzo blindato.

Il 27 gennaio 1945, verso mezzogiorno, le truppe sovietiche dell’Armata Rossa, nel corso dell’offensiva in direzione di Berlino arrivarono presso la città polacca di Oswiecim (nota con il nome tedesco di Auschwitz), scoprendo il suo tristemente famoso campo di concentramento e liberandone i pochi superstiti.

La scoperta di questo orribile posto e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono per intero e, per la prima volta, al mondo, l’orrore del genocidio nazista: una verità che ancora ferisce e grida l’orrore dell’Olocausto. Con una legge pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 177 del 31 luglio 2000 la Repubblica italiana, come altri stati europei (fra cui la Germania e la Gran Bretagna), riconosce il 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, come “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte e affinché simili eventi non possano mai più ripetersi.

Un pugno, uno di quelli che ti sorprendono al mento e ti concedono di vedere, mentre scivoli giù a provare la polvere del tappeto, pipistrelli che ti irridono e coccodrilli che suonano il sax. Perché,  I più grandi dolori sono quelli di cui noi stessi siamo la causa” (Sofocle)

In realtà i Sovietici erano già arrivati precedentemente a liberare dei campi, Chelmno, e Belzec, ma questi campi detti più comunemente di “annientamento” erano vere e proprie fabbriche di morte dove i prigionieri e i deportati venivano immediatamente gasati, salvando solo pochi “sonderkommando” (unità speciali di deportati, obbligati a collaborare nel processo di sterminio dei loro stessi correligionari, durante le operazioni di rimozione dei corpi dalle camere a gas e quelle successive di cremazione).

Il lavoro creativo è sospeso tra la memoria e l’oblio” (Jorge Luis Borges).

Tuttavia l’apertura dei cancelli ad Auschwitz, dove 10-12 giorni prima i Nazisti si erano rovinosamente ritirati portando con se in una “marcia della morte” tutti i prigionieri abili, molti dei quali morirono durante la marcia stessa, mostrò al mondo non solo molti testimoni della tragedia, ma anche gli strumenti di tortura e di annientamento del lager (anche se è doveroso dire che due dei forni crematori situati in Birkenau I e II furono distrutti nell’autunno del 1944).

L’obiettivo della memoria, in neurologia, è quello di poter stabilire chi siamo, sul piano storico dichiarativo e, nel mondo della psicologia del profondo, la possibilità di rievocare contestualizzazioni in grado di risolvere l’angoscia: comunque lo si voglia considerare, consente (sempre e comunque) di utilizzare l’esperienza acquisita mediante il meccanismo dell’apprendimento.

Ci si aspetterebbe il diniego assoluto di ogni coscienza civile, circa la possibilità del reiterarsi di simili esperienze. Purtroppo, la storia contemporanea ci insegna che, l’essere umano, a volte utilizza il peggio di quanto gli antenati hanno tramandato nella risoluzione dei problemi interpersonali. La moltitudine di campi profughi e le condizioni disumane in cui versano gli occupanti stanno lì, testimoni di un tempo che non è andato di pari passo all’evoluzione sociale.

È molto più facile chiedere rabbiosamente una sintonia totale con il genitore (o con il Passato) che non sopportare il rapporto imperfetto che in realtà è sempre stato. Noi continuiamo a chiedere testardamente una riparazione, sperando contro ogni speranza che il rapporto con i nostri genitori (o con i nostri errori) si risani; sperando di ottenere quella resa senza parole alla persona amata che non abbiamo mai vissuto, o di raggiungere con coloro che ci hanno deluso un tipo di rapporto dove essi non ci deluderanno più. Ma, alla base di questi comportamenti, c’è sempre il desiderio di cambiare l’altro, mai se stessi.” (Mark Epstein)

Un pugno, l’ultimo, di quelli che ti prendono quando, con le spalle alle corde aspetti solo di “essere contato” dall’arbitro perché finisca lo strazio e che, invece, magicamente ti rilanciano al centro del ring, con l’avversario che ti concede un’altra chance. L’onore delle armi.

Nel 2012, ho avuto l’opportunità di accompagnare per una intera giornata un anziano Rabbino, Rav Moshe Lazar, in occasione di una emozionante celebrazione della memoria in quel piccolo “presepe” che è Cerchiara di Calabria.

Mi ha colpito, più di ogni altro elemento, un aneddoto da lui riportato e che, da medico, ancora oggi non può lasciarmi indifferente: Una signora, al suo decimo parto, viene redarguita dal proprio ginecologo e diffidata dall’intraprendere ulteriori gravidanze. “Troppi figli. Ora basta!” Il giorno dopo, l’illustre luminare, durante il solito giro di controllo mattutino, trova, nella stanza della puerpera, l’intero gruppo familiare, a fare da corona ad una madre così coraggiosa. “Medico, questi non sono soltanto miei figli, no! Questo è Mario, il più grande, dal folto ciuffo nero; questo è Antonio ed ha delle bellissime lentiggini; questo è Andrea, dagli splendidi occhi azzurri; questo è Dario, il più forte di tutti; questo è Sasha, e mi fa tenerezza con la sua erre moscia; poi c’è Maria, dai riccioli biondi; Valentina col suo bel nasino; Martina, con le treccine; Rita, che da grande farà la ballerina e, infine, l’ultima, la Rosa del mio cuore. Loro non sono soltanto numeri… sono tante gioie, uniche e irripetibili. Medico, dimmi: tu, a chi avresti rinunciato?”

Cari Lettori, mi è stato detto che, da piccolo, a scuola, quando non riuscivo a risolvere i problemi di matematica, mi tiravo dei pugni in testa, forse per spremermi le meningi.

Beh, credo che dovremmo smetterla di scontrarci gli uni con gli altri. È arrivato il momento di ricordarci che, Eraclito, ha spiegato l’esistenza di un ragionamento logico (un logos, appunto) sottostante al continuo mutamento: un’armonia profonda che governa in modo oscuro e inconoscibile la perenne dialettica fra i contrari, che provoca il divenire perpetuo degli enti sensibili.

Lo scontro, se proprio deve esserci, è bene che avvenga in noi, per generare quella necessaria e salutare crisi interiore che ci farà diventare migliori. Necessariamente. 

Cattivo come adesso, non lo sono stato mai. E, quando mezzanotte viene, se davvero mi vuoi bene, pensami mezz’ora almeno e, dal pugno chiuso, una carezza nascerà. (Adriano Celentano – Una carezza in un pugno)

Giorgio Marchese – Direttore La Strad@

Ringrazio ancora, a distanza di 9 anni da allora, il Rav Moshe Lazar che, con la sua  “dignitosa” e “umile” partecipazione, mi ha ricordato che, nonostante la mia presunzione di considerarmi un “Uomo” solo, simile a un Dio sono, in realtà, “Soltanto” un uomo. In mezzo agli altri!

Un abbraccio affettuoso anche ad Amedeo Occhiuto per la certosina ricerca degli  aforismi proposti

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