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Questo articolo è nato il 2 giugno del 2009 (col titolo originale di “Sbandate emotive controllate”) come un’intervista sui miei stati d’animo all’indomani del cammino che rende “adulti” lasciando per (la loro) strada i propri genitori. All’epoca, ero rimasto, da poco, orfano di mia madre. La suggestiva immagine di copertina è la stessa di una bellissima lettera (di cui mi permetto di suggerire la lettura) che ho dedicato a mio padre nell’ultimo tratto del suo percorso esistenziale. Rappresenta un bambino nell’atto di confessare le proprie paure ma, al tempo stesso, anche la voglia di scoprire il mondo nonostante l’angoscia della solitudine. Ha, dalla sua, la purezza di un’energia che, pur essendo ambivalente (per via degli istinti non domati) può proiettarlo, in potenza, su un percorso di regalità e sapienza. Ad ascoltarlo, un Leone che incarna e simboleggia tutto ciò e che, tranquillo del destino del “pargolo”, può con dignità uscire di scena. Testimoni di ciò, un albatros (che racconterà ai suoi simili, di aver assistito ad una esperienza spettacolare) e un pallone, simbolo del voler continuare a “giocare”. Nel rispetto delle Leggi di quella Natura che ci avvolge come il grembo di una madre. Un ringraziamento va (ora come allora) ad Erminia Acri, per l’interesse scientifico e la disponibilità alla formulazione delle domande. Ovviamente, a distanza di 11 anni, ho aggiunto qualcosa che è frutto di una migliore esperienza, più che di maggiori competenze.

BUONA LETTURA

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“E ogni volta che viene giorno, ogni volta che ritorno, ogni volta che cammino e mi sembra di averti vicino… ogni volta che mi guardo intorno, ogni volta che non me ne accorgo; ogni volta che viene giorno… E ogni volta che mi sveglio, ogni volta che mi sbaglio, ogni volta che sono sicuro e ogni volta che mi sento solo, ogni volta che mi viene in mente qualche cosa che non c’entra niente; ogni volta che qualcuno si preoccupa per me, ogni volta che non c’è proprio quando la stavo cercando… E ogni volta che torna sera e mi prende la paura… E ogni volta che non c’entro, ogni volta che non sono stato; ogni volta che non guardo in faccia a niente e ogni volta che dopo piango ogni volta che rimango con la testa tra le mani e rimando tutto a domani…” (Vasco Rossi).

Caro Dottore, vorrei farle qualche domanda che è scaturita dalla lettura del suo articolo La paura di soffrire. Innanzitutto, nel rispetto della sua riservatezza, vorrei chiederle: come va?

Bene, come sempre.

Come sarebbe a dire… “come sempre”? Scusi… ma, ogni tanto, ho avuto modo di ascoltarla e di “leggerla” mentre esprimeva contenuti emotivi, a volte, sofferenti!

Il termine “bene” deriva dal latino e sta ad indicare qualcosa su cui ho riflettuto a lungo. La invito a seguirmi in questo ragionamento. Gli antichi romani si erano resi conto dal fatto che, a volte, ciò che è che è buono, giusto, in senso etico e morale, generava scombussolamenti derivanti dalla necessità di rimettere in discussione quello che si era ritenuto essere consone al proprio modo di essere. Questo comportava un periodo di sofferenza critica, in conseguenza della quale, si raggiungeva uno stato “ricreativo” migliore del precedente. A tutto ciò, essi, davano il nome di “bene” come cosa giusta e opportuna, eticamente ineccepibile.

Una volta stabilito che una cosa debba essere portata avanti, un uomo ha il dovere di agire di conseguenza, quale che sia il prezzo da pagare! (John Fitzgerald Kennedy)

Perché, quando si cerca di cambiare qualcosa di importante della propria personalità, oltre allo scombussolamento, si avverte un senso di tristezza? A me sembra che si abbia, da una parte, la sensazione di perdere una parte di sé, col rischio di non riconoscersi più, e, dall’altra, rabbia e fastidio per le privazioni patite a causa degli apprendimenti che si intende modificare. E’ così?

Proprio così. Null’altro da aggiungere. Questa volta è stata perfetta!

E… ma come la metto col senso di “abbandono”?

René Karl Wilhelm Johann Josef Maria Rilke, poeta austriaco nato nel 1875 e morto nel 1926, le avrebbe risposto in questo modo: “Così noi viviamo, per sempre prendendo congedo!”

Quindi?

Dobbiamo per un attimo considerare la nostra realtà, fatta di trasformazioni, abbandoni ed evoluzioni. Già nella esperienza di “spermatozoo” (simbolicamente) procediamo in un “territorio ostile” (le via genitali femminili) pieno di trabocchetti nei quali è alto il rischio di “morire in azione” e, nella migliore delle ipotesi, riusciamo ad incontrare l’ovulo e a “tuffarci” dentro per morire. Salvo, poi, rinascere in una dimensione zigotica. Da feto sperimentiamo (forse per la prima volta) l’angoscia della “fine del mondo” in prossimità di quell’evento che ci porterà alla luce del mondo esterno, sotto forma di neonato.  Da bambini (intorno ai 4/5 anni) proveremo stati d’animo angosciosi nel momento in cui capiamo di doverci assoggettare anche a quello che non ci piace ma che, in fondo, non potrebbbe essere diverso (angoscia di castrazione), ogni volta che sentiamo il peso di ritrovarci da soli e non siamo preparati ( angoscia abbandonica), allorquando avvertiamo la paura di non potercela fare e ci sentiamo “persi” oltre ogni limite ( angoscia di frammentazione).

In seguito, ogni volta che ci si presenteranno circostanze di cambiamento importanti, dalle quali dedurremo che il mondo non è così bello come avevamo immaginato e sperato da bambini, potremo continuare a scindere “gli altri” come assolutamente buoni e assolutamente cattivi (in una sorta di condizione mentale “schizoparanoide”) oppure accettare che il mondo sia una miscellanea di opportunità e di contingenze in cui non c’è più un “genitore protettore” alle nostre spalle: questa seconda opzione, che aiuta a crescere interiormente, comporta un aumento iniziale di angoscia che supereremo attraverso una posizione temporanea di depressione.

E qual è la giusta posizione mentale da assumere?

Esiste la necessità di imparare a saper rinunciare a qualcuno o a qualcosa in cambio di qualcos’altro che, logicamente, determini una condizione oggettivamente più evoluta e remunerativa, nel rispetto di principi naturali, ovviamente. Non è né bello né brutto. E così che si diventa adulti.

Non è che, con l’occasione, si diventa anche più “freddi”, sul piano emozionale?

Si diventa più accorti e vicini alle bande di oscillazione emotiva che tendono a zone di equilibrio. Effettivamente, si evitano eccessi del tipo “euforia” e “disperazione”. Una sorta di stabilizzazione del tono dell’umore.

Come se si diventasse un po’ meno umani!

Al contrario. Umano, è un termine che funge sia da sostantivo che da aggettivo e connota sentimenti di comprensione e di equità che dovrebbero essere propri dell’uomo; che ha un atteggiamento aperto, solidale verso gli altri; conforme alla natura dell’essere umano.

E che c’entra con quello che sta sostenendo?

Tanto più restiamo razionali e non completamente coinvolti al punto da farci stravolgere, tanto meglio riusciamo a rispettare noi stessi ed evitare di calpestare gli altri col nostro egocentrismo. È come utilizzare un paracadute per rallentare un veicolo molto veloce: il passeggero potrebbe non gradire il contraccolpo mentre chi “guida”, sa esattamente cosa sta accadendo e perché. E poi, scusi, la chimica farmaceutica, non insegue una stabilizzazione del tono dell’umore con i sali di litio, la carbamazepina, il valproato e, in determinate occasioni, con una terapie combinate di ansiolitici e inibitori selettivi del riassorbimento di serotonina? Almeno con la gestione emotiva di cui parlo, gli effetti collaterali sono fisiologici.

E quali sono?

Il non avere più il lusso di generare e mostrare liberamente, come i bambini, le proprie emozioni.

In certi momenti non la riconosco più. Mi fa un po’ paura. Perché è diventato così freddo ?

Controllato, forse.

E, in pratica, che differenza c’è? Non si finisce col reprimere se stessi?

“Controllo” viene dal francese “contròle” da “contre – role”, che significa riscontro, verifica. Di conseguenza, controllare se stessi equivale a verificare i propri elaborati, magari con l’aiuto della logica, per cercare di capire se le reazioni sono adeguate o meno allo stimolo, per poi decidere se scaricare all’esterno le proprie emozioni. Solo nel caso in cui si stabilisse di trattenere lo sfogo, si configurerebbe il “reato” di repressione a danno proprio. Anche se, dicono gli esperti, esiste un “meccanismo di difesa” abbastanza maturo che prende proprio il nome di repressione come decisione consapevole e volontaria di non prestare attenzione a un particolare
sentimento, stato o impulso.

Ma lei chi è?

“Dentro” o “fuori”?

Prima “dentro”…

When I dream I think of you, breathe I think of you. All day I think of you give all my love to you and only you. Swear it’s true, all I do is think of you. When I pray I think of you, far away. I think of you. All day I think of you, my heart belongs to you and only you Yes it’s true, all I do is think of you What do you do when you love someone so much. You’d do almost anything just for one touch Try to make an excuse just to get away. That’s the way that I feel about you baby When I leave do you know what I go through. It makes me cry every time cause I miss you and I hope you feel the same way too, cause all I do is think of you…”

Non si preoccupi, quest’oggi non sono poi così strano. Quello che le ho enunciato in inglese è uno stralcio di una bellissima canzone di Lionel Richie“Think of you”, di cui mi sono innamorato subito dopo averla ascoltata. Il mio amico Christian Coppolino, gentilmente me l’ha tradotta efficacemente. Il titolo, in italiano, significa “Ti penso”. A me, invece piace immaginare che voglia dire “qualcosa di te”. Quel qualcosa per cui valga la pena perdersi… e poi ritrovarsi. Più o meno, il brano significa questo:

“Quando sogno ti penso, quando respiro ti penso, tutto il giorno ti penso mentre ti do tutto il mio amore e solo a te. Ti giuro è vero, tutto ciò che faccio è pensare a te. Quando prego ti penso, quando sono lontano ti penso. Tutto il giorno ti penso, il mio cuore ti appartiene e solo a te. Si è vero, tutto ciò che faccio è pensarti. Cosa fai quando ami qualcuno così tanto ? Faresti quasi tutto solo per una carezza; cerchi di trovare una scusa solo per andargli incontro. Questo è ciò che sento per te ragazza: quando vado via (da te) lo sai a cosa vado incontro mi fa piangere, ogni volta perchè mi manchi e spero che anche tu provi la stessa cosa perchè tutto ciò che faccio è pensare a te”.

E “dentro” ?

In un passato oramai alle mie spalle, per una serie di motivi legati al mio modo di vivere le relazioni oggettuali (interpersonali importanti), ho prodotto danni al mio fisico e al mio spirito. Nessuno ha approfittato di me, sia chiaro. Non glielo avrei consentito. È solo che ho esagerato perché, il “meno” non può contenere il “più”. È come guidare un’auto sul ghiaccio ad alta velocità: ti fai male!

Ed ora?

Ragione e passione sono timone e vela della nostra anima vagante ( Kahil Gibran).

Cioè?

Sbandate controllate. Si può andare forte ma, dove vuoi tu e alle tue condizioni. Finché è possibile, ovviamente.

La sofferenza, intesa, come lei sostiene, come attività dell’animo che si determina in conseguenza di squilibri o disequilibri da mancato appagamento, e che serve a “rompere il sonno dello spirito” per indurci a riflettere, non mi sembra poi così negativa, visto che ci spinge a trovare il modo per superare le difficoltà. Perché, allora, è vissuta così male? Per paura e senso di inadeguatezza rispetto al problema da affrontare e risolvere? Per paura delle emozioni in sé che si provano e che si ritengono ingestibili?

Anche questa volta ha ragione.

E cosa si può fare? Cioé, se le stimolazioni provenienti dal mondo esterno sono negative, come si fa a produrre emozioni positive?

Le risponderò con il resoconto di un’esperienza vissuta da Marco Marcelletti, un commercialista alla ricerca della via per la saggezza. Posso parlarne perché è stato inserito su Facebook., un bel po’ di tempo fa.

“Giovedì dovevo partire per San Diego, California, alle 06.55…….. parto da Cosenza alle 05,30 alla volta dell’aeroporto di Lamezia Terme ma, per strada, trovo molto traffico. L’autostrada ad una sola corsia e camion davanti che rallentano di molto la mia tabella di marcia. Arrivo all’aeroporto alle 06, 40 e al chek in mi dicono che il volo è già chiuso e che non posso partire…… dico tra me e me….. vedremo!!!! Insisto perchè devo partire, ho la coincidenza per New York alle 09.00 e devo necessariamente prendere quel volo…. Spiego le ragioni del mio ritardo, cerco di far breccia nella sensibilità’ dell’addetto che sta alle partenze….. lui chiama il capostruttura che gli dice che facendo uno sforzo posso imbarcarmi ma senza il mio bagaglio….. ed io: vedremo!!!!

Insisto perché non posso stare i giorni della mia vacanza senza il mio bagaglio, insisto cercando di trasmettere energia positiva e facendo trasparire la mia sensibilità….. una persona che passa da li’ mi ascolta e si attiva per farmi partire…. sono su quel volo e imbarco il mio bagaglio….. il mio non perdermi d’animo mi aiuta….. lo scalo a Roma ha circa 15 minuti di ritardo, non ci fanno scendere subito perchè la scaletta non e’ stata ben posizionata….. altro ritardo…. ed io, dentro di me, ripeto….. vedremo!!!!

Il terminal dei voli nazionali è distante da quello dei voli internazionali, devo prendere un bus, e poi una navetta (shuttle) per arrivare all’imbarco…. sono in fila per il controllo del metal detector, il tempo passa, chiedo all’addetto se posso passare prima perchè ho il volo alle 09,00. Lui mi dice che devono necessariamente aspettarmi perché è stato imbarcato il mio bagaglio. Mi rassereno e continuo a dire, tra me e me, vedremo! Arrivo all’imbarco alle 08.55 ma una hostess mi dice che il volo è già chiuso e che non posso partire, le porte ormai sono chiuse….. insisto…. non c’è nulla da fare e, oltretutto, non sanno dove è finito il mio bagaglio…… Vedremo!!!!!

Parlo con un’altra hostess la quale mi dice di avere pazienza che mi troveranno un altro volo…. Vedremo!!!! Non mi perdo d’animo…. attendo e continuo a chiedere, sono ormai le 10.00 e non so nulla….. ritorno a sollecitare la hostess di prima, la quale fa un giro di telefonate ma nessuno sa dirle cosa posso fare…. C’è un volo per Washington che sta per partire alle 10.30, le chiedo di farmi imbarcare li’….. e’ pieno ma lei dice che potrebbe farmi salire lo stesso ma che non trova la coincidenza per San Diego….. insisto con molta calma e trasmettendo il mio desiderio di partire, non più la mia esigenza….. Vedremo!!!!

Si appassiona alla mia causa, cerca, cerca, cerca….. ok lo trova….. ma non gli danno l’ok al mio cambio….. butto i miei occhi nei suoi…. le dico di cercare di fare tutto ciò che può e che ero molto fiero di averla conosciuta e che perorasse con tanto impegno la mia causa….. affettività, tanta affettività…… Vedremo!!!!! … Ok, mi dice, poi vedrò come risolvere con i superiori…. salga pure, l’ho messa in Business Class, faccia buon viaggio, e corra!

Entro nell’aereo….. mai visto tanto lusso…. viaggio su una poltrona comodissima con vibro massaggio per le dieci ore di viaggio servito con champagne e cibi gustosissimi…… pero’ non si sa nulla del mio bagaglio…. Vedremo!!!! Arrivo a Washington e ho due ore di attesa per la coincidenza per San Diego, giusto per spostarmi da un terminal all’altro e fare il disbrigo della dogana…. arrivo alle 20.30 ore locali a San Diego invece che alle 19.00 come era nel mio programma di marcia….. ma il mio bagaglio non c’è…. ok, vedremo!!!!!.

Vado a chiedere cosa devo fare…. forse mi arriverà dopo due giorni…. con me non ho null’altro che quello che ho addosso…. Vedremo!!!!! Riposo, e il giorno dopo vado ad acquistare un po’ di vestiti, probabilmente mi sarà rimborsato tutto ciò che ho comprato ed ora mi accingo a preparami per scendere in spiaggia sereno e fiducioso…. già…. vedremo!!!!

Quando ti capitano avvenimenti lieti, rallegrati e rimani tranquillo. Per quelli brutti aspetta un momento, potrebbero volgersi in bene. Molte cose si regolano da sé. Se un avvenimento brutto non si trasforma da solo in uno positivo, prendi l’iniziativa e trasformalo in qualcosa di buono. In ogni momento siamo liberi di agire per creare il futuro che ci auguriamo!”


Beh, la vita, presa così, è tutt’altra cosa!

E’ molto bella la descrizione che ha dato della vita e dello stato d’animo con cui la guardano i bambini e le persone più avanti negli anni: se tutto, nella vita, è un soffio e va preso alla leggera, ma senza superficialità, qual è la differenza tra “leggerezza” e “superficialità”?

“Superficialità”, significa: mancanza di approfondimento, di precisione o di costanza nel riflettere o nel comportarsi.

E leggerezza?

Qualche giorno fa, cercavo qualcosa che esplicasse il piacere di amare, per il “piacere” di farlo. Ho trovato una poesia di Pablo Neruda. Gliela leggo.

“Questa volta lasciami essere felice, non è successo nulla a nessuno non sono in nessun luogo, semplicemente sono felice nei quattro angoli del cuore, camminando, dormendo o scrivendo. Che posso farci? Sono felice, sono più innumerabile dell’erba nelle praterie, sento la pelle come un albero rugoso: di sotto l’acqua, sopra gli uccelli, il mare come un anello intorno a me… e l’aria canta come una chitarra”.

Lei sottolinea spesso che le risorse più preziose che abbiamo sono la vita e il tempo ma, non di rado si avverte di sprecarli perché, pur avendo vari interessi, manca la disponibilità per fare ciò che ci condurrebbe ad avere maggiori appagamenti. Dov’è l’errore?

In ciò che ci hanno fatto credere. In fondo, l’ambiente in cui siamo cresciuti è responsabile, più che altro, di essersi reso garante di una serie di valori che, alla resa dei conti, si mostrano più come “disvalori”. Però, per intanto, li difendiamo perché crediamo in chi ce lo ha trasmesso. Ho ascoltato una bella canzone di Lucio Dalla dal titolo “Quale allegria?”, pubblicata nel 1977 nell’album Com’è profondo il mare. Gliela leggo e le do anche il testo scritto. Provi a rifletterci un po’ su. Scoprirà che, al suo interno, c’è tutto quello che “spegne” la voglia di continuare.

Quale allegria, se ti ho cercato per una vita senza trovarti… Quale allegria, se non riesco neanche più ad immaginarti, senza far finta di dormire con la tua faccia sulla mia.. e sapere, invece, che, domani: “Ciao come stai?” una pacca sulla spalla e via! Quale allegria, cambiar faccia cento volte per far finta che sia sempre un carnevale… Senza allegria, uscire presto la mattina, la testa piena di pensieri, scansare macchine, giornali, tornare in fretta a casa tanto oggi è come ieri! Senza allegria, a letto insieme senza pace senza più niente da inventare. Esser costretti a farsi anche del male, per potersi con dolcezza perdonare… e continuare, facendo finta che, in fondo, in tutto il mondo c’è gente con gli stessi tuoi problemi, facendo finta che la gara sia arrivare in salute al gran finale… Mentre è già pronto il tuo destino con un bastone e cento denti, che ti chiede di pagare per i suoi pasti mal mangiati, i sonni derubati, i furti obbligati … e per essere stato ucciso, con i tuoi falsi propositi, la sera di Natale… (Lucio Dalla)

“Il vero valore di un uomo si determina esaminando in quale misura e in che senso egli è giunto a liberarsi da quell’Io che lo opprime” (Albert Einstein).

Insomma, come si fa a costruire un buon rapporto con noi stessi?

Come riportato dalle più autorevoli fonti della psicologia e psichiatria psicodinamica, ognuno di noi è l’insieme di ciò che percepisce di essere e di quello che, in maniera oggettiva, in realtà non sia.  Ciascuno, quindi, finisce con l’essere il risultato di un insieme di numerose variabili, che includono: le proprie caratteristiche fisiche; le proprie capacità e il proprio stile cognitivo; le proprie credenze; l’esperienza soggettiva della propria storia; il background socioculturale; il proprio cervello inteso come il prodotto delle interazioni tra geni e ambiente (quindi, come insieme di circuiti neurali plasmati dall’esperienza; le interazioni interiorizzate con gli altri che sono rimesse in atto inconsciamente, generando impressioni negli altri; i conflitti consci e inconsci e i meccanismi di difesa associati.

I fenomeni mentali, considerato che “tutto” parte dall’energia liberata attraverso il moto di azione e repulsione dei Quark.

Possono essere spiegati come risultato di un conflitto che deriva da potenti forze inconsapevoli (ad esempio, bisogni o desideri da appagare) che cercano un modo di esprimersi per essere consapevolizzate e, quindi, ottenere un “soddisfacimento”. Sono legate a necessità di tipo naturale.

Freud le chiamava “ES”

Tali forze, trovano, in noi, un costante “controllo” mediante resistenze in “controfase” (forze di azione opposta) che tendono ad impedire l’espressione delle prime e sono condizionate dalla morale del tempo e del luogo.

Freud le definiva “SUPER IO”

Esiste, poi, la parte di noi che dovrebbe decidere (più o meno consapevolmente) la strategia più adeguata per appagare ciò che serve, nel modo migliore.

Questo, Freud, lo chiamava “IO”

L’obiettivo è quello di evitare uno sbilanciamento e di creare una dinamica in “equiforze” fra chi “tira” e chi “resiste” onde consentire, in pratica, l possibilità di essere accettati, inseriti, integrati e, alla fine, inclusi. Evitando disadattamenti di tipo Sociale.

Secondo questo modo di osservare le cose, l’ansia (e, a latere, l’Angoscia), diviene la manifestazione di un conflitto psichico fra le pulsioni provenienti dall’ES e le repressioni morali che si generano dal SUPER IO.

Quindi,  per la paura di non riuscire a “domare” l’ES senza un SUPER IO adeguatamente incisivo.

Se ci riflettiamo, una simile condizione spiega il tentativo, che molti attuano, di vivere all’interno di schemi mentali rigidi e fortemente regolamentati.

Tutto questo, però, cozza con il principio di LIBERTA’ all’interno di una saggia MATURITA’.

Per cui, la soluzione è quella di raggiungere una adeguata maturazione dell’IO, che prevede:

la opportuna mediazione tra Es, Super-Io e realtà; il corretto esame di realtà; un’immagine di sé non “distorta”; un contestualizzato orientamento spazio-temporale; una capacità di giudizio “oggettiva”; il controllo delle pulsioni; la tolleranza delle frustrazioni; una adeguata gestione dei conflitti interiori.

In conclusione, potrei dire che, un buon rapporto con se stessi, si realizza riuscendo ad imparare a pensare meglio, attraverso l’acquisizione di dati che ci portano ad essere più concilianti con noi stessi, a saper apprezzare quello che riusciamo a fare rispetto al passato, godendoci i vantaggi che costantemente produciamo, riducendo la rigidità, l’inflessibilità, l’oppositività. In questo modo “vivremo” ciò che in psicologia si chiama autoaffermazione ed eviteremo di scaricare le tensioni sul corpo. Raggiungeremo, in definitiva, un equilibrio nel dialogo fra corpo e psiche.

Per soddisfare tutti i bisogni necessari ad uno sviluppo armonico e maturo della propria identità, un uomo può impiegare anche l’intera esistenza?

Posso aggiungere che, addirittura, molte volte, tutta la vita può non bastare, perché bisogna valutare il nostro punto di partenza. La Società attuale infatti, è prevalentemente costituita da esseri umani “molto” immaturi. Ciò, probabilmente, dipenderà dal fatto che l’Universo è nato 15 miliardi d’anni fa mentre l’essere umano è comparso relativamente da poco tempo e si trova, quindi, nella condizione di un adolescente che ha ancora quasi tutto da imparare.

Si può dire che più tardi “ci incamminiamo” e più tardi raggiungiamo la strada per vivere bene?

Questo è vero. Posso dire però, che, con un buon lavoro su se stessi, il ritardo si recupera perché la “crescita interiore” avviene con una progressione esponenziale e, già con l’immissione di pochi dati nuovi ed efficaci, miglioriamo considerevolmente le nostre capacità; infatti, lei ha potuto constatare in poco tempo il cambiamento in positivo dei suoi elaborati.

Lei mi ha detto che noi impariamo fin da piccoli. Quindi, se una persona a 40 anni non ha ancora imparato a vivere bene, sarà svantaggiato, rispetto ad un bambino che, invece, cresce in un ambiente corretto?

Ecco perché le generazioni successive sono migliori di quelle precedenti: il loro punto di partenza è costituito dal punto d’arrivo dei propri genitori.

Per affrontare al meglio le frustrazioni, abbiamo ricordato che è importante riconoscerle: quali sono le fasi per riuscire metabolizzarle?

Partendo dal principio che il confronto con i fastidi (frustrazioni) derivanti dalla presenza di ostacoli fra noi e il nostro obiettivo dipende dal tipo di personalità che ci ritroviamo, in funzione di come siamo cresciuti c’è, comunque, una serie di procedure da attuare sulla base del tipo di frustrazione contro cui si è impattato che, le ricordo, cambiano a seconda che la difficoltà sia esterna o interna a noi e che la nostra volontà sia determinante per la risoluzione.

Durante una giornata “difficile”, come faccio a trasformare la tensione in capacità di essere riflessivi? Ci sono dei particolari passaggi che bisogna seguire?

Mi risulta che lei (come me, d’altronde) abbia seguito un percorso di analisi personale: rispetto a prima di iniziare tale esperienza, lei sta meglio o peggio?

Sicuramente meno tesa. Anzi, ho voglia di rifarmi per tutto quello che non sono riuscita a prendere dalla vita.

Sta usando, quindi, la mente meglio di prima?

Si, certo.

Io avrei potuto fornirle ancora più spiegazioni rispetto alla sua ultima domanda ma, il vero cambiamento inizia da “dentro” attraverso un serio e “sofferto” viatico di trasformazione.

In assenza di ciò, avrebbe potuto far finta di essere diversa ma, in buona sostanza, scimmiottando un automa, Sul numero 490 della rivista “Le Scienze”, di giugno 2009, c’è un interessante articolo dal titolo “Evolvere per il bene del gruppo”, scritto dai ricercatori anglosassoni David Sloan Wilson ed Edward O. Wilson . le riporto l’estrapolato più significativo: “Numerosi esempi di organismi viventi mostrano che la selezione di gruppo non è una mera ipotesi, ma una realtà. E in alcuni casi ha un ruolo fondamentale. Per lungo tempo la selezione di gruppo (ovvero un processo evolutivo, già menzionato da Charles Darwin) che non agisce sugli individui ma su gruppi di individui, è stata ritenuta solo un’ipotesi. Tuttavia un numero sempre più cospicuo di esperimenti ed esempi di organismi viventi stanno mostrando la presenza della selezione di gruppo nel corso dell’evoluzione, suggerendo che in alcuni casi può addirittura essere una grande forza evolutiva”.

“Un tempo si credeva che lo zucchero si estraesse solo dalla canna da zucchero, ora se ne estrae quasi da ogni cosa; lo stesso per la poesia, estraiamola da dove vogliamo, perché è dappertutto” (Gustave Flaubert)

A proposito del bisogno di amare e di essere amati, spesso è proprio la paura di esporsi al rischio di soffrire che induce ad impedirsi di determinare sentimenti di amore o, addirittura, di scacciarli. Come si fa a conciliare il bisogno di amore con la paura di restare feriti, visto che si tratta di mostrarsi per quello che si è?

Il primo maggio del 1994 era domenica. Si correva il Gran Premio di Formula Uno di San Marino. Ayrton Senna, stava attraversando uno dei suoi periodi più difficili sul piano umano ed era visibilmente stanco. Si dice che qualcuno gli abbia suggerito di lasciar perdere, per quella volta. In fondo per una volta si sarebbe potuto fermare. La fantasia popolare narra che lui, che “sentiva” l’asfalto forse più di ogni altra cosa, abbia risposto, poco prima di infilarsi il casco, con la sua solita espressione intensa e introversa: “Amo troppo quello che faccio e, fermarmi per paura di soffrire, sarebbe come rifiutare di vivere per paura di morire”.

Partì per la sua ultima corsa e, contro un muro, il suo spirito si staccò dal corpo e diede origine alla nascita di una leggenda.

Sono triste ma, stranamente, felice. Vorrei che, quest’oggi, mi salutasse con qualcosa di più di un semplice aforisma. Qualcosa che possa dare un senso a questo mio stato d’animo.

Provi ad ascoltare questa poesia di Pablo Neruda.

“Mi piaci quando taci perché sei come assente, e mi ascolti da lungi e la mia voce non ti tocca. Sembra che gli occhi ti siano volati via e che un bacio ti abbia chiuso la bocca. Poiché tutte le cose sono piene della mia anima, emergi dalle cose, piene dell’anima mia. Farfalla di sogno, rassomigli alla mia anima, e rassomigli alla parola malinconia. Mi piaci quando taci e sei come distante. E stai come lamentandoti, farfalla turbante. E mi ascolti da lungi, e la mia voce non ti raggiunge: lascia che io taccia col tuo silenzio. Lascia che ti parli pure col tuo silenzio chiaro come una lampada, semplice come un anello. Sei come la notte, silenziosa e costellata. Il tuo silenzio è di stella, così lontano e semplice. Mi piaci quando taci perché sei come assente. Distante e dolorosa come se fossi morta. Allora una parola, un sorriso bastano. E son felice, felice che non sia così”.

G. M.  

 

 

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