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“Dio mio, non ho quasi mai creduto in te, ma ti ho sempre amato…”

Una volta superato il crinale che segna la linea di demarcazione fra la gioventù e la (relativa) maturità, ho smesso di osservare il Cielo cercando la Stella di riferimento e mi sono ritrovato a non sapere dove guardare nelle notti senza Luna.

Ho imparato che, gli uomini, sono come il Mare (dal quale, in fondo, deriviamo tutti): un azzurro capovolto che riflette il Cielo; sognano di volare… ma non è vero. 

Aristarco è stato il primo a capire che siamo semplicemente abitanti “ordinari” dell’Universo e non, come si era voluto immaginare fino ad allora (300 anni prima che mandassi tuo figlio Gesù), esseri speciali convinti dal fatto di vivere al centro di tutto. 

Però, caro Dio, se è vero che siamo pulviscolo che si nobilita e si disfa per riattivare, come lievito madre, nuovi fermenti… è difficile accettare che la vita sia solo dolore, anche se la sofferenza è fondamentale per dar vita a qualsiasi movimento come risultato della risoluzione di una crisi interiore. 

Forse, mio Signore, noi ti serviamo per dare origine a una storia di cui, tu, hai costruito la scenografia, assegnato le parti e stabilito le regole… ma di cui non hai chiaro il finale.

Beh, a questo proposito, volevo dirti che la vita è di più: è sorpresa, è invenzione, è fantasia. 

“Se non avessi visto il sole, avrei sopportato l’ombra. Ma la luce, ha reso il mio deserto ancora più selvaggio”. (Emily Dickinson)

Come non molti, ho avuto il coraggio di andare oltre gli ambiti suggeriti dal comune buonsenso e sono salito sul treno delle opportunità costringendolo, così credevo, a fermarsi alla mia stazione. Spesso, paradossalmente, triste perché ho imparato qualcosa nella vita che, se dovessi spiegare, non riuscirei a trasformare le idee in parole chiare e comprensibili.

Mio Dio, perchè il Dolore è quella voragine in cui aleggiano strappi di sogni infranti?

Dicono che tu sia in grado di parlarci attraverso l’ascolto e l’osservazione delle Leggi di Natura. E io ci provo, Signore, col timore di trovarmi nella stessa condizione dei pesci rossi che, all’interno di una vasca con le pareti curve, finiscono con l’avere una visione distorta della realtà.

E in effetti, Signore, come facciamo, noi umani, ad escludere dispercezioni legate alla presenza di una sorta di enorme lente che potrebbe essere, che so, il limite della materia di fronte all’antimateria o alla materia oscura?

Ad ogni modo, mi è stato insegnato che, essendo a tua immagine e somiglianza siamo, in un certo qual modo, costituiti della stesa materia di cui sono fatti i sogni. E allora, mio Signore, chiudo gli occhi e cerco, in me, la matrice profonda del tuo messaggio.

Tu non sei il solo al Mondo in questa ricerca per cui, non t’affliggere, figliolo, se non hai risposto alla domanda che ti è stata fatta quando non ascoltavi. Ama gli uomini, e saprai capirli. Abbi ancora pazienza: osserva, ascolta. E cerca”.

Gli Uomini, Signore?

Quella, continua, attesa e disperata rabbia di copiare il Cielo, con la dannata voglia di rompere qualunque cosa che non sia di loro possesso?

Come fiori schiacciati in una pagina del libro dell’Universo. E se ci avessi dimenticati così?”

Caro Creatore dell’Universo, l’orgoglio di un Padre, in fondo, è una forma di egoismo, una specie di narcisismo. Per esperienza (anche tramandata) so che si è felici per gli obiettivi che raggiunge un figlio, perchè sono il risultato di insegnamenti, principi, regole, dispensate per una vita.

E, a questo punto, scusa ma ho bisogno di chiederti: in fondo in fondo, tu cosa hai fatto per noi? Non hai mai detto direttamente (tranne ad uno, un certo Mosè, ammesso che sia vero…) ciò che pensavi fosse giusto o che non lo fosse.

Non abbiamo mai avuto la certezza che tu ci abbia mai trasferito la tua visione della vita.

E, per tornare al sottoscritto, non mi sembra che mi abbia mai abbracciato apertamente quando sentivo di averne bisogno… eppure, dovresti saperlo, noi umani non preghiamo per ottenere qualcosa di impossibile (perchè lo sappiamo che l’Universo non si può stravolgere per farci piacere!) ma per essere, semplicemente, ascoltati…

Ci hai insegnato che la Vita, quella che chiamiamo Vita, è l’intervallo fra un amore infranto e riunito; o riunito e infranto. E, il ricordo, diventa la Pena. 

Bene, non so se ti sei reso conto che ci hai messo nella condizione di quei bambini che aspettano, con angoscia, il momento che qualcuno vada a spegner loro la luce o di quegli uccelli che, dopo lo sparo, sono in grado di contare, con consapevole angoscia, il tempo che gli resta da vivere…

Qualcuno potrebbe accusarmi di blasfemia ma, tu, sai bene che, questo, significa usare le parole come conseguenza delle idee.

La Natura è un continuo divenire e nessun aratro si ferma, per un uomo che muore. Nel mentre, l’uomo che hai voluto tu, parla di tutto… e parla di tutto come se la conoscenza di tutto, consistesse, tutta, in lui.

Mah, meno male che tutto è come i fiumi: opera dei declivi.

Tu che hai fatto il cielo e le milioni di stelle non è che, per caso, hai creato tutto ciò solo come sfoggio della tua potenza e della tua esistenza? No, perchè, vedi, in questo caso ti risponderei che, il problema non è che tu ci sia o meno: il problema è sapere da quale parte stai, quando lasci che avvenga ciò che di più brutto possa cadere sotto la nostra attenzione. Perchè, se la tua filosofia (come io credo) è quella di rimanere indifferente (forse per non determinare favoritismi) allora, per favore, che non mi si venga a dire che, quando la mia vita non sarà più la mia, io sarò perso nella tua luce sublime, per ringraziarti, francamente, non so di cosa o perchè!

Caro Dio, come ha scritto Ungaretti, abbiamo la consistenza lieve delle foglie e ci teniamo per mano “la notte” per non morire da soli, quando il vento dell’autunno ci investe.

Ecco, se proprio devo dirtelo, mi piacerebbe che tu trascorressi le tue serate a massaggiare le spalle di noi umani, indolenzite sotto il peso del mondo. Quel Mondo che, non dimentichiamolo, hai voluto tu. E, già che ci sono, vorrei tanto (da bimbo solo, quale sono stato) che tu allietassi il tempo dell’abbandono perchè, come sai, “Lontano vuol dire che, domani non torno. Lontano vuol dire, sempre un altro giorno…”

La terra trema, come tu certamente saprai, è un film neorealistico del 1948 nel quale, Luchino Visconti ha descritto la breve, effimera parabola di chi si oppone all’andamento delle cose, lì, dove l’ingiustizia trionfa. Ed è da lì, che nasce, come Giovanni Verga insegna, la voglia di inginocchiarsi, per essere travolto, più velocemente, dall’onda di quel mare che, con la risacca, ripiana e riparte. Come una sorta di reset.

Faccio a pugni con te, poi ti vengo a cercare… e chiedimi perdono per come sono, perchè, è così che mi hai voluto tu! (Francesco de Gregori – Ti leggo nel pensiero)

Ma io, mio Dio, cresciuto all’ombra del vecchio West e dei suoi valori, trovo normale vender cara la pelle e ti saluto affettuosamente. Però, non prima di un’ultima considerazione: Abbiamo mai litigato, francamente, noi due? Mai, forse; ma è altrettanto vero che non ci siamo presi per mano. O, forse si. Però, sempre meno di quanto ne avrei avuto bisogno.

Caro Dio, vorrei concludere con le riflessioni donatemi tanto tempo fa da un sensibile maestro di raffinata cultura che, rispettosamente, ho sempre chiamato (alla Napoletana) ‘on Peppino (al secolo, Giuseppe Chiaia):

“Eppure, si vive nella speranza di un cambiamento radicale che possa far rivivere un nuovo Rinascimento, nonostante il ripetersi amorfo delle stagioni e la selvaggia cementificazione delle città, i cui grotteschi e biechi palazzi riescono a nasconderci anche le notti stellate, né la rana concilia i nostri sonni col suo ritmato gracidio, perché anche il fiume trasporta stanche acque morte. Ma se la speranza ” fugge i sepolcri” – come canta il Foscolo – pur tuttavia essa ci appartiene come la primavera che ritorna dopo l’effimera notte dell’inverno; e la storia dell’umanità ci insegna che, quantunque sommersi dal buio della violenza, pur tuttavia verrà la tenue ginestra a colorare e far rivivere i fianchi del Vulcano, speranza di vita dell’ultimo Leopardi, o come ci conforta la saggezza popolare del grande Eduardo con la chiosa finale di una sua commedia …a da passà ‘a nuttata “.

Ti ho conosciuto, dolore, in una notte di inverno; una di quelle notti che assomigliano a un giorno. Ma, in mezzo alle stelle invisibili e spente, io sono un uomo e, tu, non sei un cazzo di niente! (Roberto Vecchioni)

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

Il lavoro di stesura di questo editoriale, è iniziato nel lontano 28 agosto 2016. Sono trascorsi quasi 4 anni da allora e, le stesse considerazioni, sgorgano in maniera più pacata ma, sempre, coerentemente determinata.

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