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Caro dottore, come è triste essere vuoti di dentro.  Fuori c’è tanta musica, tanta aria da respirare e l’immobilità del cuore è la cosa più arida e inumana che esista.” (Lettere al dottor G – Alda Merini)

Cari Lettori, fin da adolescente mi ha colpito in particolar modo l’immagine di Paolo Villaggio nelle sua rappresentazione del “tragico” Fantozzi.

A distanza di anni, ho capito che oltre a riconoscere, nella sua maschera, l’emblema della considerazione che si ha dell’essere umano da parte di chi dovrebbe tutelarne i diritti, c’è il rivedere noi stessi, nella parte più vulnerabile: quella, mnemonica, del bambino vilipeso dalla fretta e dalla mentalità degli adulti.

E quindi, attraverso una sorta di identificazione proiettiva, si odia o si ama questa sorta di metafora del mondo nevrotico (o, peggio, al confine con le psicosi “più spinte”) in cui la meritocrazia non è contemplata e la burocrazia regna incontrastata che opprime continuamente senza concedere, però, il colpo di grazia.

Preferisce, infatti che si resti in vita, per poter continuare a spremere.

Dall’inizio della pandemia da SARS COV 2, abbiamo imparato ad osservare e considerare i presidi ospedalieri come un miraggio in quel deserto nel quale si ha paura di morire di sete.

Eppure…

Uno studio americano pubblicato qualche tempo fa (in momenti lontani da emergenze come quella che stiamo vivendo), spiegava che i rumori ospedalieri interferiscono con il processo di guarigione dei pazienti e che una buona qualità di sonno aiuta a stare meglio. Gli infermieri (eseguendo un preciso protocollo) svegliano i pazienti alle sei, di routine, per la misurazione della pressione e della febbre. Riaddormentarsi, dopo, non è affatto facile.

E finisce che si resta svegli, senza avere null’altro da fare, se non il malato!

Notizie come questa, fanno venire in mente quello a cui siamo sottoposti, quotidianamente e che ci mette nelle condizioni di sentirci né più né meno, della carne da macello: vessazioni, oppressioni fiscali e moralimalcostume e malgoverno, assenza di diritti, mancanza di educazione e di sensibilità, avvelenamento di quello che respiriamo, beviamo o mangiamo solo perché qualcuno trova conveniente smaltire le scorie industriali senza le corrette procedure e qualcun altro ritiene divertente incendiare i boschi…

E aggiungiamoci le speculazioni finanche sui generi primari, pur in momenti di così grave calamità

“È così grande la malvagità del mondo, che devi consumarti le gambe a forza di correre per evitare che te le freghino”(Bertol Brecht).

Tutto ciò, autorizza a concludere che la considerazione che si ha del cittadino è quella in base a cui, o siamo produttivi, per poter essere spremuti (all’occorrenza), o siamo un peso… ed è meglio che moriamo per non essere un costo (viste le continue e inutili razionalizzazioni di spesa).

“Ciò che tutti apparentemente temiamo, affetti da depressione da dipendenza o meno  (in piena luce del giorno o tormentati da allucinazioni notturne)  è l’abbandono, l’esclusione, l’essere respinti, banditi, ripudiati, abbandonati, spogliati di ciò che siamo, il vederci rifiutare ciò che vogliamo essere. Temiamo che ci vengano negati compagnia, amore, aiuto. Temiamo di venir gettati tra i rifiuti.”  (Zygmunt Bauman)

Come ho avuto modo di scrivere ne “Il prezzo della vita” una parte della psicoanalisi (a partire dal padre fondatore, Sigmund Freud) ha spiegato che l’essere umano manca di un programma istintuale capace di orientare la sua esistenza nel Mondo. E proprio su questo “difetto” che  prende corpo il programma dell’Inconscio.

In pratica, l’esigenza di muoversi un ambiente sconosciuto, porta a costruire strategia di risoluzione, attingendo al grande serbatoio di quell’Inconscio collettivo di Junghiana memoria

Ma siamo realmente liberi nel decidere i nostri percorsi di vita?

In linea di massima, la risposta potrebbe essere affermativa nel senso che basterebbe poter scegliere ciò che più piace e verso cui ci sentiamo più “legati”. Nella realtà dei fatti, qualunque attività decidiamo di intraprendere, dovremo sopportare dei costi pur traendone dei vantaggi.

Quali potrebbero essere questi costi?

Innanzitutto, il tempo da dedicare per prepararci ad affrontare una determinata professione; poi, le difficoltà da affrontare per inserirsi in un circuito lavorativo dignitoso; inoltre, c’è da considerare le frustrazioni con cui, inevitabilmente, ci si scontra durante un percorso occupazionale; infine, non si può trascurare la necessità di sapersi barcamenare tra il tempo da dedicare al lavoro e quello da utilizzare per dare alla propria vita una dimensione di completezza ed equilibrio (affetti, amicizie, tempo libero, miglioramento personale, etc.)

E inoltre, cos’altro dobbiamo patire?

Un amico mi ha segnalato un interessante film, Concursante (traducibile in italiano in “Il concorrente”) scritto e diretto da Rodrigo Cortes, all’esordio nella regia di un lungometraggio. La pellicola, del lontano 2007 (mai distribuita nel circuito Italiano), descrive la storia di Martín Circo, professore di Storia dell’economia che, avendo vinto un quiz in materie economiche, inizia una vita di lusso ma scopre. ben presto, quali siano i costi reali della ricchezza. Questo lavoro tocca numerosi temi di economia, dal punto di vista delle teorie del complotto del “Signoraggio” (in cui si sostiene che, le attività istituzionali di emissione e di gestione di una moneta e il reddito prodotto, da parte delle Banche Centrali, sarebbero svolte, in realtà, a danno dei cittadini, a favore di una trama di vari poteri oscuri e occulti)

Cari Lettori, giusto per capire quello che intendo dire, di seguito riporto il dialogo forse più significativo dell’intera opera…

Cosa vuole?”

Voglio sapere”

Partiamo con esempi di facile comprensione. Io ho delle galline e lei un orto di pomodori. Se io voglio pomodori e lei, invece, uova, risolviamo con uno scambio”

Un uovo per un pomodoro”

Così era all’inizio. Ma, alle volte i suoi pomodori erano buoni e alle volte no o, magari, volevo un cavallo non sapendo quante uova servissero in cambio. Ma se usiamo come riferimento, per esempio, un po’ di oro…

Lo useremo per fare una tabella di conversione. Se una dozzina di uova vale quanto una pepita d’oro e un cavallo vale 100 pepite, allora servirebbero?”

100 dozzine di uova…”

Facile, vero? L’oro diventa, così, una moneta di scambio. Per semplificare”.

Infatti, non si può comprare un cavallo con delle uova!”

Quindi, si cambiano le uova con monete… ed è risolto. Questo è il primo passo, tutto resta più o meno uguale. Ma, a quel punto ci serve l’oro per comprare tutto quello che non produciamo direttamente: latte, carne, vestiti, utensili… La persona che ideato il sistema, ha un posto dove conserva l’oro che noi possiamo ottenere. La Banca Centrale. Lui è chiaramente un altruista: non vende l’oro, lo presta. Per esempio, mi dà 10 monete d’oro in prestito per 12 mesi. Mi chiede, logicamente, un piccolo interesse: diciamo, un 10%. Siccome lui rischia il suo oro mentre io non rischio nulla, logicamente gli servirà una garanzia nel caso io non rispettassi l’accordo. Nel suo caso, se vorrà dell’oro, dovrà ipotecare il suo orto ottenendo il prestito di 10 monete. In cambio delle sue carote?”

Non credo”

No, infatti. Queste rimarranno a lei per poter continuare il suo commercio. Dovrà solo restituire 11 monete, alla sua banca, entro 1 anno. Le 10 che le hanno prestato, più l’interesse. Come farà?”

Possiedo l’orto, potrò vendere i miei prodotti!”

Lei ha un anno di tempo, se non mantiene l’impegno, la Banca prenderà il suo orto. Tutto chiaro? Non c’è problema!”

Qual è il problema?”

Supponiamo che la Banca possieda un totale di 100 monete d’oro… Ecco, questa è la quantità di monete che esistono. Non una di più. Oltre a lei, però, esistono altre 9 persone che necessitano di denaro in prestito. Quindi avremo 10 monete, in prestito, per un totale di 100 monete… si è perso qualche passaggio?”

No…”

Il Banchiere ci ha dato tutto il suo oro, con assoluta generosità… in cambio di un semplice 10%. In sostanza in cambio di una moneta a persona…”

Però…”

Esatto, esiste un però! 11 monete a testa sono 110 monete. Ma, in tutto, in circolazione esistono soltanto 100 monete. Come si fa? A questo punto, la Banca, ci chiederà di pagare solo la rata di interessi e non la quota capitale. E noi restiamo, quindi, con 9 monete. Prosegua lei!”

Ma se restiamo solo con 9 monete, come faremo a pagarne 11?”

Esatto!. Quindi, ripetendo l’operazione per 10 anni di seguito, alla fine non avremo più i soldi neanche per pagare l’interesse. La Banca avrà, a quel punto, recuperato tutto l’oro che ci aveva prestato mentre noi resteremo senza liquidità perchè quel denaro, semplicemente, non esisterà più! Quindi, perderemo tutto quello che avevamo dato in garanzia. E noi, resteremo schiavi della Banca. Per Nulla in cambio di NULLA!”

Ora, il discorso un po’ troppo semplificato, potrebbe continuare attraverso la contrazione di nuovi prestiti o l’emissione di nuova valuta (con conseguente svalutazione e, quindi, perdita di valore) oppure, con l’aumento del lavoro personale, a detrimento della qualità della propria vita. 

A quel punto, forse, si sarà riusciti a restituire il debito (oltre agli interessi) ma senza raggiungere l’obiettivo di partenza: un Futuro migliore. Qualcuno ci avrà illuso, rubandoci i Sogni, le Speranze il Tempo e la Vita!

L’uomo è vittima di un ambiente  che non tien conto  della sua anima (C. Bukowski)

Qualche anno fa, una giovane trentenne, mi ha espresso la sua frustrazione circa la consapevolizzazione che, la propria generazione, non avesse più alcuna speranza di realizzarsi in un lavoro e non potesse, di conseguenza, garantire alcunché ai propri figli (per chi avesse il coraggio di averne, ovviamente, a queste condizioni).

Questo ragionamento, purtroppo, è crudo e corretto e, per giunta, aggravato dalle incertezze del particolare momento storico.

Mi sento di rispondere, tuttavia, che molto dipende dalle scelte operate in ambito di programmazione. In una Società matura, molti dei piani occupazionali e didattici offerti, diventano un’occasione per contribuire all’evoluzione collettiva. Nel mare in cui ritroviamo a nuotare, a pochi interessa migliorarsi (e molti di meno si applicheranno per provarci) e qualcuno è incuriosito dalla “manutenzione programmata” o “preventiva”

E il resto?

Ricorre alle riparazioni, quando il danno si appalesato. Ed è per questo, forse, che (virus a parte) gli studi medici, sono sempre affollati.

Il mondo che abbiamo creato è il prodotto del nostro pensiero. E dunque non può cambiare, se prima non modifichiamo il nostro modo di pensare.( A. Einstein)

Ho avuto modo di descrivere, in un apposito editoriale, l’epopea del salmone. In pratica, questo pesce, dai fiumi scende fino al mare per diventare forte abbastanza per risalire nuovamente i fiumi, in un lungo e faticoso viaggio controcorrente, e andare a deporre le uova in acque fredde e basse, in mezzo ad una ghiaia ben ossigenata. Al termine di ciò, esaurito il suo compito ed essere scampato ad aggressioni di vario genere (pescatori, orsi bruni, ostacoli naturali di ogni tipo, etc.) si avvia a morire.
Questo, nonostante le apparenze, è legato ad un programma che va oltre l’interesse del singolo, pur considerando, quest’ultimo, di primaria importanza. Il salmone, infatti, serve da nutrimento per la “catena” che incontra sulla propria strada, da elemento riproduttore (indispensabile per il mantenimento della specie) e da fertilizzante, durante la decomposizione (perché porta elementi fondamentali, acquisiti in mare, che garantiscono il proliferare di specie vegetali che si trovano lungo le acque di fiumi, povere di azoto, fosforo, etc.).

E anche per noi, in fondo, dovrebbe essere così.

Ognuno di noi, infatti, cammina verso un progetto specifico (molte volte condizionato da interventi esterni) che lo porta a recitare sul palcoscenico della vita in maniera da crescere, lavorare, avere dei figli, aiutarli a diventare adulti, a cercare un lavoro e quindi… la storia si ripete di generazione in generazione.

Il nostro problema nasce nel momento in cui, a differenza di altre specie animali, siamo in grado di porci la domanda: “Che senso ha, tutto ciò, su questa Terra?”

Ma, per tornare all’inizio di questo editoriale, Paolo Villaggio ci ha dimostrato che il Ragionier Ugo Fantozzi resiste senza perdere, comunque, la fiducia in circostanze più favorevoli.

Cari Lettori, né più né meno del messaggio trasmesso dall’immagine di copertina: un bambino con la speranza del “volo”, nonostante la pioggia.

Se è vero che le condizioni sono, comunque, sempre il risultato di una azione fatta di vari momenti di “presente” (Il Presente del Passato, attraverso la Memoria; il Presente del Futuro, mediante Intuizione e Speranza; Il Presente del Presente, grazie all’Azione di fatti concreti), allora…

“È meglio perdersi sulla strada di un viaggio impossibile che non partire mai” (Giorgio Faletti).

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

Un particolare ringraziamento ad Amedeo Occhiuto per gli ottimi spunti di riflessione e per la segnalazione del film “Concursante”

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