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Non abbiamo tanto bisogno dell’aiuto degli altri, quanto della certezza del loro aiuto”. (Epicuro).

Non di rado, vista la professione che svolgo, mi capita di frequentare gli algidi ambienti in cui dolore e antisepsi si mischiano continuamente, dal momento che vengono definiti “Pronto Soccorso”. Ogni volta (ed in questo periodo, in particolar modo) non posso fare a meno di notare che, più dell’80% delle persone che richiedono assistenza, presentano sintomatologie a carico dell’apparato cardiorespiratorio.

E, se ci soffermiamo a riflettere un attimo, la preoccupazione più grande, quella che ha reso così tristemente famoso il Sars Cov 2 (responsabile di COVID – 19) è stata (e continua ad essere) la paura di morire per non riuscire più a respirare.

Ad ognuno di noi, per quanto strano possa sembrare, è stata concessa la possibilità di usufruire di una personale macchina del Tempo…

Infatti, grazie alla nostra Memoria, possiamo tornare indietro fino ai momenti più ancestrali (quanto meno sotto forma di emozioni e stati d’animo) della vita intrauterina. E, siccome una delle prime concrete percezioni di morte è consistita nella sensazione di non poter più respirare (nel momento in cui, durante la gravidanza, la placenta ha malfunzionato e, soprattutto, nel frangente del taglio del cordone ombelicale, alla nascita) ecco che, ogni volta che ci troviamo di fronte ad emozioni forti (positive o negative), proviamo la sensazione di restare senza fiato e col cuore che pare fermarsi.

È incredibile come il dolore dell’anima non venga capito. Se ti becchi una pallottola o una scheggia si mettono subito a strillare “Presto barellieri, il plasma!”; se ti rompi una gamba te la ingessano; se hai la gola infiammata ti danno le medicine. Se hai il cuore a pezzi e sei così disperato che non ti riesce di aprir bocca, invece, non se ne accorgono neanche. Eppure il dolore dell’anima è una malattia molto più grave della gamba rotta e della gola infiammata, le sue ferite sono assai più profonde e pericolose di quelle procurate da una pallottola o da una scheggia. Sono ferite che non guariscono, quelle, ferite che ad ogni pretesto ricominciano a sanguinare. (Oriana Fallaci)

A distanza di anni, non posso dimenticare una donna di età indefinita che, mestamente, giaceva seduta su una carrozzina in attesa del proprio turno, all’interno di un Ospedale.

Mi avvicino.

“Qual è il suo problema?”

“Un’oppressione al petto che mi toglie il respiro… un senso di angoscia, la paura della morte!”

“Siamo tutti un po’ troppo soli. È questo, il nostro problema di cuore…”

Due occhi neri mi aprono le porte di un tempio disadorno, impolverato e mal frequentato. Una lacrima conferma la fredda verità.

Quando ero poco più che adolescente, mi colpivano molto i versi di una canzone di Lucio Dalla:” Cosa sarà che fa crescere gli alberi e la felicità e cosa fa morire a vent’anni anche se vivi fino a cento?”.

A distanza di tempo, in quella successione di istanti in cui si sono svolti gli eventi della mia vita, scopro di aver fatto, di quella domanda, lo scopo della professione e, in fondo, della mia stessa esistenza.

Il Mito di Sisifo

Gli antichi Greci raccontavano qualcosa che mi ha fatto tornare in mente quanto ho avuto modo di scrivere ne L’epopea del Salmone

In pratica Sisifo, figlio di Eolo (Re dei venti), avendo mostrato presunzione e arroganza verso il Mondo degli Dei, venne condannato da Zeus a sospingere un grosso macigno fino alla sommità di un monte. Per l’eternità.

Infatti, ogni volta che raggiungeva la cima, il masso rotolava nuovamente alla sua base e, di conseguenza, la pena da scontare per la condanna inflittagli, consisteva nel ricominciare da capo la propria scalata senza mai portarla a compimento.

Una interessante “lettura” di questo Mito l’ha fornita lo scrittore e filosofo francese Albert Camus, nel 1942, (Il mito di Sisifo. Saggio sull’assurdo).

Durante il sentiero che ripete all’infinito, nel trasportare la pietra massiccia fino alla vetta per vederla poi scivolare nuovamente giù, egli non decide di arrendersi, ma impara a ripetere sempre meglio la sua fatica fino a capirne il senso e ad avere chiaro il messaggio di Zeus: prendere coscienza dei propri limiti per affrontare sempre meglio il compimento del proprio Destino e vivere, al meglio, l’intensità e la sacralità della vita

“Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice …” (Albert Camus)

La sceneggiatura di questo film chiamato Vita (dal Big Bang in avanti) pare stia scritta nel nostro DNA che, infatti, contiene le informazioni (frutto di adattamenti ad un ambiente che cambia in continuazione) per essere così come siamo. Come all’interno di un set cinematografico che si rispetti, esistono ruoli diversi (il più delle volte ricoperti da individui che non compariranno nei titoli finali) che contribuiscono alla realizzazione dell’opera.

Ed è così che, come scritto altre volte, il lavorio che porta ad archiviare e a mantenere “attivi” (potenzialmente) i dati nel DNA, potrebbe rappresentare il famoso Inconscio Collettivo di Junghiana memoria mentre, la capacità epigenetica di “prendere” ciò che serve al momento opportuno da questo grande contenitore potrebbe costituire l’Inconscio Personale che agirebbe secondo schemi prefissati da Archetipi imposti da Madre Natura (Vuolsi così, colà dove si puote…)

Registi del nostro Destino

La nostra Mente (più o meno inconsapevolmente), come un ottimo regista, avrebbe il compito di trasfigurare nella Realtà osservabile la “sceneggiatura” a disposizione che, comunque, cambia in corso d’opera e senza particolare preavviso.

Il dolore interiore nasce, sovente, da un vuoto di relazioni. Perché?

A prescindere dal fatto che il nostro modo di rapportarci con gli altri risente molto da come, le persone di riferimento, si sono relazionate con noi, fin da quando eravamo bambini (Teoria delle Relazioni Oggettuali), ogni verità, ad andare a cercarla ha, spesso, più facce: esattamente, quelle di chi sostiene (spesso in buona fede) le proprie ragioni.

Nel tempo, corrodiamo il piacere di cercare il “come” armonizzare con gli altri: si svilisce, sostanzialmente, il “perché”. E, con esso, anche il valore che ne consegue…

Pure questa è cosa da niente! È sempre cosa da niente! Tutte le situazioni le abbiamo risolte sempre così. È cosa da niente! Non teniamo da mangiare? È cosa da niente! Il padrone muore e io perdo il posto? È cosa da niente! Ci negano il diritto ad una vita vera? È cosa da niente! Quanto sei bella. Quanto eri bella. E guarda a me, guarda cosa sono diventato. A furia di dire “è cosa da niente” siamo diventati cosa da niente pure io e te! (Eduardo de Filippo – tratto dall’originale televisivo Peppino Girella)

Come possiamo tornare ad essere padroni del piecere di poter stare con noi stessi e con gli altri?Forse,riuscendo a scoprire come recuperare la facoltà di fare quello che ci piace!.

“Quando non si trova il riposo in se stessi è inutile cercarlo altrove” (La Rochefoucauld).

Quello che manca, spesso, è la possibilità (e la disponibilità) di studiare, al fine di conoscersi meglio. Cioè, l’imparare per il piacere di migliorare. Senza, per forza, dovere esibire. In questo modo, si scopre che, alla fine, la verità la trovi in un punto solo.

Come arrivarci?

Qualcuno guarda, a lungo, il proprio ombelico, qualcun altro si perde nei panorami mozzafiato. Resta il fatto che solo quando raggiungiamo quella quiete interiore condita da temporanee perturbazioni (di quelle che, comunque annunciano il ritorno del sole), arriviamo a capire le convergenze.

La gente, spesso, è in cerca di questo: di essere presa per mano; di rassicurazione; di qualcuno che le prometta che, tutto, andrà bene. Che peccato! (C. Palahniuk)

Una volta, un amico di nome Antonio Rizzuti (professore, filosofo, meridionalista e counselor psicologico) mi ha chiesto: “Caro Giorgio, lo sai qual è la differenza fra un’ape e una zecca? Entrambe succhiano. La prima, però, realizza una comunicazione empatica con i fiori da cui prende il nettare. La seconda, al massimo, trasmette malattie”.

Cari Lettori, l’immagine di copertina ci riporta ad un periodo epico dell’umanità: quello dalla prima vittoria (da parte dell’essere umano) nei confronti della Forza di Gravità.

Attraverso gli albori dell’aviazione, infatti, si è scoperto il piacere di librarsi anche oltre il punto in cui ci era stata preclusa la possibilità di “andare”.

Dei novelli Sisifo, insomma, che sfidano il volere degli Dei…

La punizione è consistita nello scoprire (per ogni centimetro conquistato in altezza), la possibilità di uno sviluppo che ci è parso insostenibile e che ci ha procurato non poche angosce, al pari della sensazione di morte provata al momento della nascita…. e di quello che avrà provato, sempre nella Mitologia Greca, il leggendario Icaro

L’egoismo positivo, può essere la soluzione

Pensare a noi stessi, passando attraverso quella parte degli altri che armonizza, sintonizzandosi, con noi. Cari Lettori, in questo periodo di pausa, proviamo a riflettere sulla seguente, preziosa, massima:“Nessun vento è favorevole per chi non sa dove andare, ma per noi che sappiamo, anche la brezza sarà preziosa”. (Rainer Maria Rilke).

E, soprattutto, cerchiamo di restare un po’ di più, ciascuno con se stesso. Scoprendo la propria, ottima, compagnia

…E gli uomini se ne vanno a contemplare le vette delle montagne, le correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri. E non guardano la propria interiorità! (Sant’Agostino)

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

Si ringrazia Amedeo Occhiuto per gli spunti di riflessione offerti

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