Posted on

Ci sono momenti della vita che vorresti inondare di parole non dette, di gesti trattenuti. Un po’ come adesso, immerso in mille riflessioni. Qualcuna migliore delle altre… altre un po’ a tinte fosche. Forse c’è il sole, forse no. Tanto sono chiuso in una dorata prigionia. Come accade da anni. Ma, anche nei meandri più tortuosi, ho imparato che bisogna restare capitani della propria anima, per costruire la propria, personale, Grande Bellezza interiore.

Il Coronavirus ha inciso (al di là della sua reale potenza di azione) una delle ferite più grandi che il Mondo abbia conosciuto, costringendo ad una lunga e angosciante agonia in una paradossale attesa di essere raggiunti da una sorta di inesorabile marea infettiva, che avrebbe inghiottito tutto e tutti.

L’Università del Vermont, negli Stati Uniti (usufruendo del sistema di intelligenza artificiale “Hedonometer” che analizza oltre 50 milioni di messaggi Twitter al giorno), ha ricavato che il 12 marzo 2020 è stato il giorno più triste e doloroso, a livello Planetario.

Simili circostanze, generano stati d’animo abbastanza vicini alla malinconia che, come scrisse Victor Hugo, rappresenta la “felicità” dell’essere “Triste”

Nulla di strano, quindi se, il sottofondo delle mie emozioni è accompagnato dalle melodie di Wladimr Martinov con le sue Beatitudini.

Così come Ennio Morricone con Nuovo Cinema Paradiso” colpisce l’immaginario collettivo perchè ti fa sentire avvolto da un passato remoto in grado di farti tornare bambino, Le Beatitudini” che hanno supportato La Grande Bellezza”, personalmente, mi richiamano alla mente gli anni novanta del secolo scorso quando, dopo una Laurea (in Medicina) conquistata con le unghie e coi denti, da specializzando (in Psicoterapia) provavo, in compagnia di mio fratello, a perdermi nei vicoli della Città Eterna avendo, nella testa, un Mondo Nuovo che occhieggiava a scelte importanti, capaci (secondo i miei intendimenti di allora) di proiettarmi nei palazzi del Potere e nei salotti di rilievo…

A ben riflettere, entrambe le colonne sonore hanno un punto di congiunzione bello e, al tempo stesso, doloroso: la disillusione.

Cosa ne sarebbe stato di me, ad esempio, se, ad un certo punto, non mi fossi reso della caducità di quei momenti che la vita mi regalava, circondato da una monumentale Roma Capitale?

I miei sogni di poter manovrare le leve del vapore, l’attico a via Margutta, l’aereo privato…

ho “smagnetizzato” gradualmente queste e altre ambizioni, man mano che mi accorgevo del prezzo da pagare in termini di svilimento della dignità.

E allora, probabilmente, mi sarebbe accaduto qualcosa di simile a quello che Sorrentino ha descritto e Servillo ha delineato (come e, forse, più di un Marcello Mastroianni) nel loro film da Oscar….

Ho iniziato a scrivere questo articolo è stato scritto il 30 marzo 2013, come un’ideale seconda puntata della mia saga esistenziale che, in quel momento, stava provando la mia capacità di autonomia dal Padre.

Sono passati più di sette anni da allora e, lo stato d’animo più “quieto” (a dispetto della Pandemia) non evidenzia un’attenuazione della sofferenza quanto, semmai, un’accettazione della necessità di veleggiare su mari in tempesta in compagnia delle persone più care.

Questo legame, se da una parte ci fa sentire protetti di fronte alla “notte che incombe” (quando le “onde” fanno più paura) dall’altra, ci pone vulnerabili nel momento in cui… dobbiamo salutarci perchè così noi viviamo: per sempre prendendo congedo” (Rainer Maria Rilke).

Pensando, quindi, al momento difficile che tutti stiamo vivendo e, soprattutto, a coloro che non hanno più la possibilità di un incontro con lo sguardo dell’amato, ho ritenuto doveroso portarlo a conclusione con la maggiore intensità emotiva possibile.

Quel che resta del giorno è nuvola scura, è lama di paura, è miseria d’ossessione, è ricatto di pazzia. È la fine d’una poesia. Quel che s’apre di notte è tormento insensato, è un perchè ricercato, è peso sul cuore. È colpa d’errore. Come si muore? Non si muore una volta sola. Chi di questo ha paura, non è stato vivo. Mai. (Teresa Tripodi)

Come si affronta un dolore?

Chi, come me, esercita la professione e la “funzione” dell’incontro con il “profondo” abbraccia, in un transfert energetico imprescindibile, l’infelicità dell’altro.

Ho letto (e condivido) che, a quello fisico, si accompagna invitabilmente il dolore dell’Anima. Propria e Altrui.

Uno dei componenti del nostro viaggio terreno è inequivocabilmente il dolore. Che ci accompagna fin dalla nascita. Veniamo concepiti nel piacere e nasciamo col dolore di chi ci accompagna al Mondo” (Maurizio Insana)

Sigmund Freud ci ha spiegato che la sofferenza ci minaccia da tre parti: dal nostro corpo che, destinato a deperire e a disfarsi, non può eludere quei segnali di allarme che sono il dolore e l’angoscia; dal mondo esterno che contro di noi può infierire con forze distruttive inesorabili e di potenza immane, e infine dalle nostre relazioni con altri uomini. La sofferenza che trae origine dall’ultima fonte viene da noi avvertita come più dolorosa di ogni altra”.

Qualcuno sostiene che chi è in grado di descrivere il proprio dolore, anche se piange, sia sul punto di consolarsi… già, ma da dove viene questo strano sapore che mi attanaglia il petto, bloccando il respiro e togliendo certezza alla mia capacità di sapere, sempre, cosa accadrà nei meandri delle mie emozioni?

Ho ascoltato le pene di una mamma, la sua disperazione all’idea di non potere più proteggere il figlio dalla paura del buio, avendolo abbandonato al freddo, sotto una lastra di gelido marmo. Ho letto nel cuore di chi ha perso se stesso.

Ho attraversato molte “piazze dal non ritorno”.

Ho visto “Burattini senza fili” capaci di strappare uno sguardo dolce ad una fronte troppo giovane per staccare la spina…. che “veste” il dolore del mondo e termina così, in un muto contegno… tra i rantoli che invocano amore, dentro il silenzio e la paura di una mano che cerca… ma non trova.

Ventuno grammi. Questo, pare, sia il peso che si perde quando si muore.Tre secondi esatti. Ho letto che è il tempo che impiega lo sguardo dell’anima, quando ti dice che sta andando “altrove”.

Dividendo questi due fattori si arriva al numero sette. Quanti sono, per i più, i momenti importanti della vita. Quando ti sei visto come un Re, al centro dei tuoi genitori; quando, a scuola, i tuoi compagni ti hanno accettato nel gruppo; quando hai scoperto di essere diventato grande; quando hai fatto battere il cuore di chi avrebbe voluto un po’ più di te; quando hai stretto fra le braccia il tuo bambino; quando hai centrato un obiettivo concreto; quando… hai percepito di amare, sentendoti amato.

Una risultante precisa, frutto del lavoro equilibrato della mente razionale.

Si deve concepire il dolore come un campo che, nell’ordine dell’esistenza si apre precisamente a partire dal limite in cui non c’è possibilità di muoversi… Non si dischiude forse qualcosa, a questo proposito, attraverso una specie di appercezione poetica, nel mito di Dafne che si trasforma in albero sotto la pressione di un dolore a cui non si può più sfuggire? Non c’è forse, in quel che noi stessi facciamo del regno della pietra, nella misura in cui non la lasciamo più rotolare ma la squadriamo e ne facciamo qualcosa di inamovibile, non c’è forse nell’architettura stessa una sorta di presentificazione (e pietrificazione N.d.R.) del dolore? (Jacques Lacan)

Mi hanno insegnato che bisogna rispondere alle richieste d’aiuto.

Forse è per questo che, ancora oggi, cerco di arrivare in tempo ad ogni squillo del mio cellulare… ho Giurato su Ippocrate, di dedicarmi a lenire le sofferenze dei più vulnerabili.

Incrocio sguardi, in attesa che io decida per “conto di”… ho calcolato, verificato, sperimentato, ogni possibile risposta sulle domande del dolore.

Quante volte, nel mio lavoro, ho spiegato che non è solo un caso se, oggi, sei triste; non è che domani, automaticamente, andrà meglio. Quello che non c’è, non ti può influenzare e quello che è stato non ti può inchiodare.

È il presente, che viene dall’avantieri, a preparare il domani. Che, una volta incontrato, è il confine fra l’oggi e quello che ti lasci alle spalle.

Sono ancora convinto che un dolore sincero, sia capace di distillare l’anima tra un sorriso e una lacrima. Ma che sia altrettanto vero che, più si diventa grandi e più si amplifica il dolore. Da piccoli soffriamo, magari, per una sbucciatura al ginocchio; da adolescenti per un cuore spezzato o per un cattivo voto. Da adulti, per lutti o rimpianti.

Perché, ad un certo punto della nostra storia, cambiamo così tanto? Siamo realmente liberi nel decidere i nostri percorsi di vita?

In linea di massima, la risposta potrebbe essere affermativa nel senso che basterebbe poter scegliere ciò che più piace e verso cui ci sentiamo più “legati”. Nella realtà dei fatti, qualunque attività decidiamo di intraprendere, dovremo sopportare dei costi pur traendone dei vantaggi.

Cos’è il rimpianto?

Uno stato d’animo determinato dal ricordo di qualcosa che avremmo potuto determinare ma che non abbiamo saputo vivere a pieno e ci ha lasciato un retrogusto amaro, in termini di aspettative non realizzate. E come se, ripensandoci, dicessimo mentalmente:Peccato, quella volta ho perso un’occasione!”

L’importante, comunque, è non determinare situazioni dalle quali si possa generare una situazione di rimorso che, invece, è connotato da emozioni fortemente conflittuali, dolorosamente e intensamente fosche per qualcosa (che abbiamo fatto direttamente o meno ma che avremmo potuto e dovuto evitare) a seguito della quale, qualcuno ha avuto un prezzo pesante da pagare.

Il tempo è bastardo… il tempo è amico, il tempo è solo un’idea… che grande bugia! Il tempo non è da buttare via. Il tempo è denaro ma è soprattutto nostro. Il tempo è amore e vita, sangue e passione… follia e poesia, malinconia e ricordo, sogno… il primo bacio, i gradini della scuola, i colori degli alberi a novembre, il Natale, i figli, le strette di mano, il letto da rifare, le fotografie, un amico che non chiama, una casa nuova e i problemi di prima. I discorsi di sempre. Imparare a crescere. Troppo, per una canzone sola. Ma ci si deve provare!” (G. Curreri)

Ma perché proprio a me?

Accadono cose che possiamo accettare solo quando riguardano gli altri. Ma quando coinvolgono noi, sembra proprio impossibile. Forse stiamo sognando? Si, ora apriremo gli occhi e scopriremo che è stato solo un incubo.

E invece no!

Capita, a quel punto, che ci guardiamo intorno per scoprire quanti altri condividano la stessa sorte. Per non “sentirci” soli, abbandonati su un percorso mai battuto, col morale sotto i tacchi. Eppure, siamo soli, nei pensieri, nel nostro cammino.

E capita, perciò, di scoprirmi indifeso, di fronte all’impotenza.

Si, perchè, molte volte ho creduto di tendere la mano in attesa di qualcuno che non è arrivato, forse per il mio troppo orgoglio o per la paura del rifiuto.

Capita, quando è il mio turno di trovarmi di fronte… una mano che si protende ad occhi chiusi, cosciente, nel proprio dolore, fisico e morale, che mi cerca, tremante. Cosciente di essere a un passo dalla fine. Ed io rimango incapace, sapendo di dolore ma non sapendo lenirlo. Presuntuosamente.

Perché?

Questa è una tastiera che io non so suonare. Forse, questa orchestra la dirige, direttamente, quel Dio che progetta la frontiera e costruisce la ferrovia.

L’ho già scritto ma non guasta ribadirlo. Ci sono molti modi di affrontare un dolore ma, sostanzialmente, trovandosi di fronte ad uno stato d’animo che si prova ogni qualvolta siamo costretti a subire un patimento, ci possono essere due derivazioni:

la disperazione che è quello condizione emotiva aggiuntiva, la stessa differenza che c’è tra lo stato d’ansia acuta e la perdita del controllo per il panico; si determina quando tu non sai cos’altro poterti aspettare, infatti disperazione è un termine latino composito, significa allontanamento da ogni speranza; perdi, dunque, la speranza ed il controllo della situazione. Da qui, è facile scivolare verso quel dolore di esistere che crea le basi della depressione endogena;

la sofferenza che, contrariamente a quello che si può immaginare, non è qualcosa di negativo; infatti, la derivazione etimologica, indica con il termine sofferenza quello stato d’animo particolare di difficoltà in cui ci si ritrova quando si affronta un problema… “resistendo”.

Ecco la differenza: resistendo. Perché?

Non perché a noi piaccia soffrire, ma perché la sofferenza fa parte dell’essere umano, perché è quell’elemento risolto il quale, noi ci troviamo migliori nel rapporto con noi stessi e nel rapporto con chi ci sta intorno.

E allora, non resta che spezzare le catene del freddo che sale, nel dialogo con me stesso… già, nel dialogo…

Ma cosa ho trascurato nel sapermi parlare?

Sto spesso in mia compagnia ma, quando è stata l’ultima volta che mi sono chiesto cosa avrei potuto fare, ancora, per chi ero così sicuro di conoscere? C’è qualcosa a cui sarei disposto a rinunciare, ora?

In cosa mi sento disponibile a cambiare, veramente, senza prendermi in giro?

Io vorrei trovare pace,
ma una pace senza morte;
una, in mezzo a tante porte,
si aprisse per poter campare!

Si aprisse una mattina
una mattina di primavera
per arrivare fino a sera
senza dire: “Chiudete là!”

Senza ascoltare più la gente
che ti dice: “Io faccio, io dico”;
senza ascoltare l’amico
che pretende di dare consigli.

Senza ascoltare la famiglia
che ti chiede: “Ma che hai fatto?”
senza scendere più a patti
con coscienza e dignità.

Senza leggere sul giornale
la notizia impressionante
che è un guaio per tutti quanti
e non sai come evitarlo.

Senza ascoltare il dottore
che ti spiega la malattia,
la ricetta in farmacia,
l’onorario da pagare.

Senza ascoltare il cuore
che ti parla di Concettina
Rita, Brigida, Nannina…
questa si…quell’altra no.

Perchè, insomma, se vuoi pace
e non sentire più nulla…
devi sperare soltanto
che venga la morte a prenderti?

Io vorrei trovare pace
ma una pace senza morte.
Una, in mezzo a tante porte,
vorrei, si aprisse per poter campare!

Si aprisse, una mattina,
una mattina di primavera
per arrivare fino a sera
senza dire: “Chiudete la!’”.

(Eduardo de Filippo)

Caro Lettore, l’immagine di copertina rappresenta un rinoceronte morente, ferito dall’ingordigia umana bramosa del suo corno. Una bambina, illuminata dal sole, consola l’afflitto promettendo di divenire migliore. Una lacrima irriga il solco di un così nobile proposito. Dal suo sacrificio, l’opportunità per una nuova umanità.

Ecco forse, il segreto per ricementare un sodalizio con la propria identità: rispetto, disponibilità, realismo e umiltà con, in più, il piacere di aprire un po’ meglio, le porte dell’animo, senza la paura di restare ferito.

Giorgio Marchese Direttore “La Strad@”

P.S. Dopo aver letto questo articolo, quando ne avrete voglia, provate a “ripassarlo” col sottofondo che vi suggerisco qui. Sarà ancora meglio.

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *