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Cari Lettori, ho iniziato questo lavoro, che sottopongo alla vostra attenzione, il 25 Aprile 2020, un momento particolarmente simbolico: il giorno in cui si festeggiava la liberazione da ogni oppressione, a confronto con lo stato d’animo angoscioso della possibile resa di fronte a un nemico virale, insidioso e invisibile.

A distanza di centonovanta giorni (quattromilacinquecentosessanta ore) da allora, stiamo vivendo un momento paradossalmente ancora più problematico pur se, in apparenza, meno pericoloso.

Si, perché, se ad Aprile lo stato d’animo prevalente era quello di voler vincere una guerra di trincea nella quale alcuni eroi (personale sanitario in primis) si frapponevano fra noi e il pericolo, adesso somigliamo (per alcuni aspetti) a ciò che restava dell’esercito Italiano all’indomani del famoso otto settembre 1943.

Allora, era scomparso un regime, si era eclissato un monarca, si era braccati da coloro che, fino al giorno prima, avevamo scelto come nostri alleati di belligeranza e si era guardati con fastidio e sospetto, dai nemici “del giorno prima”. Il tutto, in mezzo a devastazione, fame e miseria, senza più alcun senso dello Stato.

Adesso, la percezione (vera o falsa che sia) è quella di uno Stato in difficoltà, ostaggio di intestine lotte politiche e di speculazioni che non si sono mai attenuate, di confusione e contraddizione nell’organizzazione operativa (fra Stato, Regioni e Comuni) e nella trasmissione dei dati scientifici relativi alla pandemia e, soprattutto, di paura di essere abbandonati di fronte ad eventuali esigenze sanitarie (per ospedali non più in grado di accogliere) e di angoscia per le difficoltà economico finanziarie (vista l’oggettiva difficoltà a portare avanti le proprie occupazioni).

Mi è sembrato opportuno, quindi, ritornare sul tema mantenendo il titolo di LIBERTA’: IL VIRUS NON CI UCCIDERA’.

Vorrei sgombrare il campo da equivoci

Non intendo propugnare idee di rivolta e non sono un negazionista.

Il mio invito è, semmai, quello di “aprire gli occhi” (e la mente) e sgombrare la mente da paure che, già da sole, sono sufficienti ad attivare ogni tipo di “effetto nocebo” capace di metterci nelle condizioni dei personaggi descritti da Giovanni Verga ne “I Malavoglia” che, stanchi e avviliti, metaforicamente abbassavano il capo per farsi sommergere più velocemente dalle onde del mare.

L’immagine di copertina riporta un gabbiano con le ali spalancate.

Questo uccello costiero ha, da sempre,  per i marinai un grandissimo significato: la sua apparizione nel cielo, infatti, significa essere vicini alla terraferma, ovvero alla dimora a cui si fa ritorno dopo una pericolosa giornata in mare aperto.

Nel simbolismo psichico si può associare il gabbiano alla libertà di spiccare il volo nella nostra esistenza e la capacità di vivere responsabilmente ogni nostra azione. L’immagine di un gabbiano che plana nei cieli azzurri è legata psichicamente ad una sensazione di libertà e di spazio immenso. Attraverso l’immagine del gabbiano ci si sente immersi nell’intimità della vita.

L’interpretazione del sogno di un gabbiano che vola libero, si collega al bisogno di trovare un equilibrio tra quello che si sta vivendo e una sorta di maggiore “leggerezza”.  Il gabbiano, infatti, cammina sulla terra ma si innalza nel cielo.

E, in ultimo, il gabbiano Jonathan Livingstone (di R.Bach) compie un viaggio dentro di sè per comprendere il senso della sua vita,  passando dalla semplice osservazione di tutto quello che lo circonda fino ad arrivare a comprendere la sua più profonda natura di essere vivente.

Egli imparò a volare e non si rammaricava per il prezzo che aveva dovuto pagare; scoprì che erano la noia, la paura e la rabbia a rendere così breve la vita di un gabbiano. (Richard Bach)

“Ti prego parlami, non ti fermare anche se gli altri ci guardano. Non c’è niente di male se prendo un po’ di te, se prendi un po’ di me, in questa strana atmosfera… Serena. Sono nato a Napoli, perciò mi piace il mare, sotto il segno dei pesci ma non riesco più a navigare, perché ho mal di te, ho solo mal di te, in questa strana atmosfera… Serena Questa sera di luglio il cielo è pieno di stelle e i tuoi occhi scrivono una canzone sulla mia pelle… Che cosa non darei… Fermare adesso tutto. Che cosa non farei per dire che ti sento… Perché ho mal di te. Ho solo mal di te” (Pino Daniele)

La mattina del 9 settembre 2004 la produttrice della CBS News MARY MAPES riteneva di poter assistere al risultato di un grande lavoro giornalistico (svolto in equipe) frutto di un requisito fondamentale: la libertà di informazione. Nella fattispecie, l’inchiesta verteva sulla scoperta che l’allora Presidente GW. Bush Junior non aveva svolto, quasi per nulla, il proprio dovere di pilota della Guardia Nazionale dell’Aeronautica del Texas dal 1968 al 1974 e che, quindi, l’essere stato inserito in quel “ruolo”, gli era servito per evitare di essere inviato nella guerra del Vietnam. 

Riteneva, appunto.

Perchè, quello che è successo, dopo la messa in onda dello “speciale” ha portato ad una sorta di processo di incriminazione nei suoi confronti e di quelli dell’anchorman Dan Rather che,oltre a demolire l’intero costrutto del loro lavoro (ridicolizzandolo) ha portato alla loro espulsione dall’emittente televisiva.

Il film Truth – Il prezzo della verità uscito, nel 2016, nelle sale cinematografiche (con protagonisti, Cate Blanchette e l’inossidabile Robert Redford) propone l’adattamento cinematografico delle memorie della giornalista Mary Mapes (appunto) intitolate Truth and Duty: The Press, the President and the Privilege of Power (Verità e dovere: la Stampa, il Presidente e il privilegio del Potere)

A volte, la malvagità del mondo ti appare così grande che arrivi a concludere, che devi consumarti le gambe a forza di correre, per evitare che te le freghino”(Bertol Brecht).

Cari Lettori, Non so voi ma, io, sono arrivato (da molto prima di questa “tragica” pandemia) alla conclusione che, in molte zone del Pianeta la considerazione che si ha del cittadino è quella in base a cui, o siamo produttivi, per poter essere spremuti (all’occorrenza), o siamo un peso…

…ed è meglio, quindi, che togliamo il disturbo morendo,  per non essere un costo sul piano del Welfare

L’essenziale di una buona Aristocrazia è che essa non si avverta come funzione (sia della regalità che della comunità), bensì come senso e come suprema giustificazione di queste; è necessario che accolga, perciò, con tranquilla coscienza, il sacrificio di innumerevoli esseri umani che, per amor suo, devono essere spinti in basso e diminuiti fino a divenire uomini incompleti, schiavi, strumenti… la Società non può esistere per amore della Società ma come impalcatura su cui, una specie prescelta di individui, è in grado di innalzarsi al suo compito superiore e, soprattutto, a un essere superiore, a somiglianza di quelle piante rampicanti che avvinghiano tenacemente una quercia così a lungo da riuscire a dischiudere (alta su di essa anche se su di essa appoggiata) la loro corolla e a mettere, così, in mostra, la loro felicità” (Friedrich Nietzsche – Al di là del bene e del male).

Attraverso studi di Storia, ho scoperto (ed ho avuto modo di scriverlo, più di una volta) che, fin dall’epoca degli antichi Greci e Romani (2° – 4° secolo D.C.) i rappresentanti di alcuni movimenti filosofici, religiosi ed esoterici (come, ad esempio, lo gnosticismo) si consideravano stranieri, in un Mondo creato e governato da Potenze oscure (dipendenti da un “comparto divino” ad esse superiore), sentendo in loro, la scintilla della Sapienza (che non proveniva dai fabbricatori di questo mondo, ma dal Pleroma, il mondo superiore). Si riteneva, quindi, che gli umani potessero essere racchiusi in tre categorie: gli Ilici (incapaci di controllare le proprie emozioni e in grado, solo, di appagare i bisogni più infimi), gli Psichici (capaci di dominare i bassi istinti ma, non di esserne completamente liberi) e gli Pneumatici (che posseggono il seme della Sapienza e sono predestinati a ricongiungersi col Mondo divino superiore).

Freud li avrebbe classificati, rispettivamente, come:

  • Dipendenti dalle pulsioni dell’ES
  • Schiavi del SUPER IO
  • Individui con un “IO” sufficientemente sviluppato

Lo psichiatra Otto Kernberg, li avrebbe categorizzati seguendo la classificazione psicodinamica  (resta da capire, ovviamente, in che ordine…):

  • Nevrotici
  • Borderline
  • Psicotici

Il mio mentore Giovanni Russo li avrebbe definiti come Esseri Umani “avvinghiati” a Fasi Transitorie di Immaturità, ciascuno (a modo suo) alla disperata ricerca di ricontattare gli immensi potenziali di cui siamo dotati con, al tempo stesso, l’angoscia di “sentire” l’Immenso senza poterlo “Esprimere” in maniera compiuta o, quanto meno, adeguata.

Comunque sia…

Ancora oggi, si presume che esista un (relativamente) ristretto gruppo di oligarchi che, partendo dall’assunto prima esposto, hanno, come obiettivo, quello del ritorno ad una sorta di medioevo dell’umanità, in cui pochi comandano e, i più, ritornano ad essere schiavi.

E, infatti, dopo la trasformazione della classe contadina e il dissolvimento del mondo operaio (rispetto a come lo conoscevamo fino agli anni settanta), il nuovo bersaglio da affossare, è diventata la cosiddetta “classe media” che, infatti, al pari di chi sta messo peggio, sulla scala sociale, perde potere d’acquisto e viene privata, gradualmente, di ogni forma di assistenza sociale. Il tutto, per ottenere, una divisione sempre più netta fra chi comanda e chi subisce. Dando la possibilità agli “ Psichici” (collocabili, presumibilmente nella middle class) che si stabilisce essere utili, di “elevarsi” al rango superiore.

Dopo questo (comunque troppo lungo) periodo di “quarantena sine die” pandemica, la situazione sarà ulteriormente scombussolata verso il peggio…

Partendo dalla definizione dei dizionari della lingua italiana, secondo cui il termine “libertà” equivale alla “Condizione di chi è libero di pensare ed agire in piena autonomia”, proviamo a domandarci, in questo particolare periodo storico: 

Ma cos’è la libertà?

“Ho cercato la libertà, più che la potenza, e questa solo perché, in parte, assecondava la prima” (Marguerite Yourcenar). 

Libertà, trae la sua radice etimologica dal latino ed equivale alla condizione di fare ciò che piace e che fa star bene. Quando possiamo affermare, di riuscire a determinare una simile e, paradossalmente semplice condizione esistenziale? Con molta probabilità, ogni volta che siamo stati in grado di capire la Natura per poterne seguire le regole. Forse non è indispensabile scoprire il posto che occupiamo, in quella scala gerarchica che governa l’Universoper potere, disciplinatamente, evitare disastri e contribuire al benessere di ogni forma vivente.

Però, è vero che, se non conosciamo noi stessi, è inutile (e controproducente) provare a conoscere il Mondo. 

Ciascuno di noi è, in verità, un’immagine del grande gabbiano, un’infinita idea di libertà senza limiti. (Richard Bach)

L’umanità ha subìto, sulla propria pelle, tutti i limiti e la fatica di un processo evolutivo (non ancora terminato) che ha prodotto, accanto a validi risultati, anche grandi privazioni di libertà relative. Però, con molta probabilità, è stata la Società industriale, con l’introduzione della catena di montaggio (per produrre, alla svelta, sempre più oggetti mettendo insieme le singole parti) a portare a considerarci come un agglomerato di pezzi, senza più quella forza “divina”, in grado di animarci e di condurci, in maniera sensata, per tutto l’arco esistenziale.

Forse è da allora che abbiamo barattato la libertà, per puro egoismo materialistico… e abbiamo perso considerazione di noi, alla ricerca di un profitto senza valore. Come, può, infatti, essere importante qualcosa (ad esempio, il potere o il denaro) che ci priva della libertà e del tempo di poter curare valori come: famiglia, ricerca del senso della vita, amicizia, solidarietà, etc.?

Date valore alla vostra libertà, o la perderete è questo che ci insegna la Storia (Richard Stallman).

Parafrasando un concetto di Elio Vittorini nel suo libro “Uomini e no”, potremmo dire che la conoscenza dei requisiti per lo sviluppo e la maturazione della Società, rappresenta un patrimonio che non è dell’uno soltanto ma dell’uno e di tutti; “un tale inestimabile valore deve costituire un momento di unità fra tutti, un’occasione di stare insieme, vivere insieme (ognuno nel rispetto dell’altrui spazio vitale), insieme lavorare e credere nell’avvenire”.

Chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza non merita né la libertà né la sicurezza. (Benjamin Franklin)

Ogni anno, in Italia, si celebra l’anniversario del 25 Aprile, una delle festività civili della Repubblica italiana, quella in cui si ricorda la fine dell’occupazione tedesca in Italia, del regime fascista e della Seconda guerra mondiale, simbolicamente concordata, appunto, per il 25 aprile 1945. La data venne stabilita ufficialmente nel 1949 e fu scelta, convenzionalmente, perché fu il giorno della liberazione da parte dei partigiani delle città di Milano e Torino (città “simbolo”, oggi, forse ancor più di allora, sul piano dell’aggressione da parte del “nemico”) ma la guerra continuò per qualche giorno ancora, fino ai primi giorni di maggio.

E, parimenti, OGGI l’auspicio è quello di vedere gli “Umani” finalmente liberi da quella paura del “contagio” che li ha visti costretti a rinchiudersi, come topi in trappola…

Questa festa annuale è, chiaramente e simbolicamente, festa di liberazione. Dopo la lunga dissertazione fin qui sostenuta, sembrerebbe che, la Libertà sia una condizione veramente effimera, come quella proposta da Henry Ford senior quando invitava a comperare la Ford Modello “T” (quella di Stanlio ed Ollio, per intenderci) di qualsiasi colore la si desiderasse, purchè NERA!

Cari Lettori, la nostra fortuna consiste nel dover rispondere (per Leggi di Natura e della Fisiologia Umana) a quel groviglio psiconeurologico che sta, nella nostra teca cranica, in uno spazio compreso fra la corteccia cerebrale, il Talamo, l’ipotalamo e la formazione reticolare mesencefalica e che, in pratica, trasforma l’inconsapevole in Consapevolizzazione di esistere determinando, di fatto, la nostra COSCIENZA.

Ci imprigioneranno, ci multeranno, prenderanno le nostre proprietà? Non potranno mai toglierci il rispetto di noi stessi, se non saremo noi a dargli questa opportunità! Io vi sto chiedendo di combattere… di combattere contro la rabbia: non di provocarla! Noi, non vibreremo un solo colpo ma, ai loro colpi, non ci sottrarremo e, attraverso il nostro dolore noi gli faremo vedere la loro ingiustizia. E, questo porterà dolore, come lo porta ogni battaglia ma, non possiamo perdere! Loro, possono torturare le mie carni, rompere le mie ossa… possono anche uccidermi! Allora, potranno avere il mio cadavere. Non la mia obbedienza! (Gandhi)

È nel lavoro certosino che ciascuno di noi è chiamato a fare, per una sana crescita interiore, che si costruiscono i presupposti per ciò che ci rende liberi… e felici di esserlo come, già spiegò, Carlo Pisacane, riuscendo a diventare un mentore (come mi ha spiegato l’amico Davide Parrotta) per gli emissari di Benjamin Franklin che, in questo modo, contribuirono alla stesura della dichiarazione d’indipendenza americana, in cui fu stabilito che “a tutti gli uomini è riconosciuto il diritto alla vita, alla libertà, e al perseguimento della felicità”.

Da una stazione, non si partirà mai, per la libertà! (Otto von Bismark)

“Dispiace tanto per quelle persone che per patologie di altro genere o per paura di entrare in contatto con qualche contagiato, tarderanno o non faranno in tempo ad accedere alle cure…È un vero peccato per quante vite lasciate incustodite in questo momento…Se ci soffermiamo un attimo è questa la sconfitta di tutto il comparto civico. Di ciascuno di noi” (Christian Coppolino, infermiere ospedaliero)

Se vogliamo, questa amara considerazione del mio amico Christian, esprime il vero dramma e la possibile capitolazione del genere umano: il Fratello che diventa un potenziale Nemico, veicolo di contagio. E, colui che si ritrova a contato col virus, finisce all’indice della famosa Colonna Infame di Manzoniana memoria. In questo lungo periodo di forte condizionamento pandemico, pur con la consapevole paura di “cadere sul campo”, non ho inteso sottrarmi ai doveri che il ruolo e le competenze mi hanno “imposto” sul piano Etico e Morale. Ma c’era e continua a “guidarmi”, in realtà, una forza interiore che prevale su tutte e che dà senso alla vita di ogni “uomo (e, ovviamente, donna) qualunque”: la capacità di promanare quel senso di protezione all’ombra del quale può crescere ogni nuova generazione.

Tra bufalo e locomotiva  la differenza salta agli occhi: la locomotiva ha la strada  segnata, il bufalo può scartare di lato e cadere. Questo decise la sorte del bufalo, l’0avvenire dei miei baffi e il mio mestiere (Francesco de Gregori – Bufalo Bill)

Evviva la LIBERTA’. Buona Vita a TUTTI

“Sono uno qualunque… sono sempre stato uno qualunque. Che, però, si è sempre dato da fare tanto e non ha mai chiesto niente. Due cose sono sempre state certe nella mia vita: il lavoro e la morte.

E ne ho fatti un sacco, di lavori! Tutti onesti. Tutti in nero.

Il primo è stato il muratore: lì, pensavo di costruire la mia Dignità!

Poi, il calzolaio: e, lì, l’ho calpestata…

Poi, l’aiutante pizzaiolo: e, allora, l’ho condita con un po’ di insoddisfazione…

E siccome c’ero, ho fatto anche il cameriere; per servirla sul piatto al migliore offerente;

E, infine, ho fatto l’idraulico: per scaricarla, definitivamente, nel ce…ntro commerciale…

E lì che, una volta alla settimana, andavo con la mia famiglia: moglie e figlia. E, mentre loro si andavano a fare la fila dalla mascotte, io ero al supermercato. In fila per i biscotti. Ovviamente quelli in offerta. I biscotti economici…

Questi sono più buoni… ‘a papà!

La pasta economica…

Questa è più buona… ‘ a papà!

La Nutella economica…

Questa è più…

No! Non è vero! Ma la prendo lo stesso: una cioccolata qualunque alla nocciola. Per uno qualunque

Conosco tutti gli sconti a memoria: avrei potuto lavorare anche là dentro che, forse sarebbe stato meglio!

Qualche settimana fa, il mio capo mi ha detto che saremmo andati in quarantena per qualche giorno…

Io ho pensato che, ad occhio e croce, un paio di settimane sarei riuscito a tirare avanti

Poi, le due settimane sono passate… e a me è rimasta solo la croce

Due cose erano certe nella mia vita: il lavoro e la morte

E, adesso, c’è solo la morte. Una morte qualunque. Va bene lo stesso.

Sto per uscire… arriva mia moglie col pacco alimentare… mi sorride… mi vergogno: meritava di più!

Ma sono uno qualunque

Mia figlia prende un pacco di pasta… mi guarda e dice: questa è più buona, papà!

Trattengo a stento le lacrime sforzando un sorriso con gli occhi

No!, Non sono uno qualunque. Sono un papà!

Il suo!

Stringo i denti: il Virus non mi ammazzerà!”

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

Un ringraziamento a Daniele Ciniglio per l’ottimo spunto di riflessione e un complimento per la sua magistrale interpretazione.

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