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“Politica? No grazie. C’è chi scommette, quasi come future in borsa, sulla tenuta della salute di un avversario. Poi c’è chi, da alleato o addirittura da amico/a, trama con i poteri forti per demolire i tuoi progetti. Poi ci sono gli ex amici di cordata che si svendono al neo potere in carica come baldracche dell’Antica Roma. Che schifo. Meglio la solitudine. Meglio la mia squadra del cuore, la mia economia dell’innovazione e la forza di sognare. Nonostante tutto”.

Cari Lettori, ho avuto modo di meditare su questa amara considerazione postata in una piazza virtuale da un amico (docente universitario ed economista) col quale, più di 40 anni fa (soprattutto alla fine del periodo estivo, in fase di bilanci esistenziali), parlavamo spesso di come avremmo potuto contribuire a migliorare i fatti di quel Mondo nel quale stavamo iniziando ad investire i nostri sogni e le nostre speranze.

Partivamo, fra l’altro, dal concetto di Aldo Carotenuto per cui, le emozioni più violente e i conflitti più difficili da sostenere sono legati alla dimensione relazionale.

Sostanzialmente, l’altro, chi ci sta di fronte (e che ci suscita delle reazioni emotive, positive o negative) ci consegnerebbe al “dolore” per il semplice fatto che, solo attraverso di lui, saremmo indotti a rivedere (come in uno specchio) noi stessi.

E quindi concludevamo che Il mistero del nostro “Io” più profondo, sarebbe stato in gran parte racchiuso nella potenzialità di un incontro dialettico.

“La cosa seccante di questo Mondo è, che, gli imbecilli sono sicuri di sé, mentre le persone intelligenti, sono piene di dubbi!” (Bertrand Russel).

Come in un impietoso confronto fra le vecchie foto e la propria immagine attuale, ho ripensato a ciò che è rimasto della presunzione di onnipotenza adolescenziale e mi è tornato alla memoria il contenuto di una formativa lettura di quel periodo…

Un giorno senza tempo, in un luogo senza collocazione geografica precisa, gli animali di una “Fattoria padronale” maltrattati e sfruttati dal signor Jones (il proprietario terriero), vengono a conoscenza del sogno di un vecchio e saggio maiale, in cui gli animali sono liberi dal giogo del padrone e artefici del proprio destino. 

Vecchio Maggiore (il maiale in questione) spiega, chiaramente, che il loro vero nemico è l’uomo, l’unico animale che consumi senza produrre, arrivando a formulare una particolare massima di vita ( “Tutto ciò che ha quattro gambe o ali è buono, tutto ciò che ha due gambe è cattivo”)e a riproporre un canto di lotta della sua gioventù, profetizzante la liberazione degli animali, in un tempo futuro.

Il signor Jones, ridotto ormai ad un alcolista, trascura sempre più la fattoria fino a quando, ormai stufi, gli animali sfondano i recinti per andare a cibarsi da soli, mentre Jones e gli altri uomini si scagliano contro di loro.

A quel punto, come se ci fosse un accordo preordinato, gli animali iniziano a combattere contro gli umani, conquistando la fattoria, che diventa di loro esclusiva proprietà, e ribattezzandola Fattoria degli animali.

Ben presto, tuttavia, emerge tra loro una nuova classe di sfruttatori costituita dai maiali: gli stessi che avevano incitato il “popolo” a liberarsi dall’oppressore.

Essi, con la loro astuzia, il loro egoismo e la loro cupidigia, si impongono in modo prepotente e tirannico sugli altri animali più ingenui e semplici.

In questa nuova razza padrona, il potere, all’inizio, si concentra nella mani dei due più spregiudicati: Napoleon e Palla di Neve. Ben presto, però, Napoleon si circonda di un gruppo di cani che trasforma in milizie pretoriane, al proprio servizio.

In questo modo, esautora Palla di Neve e fa “sparire” chi non si mostra d’accordo con le sue idee dittatoriali.

Con una politica particolarmente demagogica, il nuovo tiranno fa ricadere tutte le responsabilità repressive sull’antagonista (in realtà esiliato in segreto) e attribuisce a sé, ogni merito. Accade una cosa simile, ad esempio, per il fallimentare progetto di costruzione del mulino: il crollo dell’edificio viene fatto passare come un atto terroristico di Palla di Neve!

Napoleon, nel tempo, tradisce anche i suoi più fervidi sostenitori, come il cavallo Gondrano, che invia (con l’inganno) al macello, quando non è più utile ai suoi progetti.

Gli ideali di uguaglianza e fraternità proclamati al tempo della rivoluzione sono traditi da un unico comandamento che si sostituisce a tutti gli altri: “Tutti gli animali sono uguali ma, alcuni, sono più uguali degli altri”.

“È come quando c’è chi crede di essere felice andando a vivere da qualche altra parte, ma poi impara che non è così che funziona. Ovunque tu vada, porti te stesso con te” (Cit.)

Spinto da un sacro fuoco di Libertà, al tempo apprezzavo qualsiasi suggerimento bibliografico che esprimesse la contestazione al “Tiranno”.

La fattoria degli animali, romanzo satirico di George Orwell (terminato nel 1943), che intende essere un’allegoria del totalitarismo sovietico del periodo staliniano (ma che può estendersi ad ogni periodo di qualsiasi aggregazione cosiddetta “democratica”) mi incuriosiva molto.

Orwell racconta che, dopo aver cacciato il padrone, gli animali decidono di dividere il risultato del loro lavoro seguendo il principio marxista “Da ognuno, secondo le proprie capacità… ad ognuno, secondo i propri bisogni”.

Il loro sogno utopico verrà disperso in una triste illusione perché, alcuni di loro (i maiali) pur essendo stati gli ideatori della “rivoluzione”, prendono il controllo della fattoria, diventando sempre più simili all’uomo, finché persino il loro aspetto diventerà “antropomorfo”.

Bisogna amarla veramente molto l’umanità… Perché gli uomini, presi uno per uno, sono proprio insopportabili! (Cesare Botero da “Il portaborse”)

Cari lettori, l’esperienza ci ha insegnato che, chiunque si cimenti in quella gestione della cosa pubblica, che si chiama Politica, finirà, inevitabilmente come il Napoleon della “Fattoria”. 

Che bello sarebbe, se gli uomini saggi gestissero, anche, il potere. Già… ma quale saggio, accetterebbe di essere un uomo di potere?

Allo stesso tempo, chi sarà gestito, “per delega” (e non conta se per voto o per nomina dall’alto) non potrà, nel tempo, non restare deluso, demotivandosi all’interno di uno svilimento della dignità, che lo porterà a protestare in maniera tanto eclatante (chiari esempi, anche i suicidi di questi tristi tempi) quanto purtroppo, inutile. 

“Taci? Fai bene. Perché a voi, la parola, l’ha tolta la storia!” (Cesare Botero da “Il portaborse).

La particolarità del tutto, consiste nel fatto che, non conta rivestire il ruolo di Caino o di Abele: si sarà sempre (armati o disarmati) l’uno contro l’altro!

D’altronde, i tanti scandali che, di tanto in tanto, si affacciano alla ribalta delle cronache e le “perle” cinematografiche come, ad esempio, il Portaborse (film del 1991 con Nanni Moretti e Silvio Orlando) ci avrebbero dovuto, da tempo, abituare all’idea che “Solo chi ha fede in se stesso, può essere fedele agli altri” (cit.).

Potrebbero, le cose, andare diversamente?

Partendo dal pensiero di Herman Hesse, che la vita ha tanto senso quanto noi stessi siamo in grado di darle, vale l’assunto in base a cui nessuno nasce con un destino tracciato ma inconsapevolmente, (dal momento della sua venuta al mondo) prova ad “ascoltare” i messaggi che provengono da quella sorta di inconscio collettivo che trova vita (da quanto sappiamo) nell’energia condensata e ordinata del patrimonio genetico e, sulla base delle informazioni ricevute (capaci di fornire indicazioni su come sopravvivere nell’ambiente in cui ci si muoverà ma sovrastate dal “disturbo” dei condizionamenti familiari e sociali), prova ad inventarsi un percorso  che, immancabilmente, lo riporterà al “campo base” da cui tutti proveniamo.

Un po’ come le tartarughe di mare che, uscendo dalle uova deposte sotto la sabbia, tentano la via del ritorno ai flutti salini.

Siccome “fatti non fummo per viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza” (Divina Commedia – Inferno – Canto 26°), saremo spinti a realizzare, fin da bambini e in ogni nostra manifestazione comportamentale, quello che, ai nostri occhi, dovrà essere un’opera d’arte.

Noi nasciamo, infatti, senza la percezione di essere parte di un “tutto” ma credendo di “essere” il “tutto”.

Dipenderà dalla capacità, dalla disponibilità e dalla maturità dei genitori, metterci in condizione di capire e accettare di non potere essere “IL” ma, più naturalmente, “UN”, dovendoci conquistare, giorno dopo giorno, il nostro posto nel mondo.

Ma se il genitore più a noi vicino, non ci trasmette l’importanza delle frustrazioni positive e costruttive, continueremo a crescere anagraficamente custodendo, dentro, la pretesa di mantenerci al centro dell’attenzione.

E, qui, entra in gioco la necessità di acquisire e gestire il Potere, per continuare a rivivere le sensazioni del narcisismo primario di quando, da bimbi piccoli piccoli, tutto ci era concesso.

Ma, come dice qualcuno, il problema di molti esseri umani, è che pochi sono stati educati ad assumersi la responsabilità della propria vita. Rari, infatti, sono coloro che decidono di comprendere i meccanismi interiori, affrontando le proprie luci e le proprie. La maggior parte si convince che è importante il dolore e affermare la propria presenza su valori effimeri.

La verità è che siamo profondamente immaturi. E non c’è da meravigliarsi più di tanto.

Rispetto al passato, siamo più evoluti ma molto meno disinibiti e lontani dal freno dei valori morali. Siccome non siamo, ancora, all’altezza della situazione, finiamo col combinare, per lo più, pasticci.

“L’avvenire ci tormenta, il passato ci trattiene, il presente ci sfugge” (Gustave Flaubert)

“…le creature di fuori guardavano dal maiale all’uomo, dall’uomo al maiale e, ancora, dal maiale all’uomo… ma già era loro impossibile, distinguere fra i due”. Con questo sarcasmo, Orwell, nel suo “La fattoria degli animali”, sottolinea l’utopia della democrazia. Per lui, infatti, nessun uomo riuscirà mai a debellare il desiderio di potere.

È questo, il nostro destino?

Personalmente, mi trovo a condividere il seguente pensiero di Rita Levi Montalcini: “C’è una difficoltà nel rendersi conto che il nostro comportamento sia molto complesso e che, il cervello, sia fatto di tante componenti. E c’è una difficoltà nel vedere in ogni catastrofe la possibilità di un rovesciamento. Forse io sono un’innata ottimista… ma penso che ci sia sempre qualcosa che ci salva”.

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

Un ringraziamento agli amici Geppino de Rose per l’interessante spunto di riflessione e Amedeo Occhiuto per il suggerimento degli aforismi

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