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Te ne sei andata via, oh madre mia! Ti sorregge un giovane ragazzo, oh madre mia, con un fiore bianco davanti! Oh madre mia, con me anche mia moglie… Oh madre mia, te ne sei andata per sempre! (Pivio e Aldo de Scalzi)

Ogni tanto accade che, irrefrenabilmente giunga, nella vita di ciascuno, il momento di fare un po’ di pulizia. Nell’attesa di riposizionare questioni esistenziali, si comincia con l’eliminare un po’ di confusione dai cassetti, come una sorta di catarsi simbolica. Ed è stato così che, come una pergamena dissepolta, ho ritrovato una indimenticabile dedica, ad una mamma speciale.

Mamma, ricordi?

Fosti tu a darmi, il primo, tenero abbraccio… mi hai concesso il privilegio di dare l’ultimo a te. Un triste addio sulla Terra per ritrovarsi uniti nella dimensione dell’amore infinito che unisce una mamma ai propri figli, andando oltre la morte, al di là del tempo e dello spazio.

Mamma, puoi credermi…

In entrambi i casi, quell’abbraccio è stato appagante, caldo, intenso… come solo una madre sa dare e che solo un figlio può capire.

Oh, Mamma…

Sdraiata sul tuo ultimo giaciglio… così simile ad un esile filo d’erba nel mezzo di un morbido prato su cui poter rotolare, dal quale, ancora farsi dolcemente accarezzare. Da accudire e amare.

Madre è un termine comune a quasi tutte le lingue del mondo e significa misuratrice, ordinatrice”, da cui tutto trae origine, in maniera ordinata. Ecco quindi, che, etimologicamente, identifica ciò che produce”, che contiene” e, quindi, porta in sé, la sorgente, la causa prima.

E allora, forse è per questo che di fronte ad un pericolo, ognuno di noi esclama, inconsapevolmente e irrefrenabilmente: “Oh… mamma mia!”. Che diventa “Oh, Madre mia!” quando siamo avvinti da un grande dolore, o dal vuoto dell’angoscia esistenziale. Ecco perché, quando allentiamo l’abbraccio da questa generatrice e, osservandola allontanarsi scendendo verso quel Gange che è l’epilogo della vita terrena, ci sentiamo così precari.

Oh, Madre mia!

il termine precario deriva dal latino e identifica una posizione ottenuta, a seguito di preghiera, per concessione altrui e, di conseguenza, condizionata (nella qualità e nella durata) dalla volontà del concedente.

Il concedente…

Ciascuno di noi viene concepito e cresce in un mondo femminile che, fisicamente (quindi, senza voler mancare di rispetto ad alcuna), può essere definito come un “contenitore attivo equivalente ad un terreno di coltura capace di induzione epigenetica, anche se condizionato dall’esterno”. Cioè, un organismo in grado di fornire tutto quello che serve (dalle primordiali frequenze di oscillazione elettromagnetica, all’aria, al cibo…) per far si che, cellule a forma di mora, diventino un bambino!

Quel che resta insostituibile della madre è la testimonianza che può esistere ancora, nel nostro tempo, una cura che non sia anonima, una cura che ami il particolare più particolare del soggetto, una cura capace di accogliere la rugiada che viene alla luce del giorno… Ed è proprio questo amore che la maternità (nonostante tutte le trasformazioni ipermoderne che ne hanno modificato la fenomenologia) ha il compito di custodire.
Massimo Recalcati –
Le mani della madre)

Quanto espresso da Massimo Recalcati, sulla scorta delle riflesisoni di Jacques Lacan (come ho avuto già modo di precisare)era stato, a suo tempo, intuito da Carl Gustav Jung con il concetto di Inconscio collettivo e Inconscio Individuale e spiegato da Giovanni Russo con il concetto di Energia Universale condensata nell’Energia Vitale Umana:

Cioè, sostanzialmente, l’evoluzione (nell’arco di tempo compreso dal Big Bang per oltre 15 miliardi di anni, fino ai giorni nostri) degli elementi fondamentali dell’Universo (l’Energia vitale sotto forma di gas, polvere di stelle, etc. governata e “istruita” da elettromagnetismo, gravitazione, interazione forte e debole) è stata condensata nel nostro DNA.

Questo filamento a doppia elica che dà vita ai cromosomi deve essere inteso, quindi, come un enorme deposito di informazioni che si sono modificate in milioni di anni per consentirci di apparire sotto forma umana, in grado di funzionare, per ciò che è indispensabile (duplicazione cellulare, metabolismo, impulsi nervosi, “istinti pulsionali”) a prescindere da modelli educativi impartiti.

In pratica è come se, Madre Natura, avesse plasmato (dai primi batteri fino alle forme di vita più evolute) le trasformazioni necessarie a dar luogo ai “complessi” e “articolati” Esseri Umani i quali, alla stregua di un Computer appena comprato, sono in grado di funzionare (per le elementari ma fondamentali operazioni inconsapevoli) grazie ad un sistema operativo installato dal “Costruttore/Costruttrice Madre” che verrà, in seguito, arricchito di programmi dall’ambiente (Famiglia, Scuola, Società in generale) capaci di attivare la nostra capacità di contestualizzarci in maniera consapevole.

L’ARCHETIPO, dunque, è il sistema operativo capace di “guidare” il nostro sviluppo embrionale intrauterino (in pratica quando da una cellula indifferenziata, lo zigote, un po’ alla volta diventiamo piccoli esseri umani pronti a venire al mondo).

Almeno all’inizio della nostra vita extrauterina, ci leghiamo fortemente alla mamma (riconosciuta per via degli odori e degli umori… ma non solo) come fonte primigenia di vita e di appartenenza.

Nel prosieguo, in base alla corretta estrinsecazione o meno dei vari fattori di attaccamento, molto del carattere materno, condizionerà le nostre scelte sul piano, soprattutto, del rapporto con il potenziale compagno (di vita o del momento).

Ma perchè la mamma è così importante?

Perchè, per ognuno di noi è “casa”; infatti, siamo cresciuti in lei e conosciamo, di lei, anche quello che, a lei, è nascosto (la sua frequenza respiratoria, la peristalsi intestinale, gli equilibri idroelettrolitici del liquido amniotico, i rilasci ormonali…. la sua vita più intima, insomma, proprio dal di “dentro”). Ecco perchè, alla nascita, noi cerchiamo quella “cosa” che ci ricorda la “casa”.

Moderni studi di psicobiogenetica delle cure maternali, hanno dimostrato l’assunto della “memoria implicita delle esperienze” di D. Winnicot per cui si è arrivati a comprendere che, quando la “casa” (in questo caso, le attenzioni materne fin dai primi istanti delle nostra venuta al mondo) è troppo accogliente o troppo poco accogliente, ci sentiamo oppressi o abbandonati.

Per essere aiutati a “crescere”…

una mamma “sufficientemente buona” dovrebbe, prima far credere al bambino di avere un potere immenso su tutto e, dai due/tre anni di vita in poi, “disilluderlo” aiutandolo ad accettare il fatto che, senza impegno, non otterremo alcun risultato.

In funzione di quanto abbiamo percepito e accettato l’idea che la mamma non è proprietà esclusiva e che, anzi, rappresenta un elemento esterno a noi (costanza dell’oggetto), l’angoscia che ne consegue, la scarichiamo addosso a lei e alle figure femminili di riferimento (psicologicamente o fisicamente) oppure ce la teniamo dentro, nell’attesa di una Donna adeguatamente “responsiva”, in grado di ricordarci la reverie materna

Ed è per questo che, come scritto qualche rigo più sopra, ogni volta che ci si trova in difficoltà, l’espressione più usata è “Oh, Madre mia!”

Vero è altresì che personaggi del calibro di Jacques Lacan o Melanie Klein, hanno descritto in maniera inquietante il desiderio materno proponendo di accostarlo alla bocca spalancata di uno spaventoso coccodrillo. “In questa versione la madre, anziché fungere da riparo dall’angoscia, la provoca, la scatena, diventa un’incarnazione terrificante della minaccia che rende instabili sia il mondo esterno che quello interno”.

L’ipotesi è che nell’inconscio di ogni madre (anche di quella più amorevole e dedita sinceramente al bene dei propri figli) risieda una spinta indomita a fagocitarli.

Con gli occhi di una mentalità più moderna possiamo ipotizzare che, con molta probabilità, non si tratterebbe di impedire al figlio di muoversi verso la vita ma, semmai (forse per via di proprie paure inconsce), di tentare di proteggerlo, simbolicamente, nella propria bocca alla stregua dei pesci incubatori orali che custodiscono, in tal modo, i propri avannotti fintanto che non diventano grandi abbastanza da nuotare verso l’ignoto.

Sarà quel che sarà…

…ma, probabilmente possiamo, da figli, considerarci come degli alianti in attesa del distacco dall’aereo madre che ci ha portato lì, dove ci giocheremo vita e destino con le correnti ascensionali, confidando sulla benevolenza della Madre di tutte la Madri. E, ciascuno, ci veda chi vuole.

Oh, Madre mia… Si può fare!

Madre,sin da quando ero bambino ho cercato il tuo calore… ricordi quando infilavo le mie dita fra le tue avvicinando il mio volto sul tuo grembo? Già uomo, mi sono abbandonato a te, capace di farmi tornare bambino accarezzando i miei riccioli ribelli. Madre, mi mancano tanto la tua saggezza, quanto quegli occhi, specchio della mia anima. Mi hai insegnato a cercare il sole oltre le nuvole per illuminare i miei pensieri: oggi dietro quel tramonto, cercherò te. Ciao Mamma… semplicemente, Grazie! Tuo figlio Mariano.”

Giorgio Marchese Direttore “La Strad@”

Un affettuoso ringraziamento a mio fratello Mariano, per aver amato così tanto nostra madre e per la sua poesia, da cui ho tratto l’ispirazione per questo editoriale.

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