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Questo articolo, pubblicato per la prima volta il primo maggio 2010 e, ora, considerevolmente arricchito, non vuole sostituirsi ad alcun manuale per addetti ai lavori né, tanto mento, alla consulenza specialistica “ad personam”.

Si propone, semmai, l’obiettivo di indagare un mondo di sofferenza assai diffusa, considerando il punto di vista neurologico, psichiatrico e psicoterapeutico non senza delle riflessioni improntate al comune buonsenso. La materia è vasta e, di conseguenza, quanto riportato riflette la sua ponderosità cercando di essere, tuttavia, il più divulgativi possibile.

Il tutto, per capire, comprendere e ridurre la “paura di aver paura”.

Le considerazioni e le conclusioni tengono conto degli studi del dott. Giovanni Russo medico psicoterapeuta, Fondatore della Scuola di Formazione in Psicoterapia ad indirizzo Dinamico – SFPID e ideatore del modello psicologico “Pragmatico Eclettico/epistemologico Analitico – PEA”

BUONA LETTURA

 

Io senza te, sono neve al sole… perché io senza di te mi lascio cadere… nei giorni che verranno in tutte queste cose che accadranno… perché io senza di te sono neve al sole. Amo la tua follia, amo farmi portare dal mare come una danza, amo la mia e la tua magia, io amo sentirti ancora mia… perché io, senza di te, sono neve al sole. Oh, Signore, quante cose si fanno ancora per amore! Oh Signore fa’ che io ritrovi lei, perché è colpa del vento che soffia sull’anima. E quest’anima che ha bisogno d’amore e l’amore che fa della terra un cielo e questa vita che ti fa sentire come un gelato all’equatore… (Pino Daniele).

 

 

PREMESSA

L’ansia (così come la sua derivazione di angoscia) è una manifestazione emotiva di quello che proviamo di fronte a un evento reale o a quello che riteniamo che sarà un evento cui dovremo far fronte.

Quindi, non è il “primum movens” ma il risultato dell’attività della nostra Personalità (che, secondo i dizionari specialistici, è l’organizzazione dinamica degli aspetti cognitivi, affettivi, motivazionali e volitivi dell’individuo).

Il termine Personalità deriva dal latino “persona” (“per sonàr” à “risuonare attraverso”), che indicava, a suo tempo, la maschera dell’attore, cioè il suo ruolo fisso nella rappresentazione. E, ancora oggi, il significato principale (implicito nel termine) “è quello della fissità, della permanenza di un nucleo individuale irriducibile nella molteplicità e diversità dei comportamenti e delle situazioni ambientali” (Enciclopedia Garzanti di Filosofia, Epistemologia, Logica formale, Linguistica, Psicoanalisi, Pedagogia, Antropologia culturale, Teologia e Sociologia – Garzanti Ed. 1981)

Volendo sintetizzare, potremmo definire il termine Personalità come “l’insieme degli elementi che consentono l’acquisizione di informazioni (dal Mondo Esterno e dal proprio Mondo Interno), l’elaborazione delle medesime e la loro comunicazione mediante mezzi psicofisici caratterizzando in tal modo (mediante la creazione di “imprinting” di abitudini mentali più o meno flessibili), la peculiarità di un individuo.

Considerando questa premessa, un punto di osservazione è quello di distinguere l’ansia di tratto da quello di stato.

L’ansia di Tratto, si evidenzia come elemento relativamente stabile e “caratterizzante” del funzionamento di personalità. Chi possiede un tratto di ansia, manifesta un atteggiamento comportamentale il quale rispecchia la modalità con cui egli tende a percepire come pericolosi o minacciosi determinati stimoli e situazioni ambientali, reagendo con preoccupazione anche in quelle situazioni che non rappresentano una fonte di minaccia per la maggior parte degli individui.

L’Ansia di Stato provoca una rottura nell’equilibrio emotivo di quelle persone che non riescono ad adattarsi alle diverse situazioni che la vita impone e propone, al punto di indurre la persona a mettere in atto dei meccanismi comportamentali finalizzati a ridurre queste sensazioni. Paradossalmente, questi sistemi possono determinare situazioni maladattive che portano all’effetto opposto, ovvero all’aumento ulteriore dell’ansia, avviando un circolo vizioso sempre più condizionante.

LA VISIONE PSICODINAMICA / PSICOANALITICA

I fenomeni mentali, considerato che “tutto” parte dall’energia liberata attraverso il moto di azione e repulsione dei Quark…

Possono essere spiegati come risultato di un conflitto che deriva da potenti forze inconsapevoli (ad esempio, bisogni o desideri da appagare) che cercano un modo di esprimersi per essere consapevolizzate e, quindi, ottenere un “soddisfacimento”. Sono legate a necessità di tipo naturale.

Freud le chiamava “ES”

Tali forze, trovano, in noi, un costante “controllo” mediante resistenze in “controfase” (forze di azione opposta) che tendono ad impedire l’espressione delle prime e sono condizionate dalla morale del tempo e del luogo.

Freud le definiva “SUPER IO”

Esiste, poi, la parte di noi che dovrebbe decidere (più o meno consapevolmente) la strategia più adeguata per appagare ciò che serve, nel modo migliore.

Questo, Freud, lo chiamava “IO”

L’obiettivo è quello di evitare uno sbilanciamento e di creare una dinamica in “equiforze” fra chi “tira” e chi “resiste” onde consentire, in pratica, l possibilità di essere accettati, inseriti, integrati e, alla fine, inclusi. Evitando disadattamenti di tipo Sociale.

Secondo questo modo di osservare le cose, l’ansia diviene la manifestazione di un conflitto psichico fra le pulsioni provenienti dall’ES e le repressioni morali che si generano dal SUPER IO.

Volendo esemplificare il discorso, possiamo osservare l’immagine proposta e individuare nel cane (con tutta la sua prorompente vivacità) il principio dell’ES; nel guinzaglio, la resistenza del SUPER IO; nella persona, l’elemento “IO”.

L’ansia, quindi, nasce per la paura di non riuscire a “domare” l’ES (cioè, il cane) senza un SUPER IO (il guinzaglio, magari del tipo “semistrangolo”) adeguatamente incisivo.

Se ci riflettiamo, una simile condizione spiega il tentativo, che molti attuano, di vivere all’interno di schemi mentali rigidi e fortemente regolamentati.

Tutto questo, però, cozza con il principio di LIBERTA’ all’interno di una saggia MATURITA’.

Per cui, la soluzione è quella di raggiungere una adeguata maturazione dell’IO

  • mediazione tra Es, Super-Io, realtà;
  • esame di realtà,
  • immagine di sé;
  • orientamento spazio-temporale;
  • capacità di giudizio;
  • controllo delle pulsioni;
  • tolleranza delle frustrazioni;
  • Adeguata gestione dei conflitti interiori

In questo modo, si riuscirà a far dialogare le istanze di bisogni e desideri (nel rispetto della propria realizzazione) con le regole che, l’ambiente nel quale viviamo, si aspetta di vedere rispettate. E il cane, col suo fedele Amico, potranno finalmente guardarsi negli occhi, fidandosi reciprocamente perché, le giuste regole, saranno state correttamente introiettate.

Questo si chiama Libertà relativa nel rispetto dell’indipendenza di Pensiero nella propria solitudine interiore, senza l’esclusione ma con integrazione e adattamento.

Proviamo, a questo punto, ad approfondirci in maniera pragmatica, eclettica, epistemologica e analitica attraverso la risposta ad una serie di domande pratiche  e immediate

COS’E’ L’ANSIA?

(DEFINIZIONE)

Sensazione caratterizzata da agitazione, stato di incertezza e apprensione con un continuo stato di allarme e una penosa sensazione di impotenza di fronte a pericoli più o meno reali. Questa è la connotazione della condizione di sofferenza che affligge tutti coloro i quali raggiungono stadi di stress non più metabolizzabili.

Secondo le più accreditate associazioni mediche di categoria, questo disturbo induce oltre sette milioni e mezzo di italiani a consumare abitualmente ansiolitici, cioè farmaci antiansia. Inoltre, le stesse fonti dichiarano che, approssimativamente, altri cinque milioni di individui utilizzino farmaci composti da un ansiolitico associato ad altre molecole ad azione mirata contro i disturbi psicosomatici specifici per i cosiddetti “organi bersaglio” (cuore, stomaco, intestino, muscoli del collo e della schiena, etc.) affetti da disfunzione su base ansiosa (ansia somatizzata, o angoscia).

Si parla spesso (quando ci sono incontri, convegni, dibattiti) dell’ansia come di un disturbo caratterizzante del terzo millennio. Anche se simili definizioni sono inflazionate rispetto a diverse manifestazioni cliniche, effettivamente, per quanto concerne l’ansia, possiamo concludere che può essere con diritto considerata tale, tanto più che è una manifestazione che dimostra, tutto sommato, che di fronte a certe sollecitazioni noi agiamo da persone che riflettono, che pensano, perché riconoscono anche a livello inconsapevole di trovarsi di fronte delle difficoltà.

In base alle più moderne acquisizioni, si arriva alla conclusione che l’ansia è una risposta (tutto sommato) fisiologica ad una sollecitazione interna o esterna che il cervello riceve in conseguenza della stimolazione degli ormoni da stress, secreti in maniera direttamente proporzionale al tipo di “spinta” necessaria a sostenere un’attivazione globale: ognuno di noi, in parole povere, va troppo di fretta… e questo è il prezzo che deve pagare!

È necessario, comunque, effettuare una sostanziale divisione tra l’attivazione fisiologica di fronte a richieste di adattamento più o meno impegnative, che porta ad un tipo di stress positivo (o eustress) e quella condizione sofferente che si connota col termine di ansia e conduce allo stress negativo (o distress). L’elemento che distingue questi due stati d’animo “al confine”, è la percezione di disagio che proviamo quando siamo di fronte a quella tensione, quella preoccupazione, quel malessere che sentiamo in assenza di stimoli esterni o interni realmente “pericolosi”. In definitiva, si può parlare di ansia nel momento in cui “scatta” l’allarme anche quando non avremmo motivo di essere reattivi, ogni volta che proviamo una serie di segni fisici o psicologici disturbanti, anche se potremmo sentirci tranquilli e rilassati… facendo si che tutto ciò agisca “dolorosamente” sia su di noi che su quelli che ci stanno vicini!

COME LA RICONOSCIAMO?

(DIAGNOSI)

Le manifestazioni ansiose intervengono “apparentemente” senza una causa precisa, anche se vengono di solito scatenate soprattutto da avvenimenti esterni (incidenti, situazioni di tensione psicologica, conflitti, shock, delusioni). Il comportamento del soggetto ansioso può essere agitato o, al contrario, immobile per lo stato di panico che può raggiungere l’esperienza emotiva. Quasi sempre l’ansia psichica si traduce, a livello somatico, in quelle manifestazioni neurovegetative (distonie) che classicamente esprimono un’emozione: tachicardia, palpitazioni, algie precordiali (dolori toracici), sudorazione, secchezza delle fauci, penosa sensazione di soffocamento e di costrizione toracica o di peso epigastrico, dolori addominali, tremori, vertigini, annebbiamento visivo, disturbi urinari.


“L’ansia è come una sedia a dondolo: sei sempre in movimento, ma non avanzi di un passo” (Cit.)

BIANCO, ROSSO E VERDONE…

 

Oddìo, la polizia! Mannaggia!

Stai buono, che non è niente.

Ma come che non è niente! Ah nonna, se cercano questo facciamolo scendere. No?

Ti ho detto che non è niente! Cammina, che al novantanove per cento non cercano nemmeno me. È un controllo regolare.

Si! E se capita l’altro un per cento?

Ti ho detto di stare calmo! Con tranquillità, vai!

State tranquillo sor principe che poi ci penso io. Dovete sapere che io in tempo di ho salvato la vita

… a un soldato tedesco. Basta con stò soldato tedesco nonna!

Mò che gli dico io?

Vai avanti così, tranquillo senza agitarti.

Oddìo! Oddìo, scusi! Scusi, non l’ho fatto apposta!

Buongiorno!

Buongiorno

Libretto e patente, prego!

Libretto e patente... Si! Il libretto stà qua. Questo è il libretto. Mò la patentre! Ecco qua!

Questo è mio figlio!

Io sono suo nipote

Allora lui è suo padre?

Mio padre questo? Ma che sti a scherzare stai?

Allora è suo zio?

E’ mio zio? Ma chi lo conosce a questo! Oddìo! Guarda, a me sta scoppiando il cervello! Guarda nonna, guarda confessiamo tutto! Non ce la faccio più! Lasciami perdere!

Questo è mio figlio! Stò figlio mio ieri ha mangiato, ha bevuto, ha dormito sempre con me!Questo ha un alibi di ferro che non finisce mai.

Senta, può scendere?

A me?

Venga

Vede, se mi fa parlare le spiego la caciara che stanno facendo questi due matti.

Mi favorisca i documenti.

I documenti? Ah marescià, veramente io! I documenti me li hanno rubati.

Innanzitutto non sono maresciallo e lei accosti per favore. Lei venga con me.

Aspetti!

Brigadiere!

Stai buono! Mi stai facendo fare un oltraggio.

Brigadiere!

Aspetta, no? Che stai a dare retta a questo stronzo e a quella?

Anzitutto, lei moderi i termini e venga con me a chiarire la situazione.

Gli ho fatto pure l’iniezione. Ah stronzo, sei contento che mi hai fatto pure carcerato?

Stia fermo con le mani, cammini!.

Ah infame! Ah infamone! Mi hai fatto carcerato! Ah infame! Ah infamone!

Cammina, entra, adesso chiariamo. Entra dentro

E‘ proprio vero! Hai proprio una faccia da stronzo che non finisce mai!

 

QUANDO SI PRODUCE?

(Quadri clinici in cui compare la sintomatologia ansiosa)

Partendo dal principio che essa stessa è un sintomo e non la causa prima, al di la delle spiegazioni sopra riportate, si può osservare la presenza di questo disturbo in molti quadri studiati e analizzati dalla psicologia clinica e dalla psichiatria. L’ansia è di frequente riscontro negli stati depressivi; essa rappresenta, inoltre, il sintomo fondamentale della maggior parte dei disturbi della personalità (fobie, ossessioni, isterie, etc.). L’ansia si riscontra anche nelle fasi acute delle psicosi mentre, al di là di queste ultime è, in genere, poco evidente, poiché mascherata dai sintomi della patologia di fondo. Certe depressioni malinconiche si manifestano in concomitanza di uno stato d’ansia particolarmente intensa e tale, a volte, da spingere il soggetto al suicidio. La manifestazione ansiosa può, inoltre, essere presente anche in molte malattie organiche (cardiopatie, insufficienza respiratoria, asma, malattie neurologiche localizzate al tronco dell’encefalo, ipertiroidismo, etc.). Infine, l’abuso di certi farmaci (amfetaminici, barbiturici, ormoni corticosteroidei o tiroidei, etc.), può scatenare, soprattutto nei soggetti predisposti, stati ansiosi.

QUANTI TIPI NE ESISTONO? È SEMPRE NEGATIVA? COME LA SI PUO’ CURARE?

(Classificazione – Manifestazioni – Terapia)

RISPETTO AL PASSATO, SUL PIANO DELLA PSICHIATRIA, I VARI TIPI DI MANIFESTAZIONI ANSIOSE SONO STATE INSERITE ALL’INTERNO DI SPECIFICHE CATEGORIE DIAGNOSTICHEl. AD ESEMPIO, IL  DSM IV TR PREVEDE:

  • Disturbi di attacchi di panico
  • Fobie
  • Disturbo ossessivo compulsivo
  • Disturbo post traumatico da stress
  • Disturbo d’ansia generalizzata
  • Disturbo acuto da stress

Ad ogni buon conto, per iniziare ad orientarci in questo vasto mondo dell’ansia, proponiamo l’approccio del dr. Giovanni Russo

Prioritariamente, dal momento che l’ansia consegue ad un’accelerazione emotiva, ogni stato che scombussola significativamente, nel bene o nel male, il nostro umore, può creare uno stato di disagio ansioso, sia nell’attesa di buone notizie (ansia da gioia incontenibile) che di eventi spiacevoli (ansia da frustrazioni.


Volendo scendere un po’ più nel dettaglio e riprendendo alcuni concetti espressi precedentemente, possiamo riconoscere due aspetti fondamentali (con molte sfaccettature) della manifestazione ansiosa:

* Ansia fisiologica

* Sindrome ansiosa (ansia acuta, cronica, posta traumatica)

ANSIA FISIOLOGICA.

 

Quando viene richiesto un adattamento nei confronti delle vicissitudini della vita. Esempio: quando una persona deve affrontare una prova più o meno impegnativa (esame, colloquio di lavoro, viaggio nuovo, incontro d’amore, trasloco, etc.) determina, in genere, un lieve stato ansioso, che rappresenta una sorta di attivazione da stress positivo che consente al suo corpo e alla sua psiche di orientarsi nella maniera più adeguata verso l’imminente evento, al fine di prepararsi a risolverlo nel miglior modo possibile. In questo caso l’aumento dell’attenzione, della concentrazione, della memoria, della tensione muscolare e di altre funzioni psicofisiche (incremento della pressione arteriosa, della frequenza cardiaca, dell’attivazione delle ghiandole surrenali, etc.) è considerato come una sorta di “carica energetica” finalizzata al superamento dell’evento. Tuttavia quando, in altre situazioni, questo stato è continuo oppure diviene troppo intenso, provoca al contrario, un considerevole decremento delle funzioni sopra descritte. In altre parole la persona può perdere memoria, concentrazione, essere disattenta, sentirsi troppo stanca e improvvisamente “vuota” dal punto di vista mentale tanto da essere incapace di adeguarsi normalmente alla vita di tutti i giorni. Terapia. In questo caso, bisogna concedersi un tempo adeguato di recupero dal superlavoro; inoltre, sarebbe opportuno imparare a gestire meglio (magari con una serie di colloqui di analisi personali) lo stress. In alternativa, la situazione può essere affrontata (sul piano esclusivamente sintomatico e non curativo) in tempi brevi con farmaci utilizzati al bisogno o, comunque, per periodi limitati. È, comunque, utile scaricare l’eccesso di tensione, attraverso il dialogo (con qualcuno che sappia ascoltare molto e parlare poco) o l’attività fisica.

Va aggiunto che, anche il ridimensionare un evento significa mettersi in condizione, attraverso un training personale (in modo tale da rendere la propria personalità più capace di adattarsi), di divenire meno rigidi e, tutto sommato, prescindendo dall’utilizzo dei farmaci.

Per quanto riguarda l’aspetto meno fisiologico dell’ansia, se ne riconoscono generalmente tre aspetti ben definiti: l’ansia acuta, l’ansia cronica e l’ansia post-traumatica (di cui si parla molto).

SINDROME ANSIOSA

A differenza della situazione precedente, siamo in presenza di un profondo disagio psicologico caratterizzato dall’amplificazione del senso di irrequietezza e dall’aggravarsi della sensazione di angoscia (sensazione di opprimente costrizione al torace e alla gola che può avere cause organiche o psichiche), spesso accompagnata da sintomi corporei variegati da diversi livelli di intensità.

Questo si genera nei conflitti generati da senso di inadeguatezza…

…oppure quando si attende una cattiva notizia.

MA CHE COLPA ABBIAMO NOI…

Mio figlio quel giorno era carino, sorridente, ben pettinato, insomma io volevo fotografarlo. Però, ogni volta che cercavo di scattare loro si muovevano così, improvvisamente da una parte all’altra e mi uscivano di campo e io glielo dicevo “state fermi!” ma mia moglie, bellissima quel giorno veramente dovete credermi bella, bella, “ma Ernesto, siamo fermi!” A me sembrava che si allontanassero sempre di più, lontani. Diventavano piccoli loro, la cattedrale e io dovevo correre con la macchina in mano per cercare di inquadrarli e, finalmente, quando sono riuscito a scattare mi sono accorto che non c’erano più. Spariti! Il bello è che è è sparita pure la cattedrale, è rimasto solo il campanile.

“E poi?”

“E poi è finito!”

“Ehm, posso anticipare quello che dirà poi la dottoresa? Grazie! Perché, secondome, la spiegazione è semplicissima e pure banale”.

“Non c’è mai niente di banale”

Vabbè! Comunque, seguimi: tua moglie e tuo figlio sono gli affetti che hai effettivamente perso. Che tu hai tradito. La chiesa è la casa, che tu hai disintegrato. E loro che si allontanano, è il nucleo familiare che è distrutto, tantè che tua moglie ti ha sbattuto fuori di casa e vivi in un residence no? Eh! Questo è un classico senso di colpa di matrice cattolica infatti, ti sei sposato in chiesa!”

“No!”

“Come no?”

“No, scusate! Vogliamo parlare dell’unica cosa che rimane in piedi in questo sogno no? Il campanile! Eh! Ne parliamo del classico simbolo fallico?”

“Ecco, lo sapevo! Non si può nominare più un aereo in decollo, un treno in una galleria, un obelisco. Sono sempre simboli fallici. Che noia!”

“Ernesto, scusa, c’è una cosa che non mi torna molto. Ma perché fai vestire tuo figlio da prima comunione e poi tu non ti sposi in chiesa? Perché?”

“Perché è un sogno!”

“…… lo sai benissimo che non è che sempre nei sogni uno più uno fa due eh? Allora il mio sogno riccorente, io vestita da sposa che percorro questo binario morto che cosa vorrebbe dire? Che non mi sposerò mai?”

“Scusate, possiamo sentire il parere della dottoressa?”

“Ecco si!”

“Ma che fa?”

“Ci sta pensando!”

“E, ma quanto ci pensa?”

“Oddìo, ma si sta bruciando la mano con la sigaretta”

“Dottoressa, dottoressa, il posacenere. Dottoressa, si sente bene? Guardate che non si sente bene!”

“Dottoressa!”

“Dottoressa! C’è qualcosa che non va?”

“Ma sta malissimo! Sta malissimo!”

“Facciamo qualcosa”

“Dottoressa mi sente? Mi sente?”

“Toccatela”

“Dai, è svenuta, è svenuta”

“Prendila per le gambe, tira su le gambe”

“Piano, piano”

“Non urlate!”

“Poggiatele la testa sul cuscino”

“Slacciatele la camicetta, dai chiamo qualcuno!”

“Il polso, devi sentirle il polso. C’è o non c’è?”

“Cazzo! Non riesco nemmeno a trovarlo!”

“Mi dai un ansiolitico?”

“Non ce l’ho l’ansiolitico!”

“Dammene uno tu”

“Non ce l’ho!”

“Gabriella ce l’ho io. Non è che hai bevuto alcol?”

“Che numero faccio, il 119?”

“Ma no, quello è il numero delle ricariche che c’entra!”

“Respira”

“Non respira un cazzo!”

“Dammi un pò uno specchietto per favore!”

“Mamma che casino, che casino!”

“Se diventa opaco vuol dire che respira”

“No, ma che cosa hai fatto!”

“Sei troppo cretino, sei troppo cretino!”

“Aspetta, c’è il salvavita. Io spingo”

“Prova, prova, schiaccia!”

“E’ capace che viene il figlio”

“Dai”

“Che succede?”

“Si sta chiudendo la tapparella”

“Ma dove hai schiacciato?”

“Riapro!”

“Accendete la luce”

Oddìo, non ci capisco niente!”

“Accendete la luce per piacere, non mi sento bene!”

“Statevi zitte!”

“Allora, andiamo!”

“Cerchiamo di ragionare”

“Oddìo, mi sento male!”

 

 

COME NASCE LA “MEMORIA” DELLA PAURA?

Come possiamo notare nell’immagine  sotto riportata, i primi contatti con le difficoltà del mondo esterno, li abbiamo mediante il filtro dell’allattamento al seno.  In base al livello di Stress prodotto da nostra madre, il quantitativo del neuromodulatore (mediatore chimico delle emozioni) definito “Fattore di Necrosi Tumorale” in maniera inversamente proporzionale. Da ciò, il nostro Ippocampo (fondamentale per l’apprendimento) ricava cosa dobbiamo aspettarci in termini di problematicità esistenziali.

 

Se, a questo, aggiungiamo l’altro importantissimo ruolo che riveste nostra madre nel “principio del rispecchiamento”, attraverso cui ci trasmette (fin da piccolissimi) il suo piacere di averci fra le braccia e il suo rapporto con il proprio essere stata bambina e, di fatto, diventa (psicofisicamente, col suo sguardo su di noi) la nostra “finestra” sul mondo, ecco che, uno dei compiti che ci tocca sarà quello di colmare le lacune di chi ci ha preceduto, facendo leva sui punti di forza che ci sono stati trasmessi, con l’amore e la dedizione di una adeguata responsività.

 

 

 

L’archivio dei brutti ricordi si trova nella corteccia del cervelletto: un gruppo di cellule che finora si pensava fossero coinvolte solo nel controllo del movimento gioca invece un ruolo importante nel costruire i ricordi spiacevoli. La scoperta, italiana, e’ pubblicata sulla rivista dell’Accademia delle scienze degli Stati Uniti, Pnas. Il gruppo dell’Istituto nazionale di neuroscienze di Torino, diretto dal neurofisiologo Piergiorgio Strata, ha trovato così una nuova e importante tessera nel mosaico dei meccanismi che fanno ricordare le paure. “Nel cervello – spiega Strata – il quartier generale della paura resta l’amigdala’, uno dei magazzini della memoria. Ma questa, collabora con altre strutture della corteccia prefrontale e del cervelletto”.

 

La mappa per ricostruire la memoria della paura e’ davvero complessa, ma la ricerca è a buon punto. Adesso Bibiana Scelfo, Benedetto Sacchetti e Strata, del dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Torino, hanno scoperto che un particolare tipo di cellule della corteccia del cervelletto, chiamate cellule di Purkinje, sono le archiviste dei brutti ricordi. Le connessioni che formano tra loro (sinapsi) si modificano nel tempo in modo che solo gli stimoli effettivamente legati tra loro diventino parte dello stesso ricordo. ”Da tempo – dice Strata – si è visto che la memoria è legata a modificazioni permanenti delle sinapsi”.

Finora si riteneva che le uniche sinapsi coinvolte nei ricordi, fossero quelle eccitatorie, che raccolgono gli stimoli, ma adesso i ricercatori italiani dimostrano che le sinapsi inibitorie sono altrettanto importanti perché intervengono per bilanciare l’attività delle sinapsi eccitatorie, circoscrivendo così gli stimoli e facendo in modo che vengano archiviati solo quelli necessari a definire il ricordo.

L’attenzione dei ricercatori si e’ concentrata sull’area del cervelletto legata all’espressione della paura (V d VI lobo del verme) e che si attiva dopo un periodo di condizionamento nel quale l’animale impara ad associare uno stimolo innocuo a uno doloroso e ad averne quindi paura (per esempio un suono seguito a breve distanza da una piccola scarica elettrica).

Nello studio sono stati osservati tre gruppi di topi sottoposti a stimoli diversi: uno stimolo acustico seguito a breve da uno stimolo doloroso, uno stimolo acustico seguito a lunga distanza da uno stimolo doloroso, nessuno stimolo. A 24 ore dal condizionamento i ricercatori hanno analizzato i circuiti neuronali dei topi in cerca di cambiamenti morfologici e in questo modo hanno scoperto il diverso ruolo delle sinapsi eccitatorie e inibitorie. “Il prossimo obiettivo della ricerca – conclude Strataè identificare le molecole responsabili dei cambiamenti morfologici”. Un lavoro che richiede attrezzature molto sofisticate e costose e che Strata prevede di condurre in collaborazione con l’Istituto Santa Lucia di Roma, del quale dirige un laboratorio. Grazie alla proteomica si prevede di misurare il livello delle proteine nei tessuti del cervelletto di topo che conservano brutti ricordi, confrontati con quelli che non ne hanno. (Fonte ANSA – )

Somatizzazione dell’ansia

Come è possibile che l’ansia, oltre ai sintomi psicologici, determini un coinvolgimento organico più o meno imponente? La risposta sta nel risultato di ricerche sul sistema nervoso umano e i suoi collegamenti con comportamenti psicologici. Per l’equilibrio di numerose funzioni del corpo di fronte ai molteplici stimoli dell’ambiente, il sistema nervoso autonomo riveste una grande importanza.

Si tratta di un sistema che agisce appunto autonomamente, cioè senza il controllo volontario consapevole ma gestito a distanza, dai centri in cui si generano le emozioni. Il sistema nervoso vegetativo, si divide in due parti: “sistema simpatico” e “parasimpatico”. Ambedue si collegano a molti organi del corpo (cuore, vasi sanguigni, muscoli bronchiali e polmonari, stomaco, intestino, organi sessuali, ghiandole endocrine ed esocrine, vescica urinaria, etc.) agendo su di loro in modo sinergico per assicurarne sempre la migliore funzionalità di fronte a qualsiasi stimolazione ambientale. Il sistema simpatico produce risposte negli organi che preparano all’attività (o all’emergenza) provocando per esempio l’aumento della frequenza cardiaca, della pressione arteriosa, della glicemia e, più in generale, l’aumento dell’attivazione e della disponibilità di “energia”. Il sistema parasimpatico, invece, produce, a livello degli stessi organi, modificazioni generalmente in direzione opposta. L’equilibrio della funzionalità dei due sistemi, viene modulato da centri nervosi particolari (quali, ad esempio, il lobo limbico, coinvolto nella genesi delle emozioni).

Dunque, a ogni emozione non corrisponde solo una reattività strettamente psicologica ma anche una risposta da parte degli organi del corpo mediata, appunto, dal sistema nervoso autonomo. Ecco quindi perché in concomitanza con l’angoscia e il terrore riferiti da chi soffre di attacchi di panico, oppure con lo stato di tensione diffuso e persistente di chi presenta ansia generalizzata, si manifestano anche sintomi “apparentemente” solo corporei (palpitazioni, nodo in gola, tremori, vertigini, formicolii alle mani e ai piedi, difficoltà digestive, etc.).

LE BASI MOLECOLARI DELL’ANSIA

La paura è una reazione che aiuta gli organismi a riconoscere, memorizzare e predire il pericolo, quindi promuove la sopravvivenza. L’esposizione allo stress può contribuire ai cambiamenti morfologici che determinano il rimodellamento neuronale che, a sua volta, può modificare la capacità delle connessioni sinaptiche e condurre alla generazione dell’ansia e della paura.

Alcune proteasi sono posizionate in maniera strategica all’interfaccia neuroni-matrice extracellulare, partecipano al rimodellamento di cui sopra si è parlato e quindi facilitano la generazione della paura e dell’ansia. Una di queste è la neuropsina, proteasi posizionata in questo modo, a facilitare, quindi, la plasticità indotta dallo stress dovuta alla sua alta espressione nell’amigdala e nell’ippocampo.

Il lavoro pubblicato su Nature, (Neuropsin cleaves EphB2 in the amygdala to control anxiety. Benjamin K. Attwood, Julie-Myrtille Bourgognon,et al. Nature. Published online 20 April 2011) caratterizza una delle vie biochimiche collegate allo stress. Utilizzando un modello animale si è dimostrato che, in risposta allo stress, l’amigdala determina una over-espressione di neuropsina, la quale, interagendo con alcuni recettori determina, a sua volta, l’attivazione di una via che prevede l’espressione di alcuni geni che codificano per proteine coinvolte nella modulazione dei comportamenti associati all’ansietà, responsabili della risposta allo stress a livello cellulare. Bloccando farmacologicamente o attraverso la terapia genica l’espressione della neuropsina nei topi veniva modulato lo sviluppo dei comportamenti ansiosi.

La caratterizzazione di questa nuova via biochimica apre nuove possibilità per il trattamento dei disturbi associati allo stress. Inoltre quello che emerge è il legame sempre più diretto fra i segnali ambientali, l’attivazione delle vie biologiche e i programmi genetici deputati.

 

 

QUAL E’ IL MECCANISMO DI PRODUZIONE DELL’ANSIA, NELLA NOSTRA MENTE?

(Avanzamenti “psicobioelettromagnetici”)


Il medico ricercatore italiano Giovanni Russo (prendendo spunto dal concetto di Archetipo junghiano per come esposto in questo articolo), già negli anni settanta del secolo scorso ipotizzò che la genesi della vita, sul piano psicologico dovesse avvenire, all’interno del DNA, nei suoi costituenti infra atomici.

In questo modo, praticamente, il ruolo della mente, darebbe quello di ripristinare il corretto meccanismo epigenetico col quale siamo venuti al mondo consentendo, al tempo stesso, l’acquisizione di nuove informazioni.

Da questi elementi, per capire ciò che accade “dentro” la mente umana, a livello di umore, in condizioni di ansia, il dott. Russo, schematizzò un’approssimazione di “scheletrato” di idea, alla stregua di una strutturazione chimica, indicando:

  • con il simbolo del triangolino, un elemento “moto – propulsivo” (dato parcellare di aggressività);

 

  • con il simbolo del cerchietto, un elemento “moto – adesivo” (dato parcellare di affettività)

 

  • con il simbolo del quadratino, un elemento di “moto produzione creativa” lucida e razionale (dato parcellare di neutrergia).

Di seguito, si riporta la schematizzazione di un’idea in equilibrio…

… per differenziarla da quella che genera l’ansia.


Prendendo a prestito una terminologia prevalentemente chimica, possiamo notare che la “dinamica energetica è prevalentemente “insatura” (legami “liberi”) e mista (elementi colorati in parte, che evidenziano conflitti), assenza di connotazione prevalente (ed esclusiva) negativa: in pratica si evince un’assenza di “punti fermi”, il ché crea l’umore che, “ondivago”, tende all’angoscia. Nel caso di ansia determinata dalla presenza di dati parcellari positivi, la motivazione presumibile sarà legata ad eventi positivi in eccesso (ad esempio, ansia da gioia incontenibile). In presenza, invece, di ansia conseguente a dati parcellari negativi o misti, la motivazione sarà legata ad eventi frustranti, non metabolizzati.

 

SECONDO QUESTO RAGIONAMENTO, COME SI PUO’ FARE PER EVITARE DI ESSERE TRAVOLTI DALL’ANSIA DEGLI ALTRI?

 


In conseguenza di queste spiegazioni, si può concludere che, un quadro di ansia, si gestisce innanzitutto scaricando la tensione (col movimento fisico, o con l’eloquio più o meno “intenso”) e, solo in un secondo momento, “saturando” le valenze libere (con spiegazioni tese a chiarire e tranquillizzare la situazione).

CHE DIFFERENZA C’E’ CON L’ANGOSCIA?

Questo termine viene dal latino “Angustia”, da “Angere” che significa, “Stringere” e identifica una sensazione dolorosa all’epigastrio (la “bocca” dello stomaco) accompagnata a difficoltà nel respiro e da profonda tristezza.

Il termine angoscia è stato utilizzato per la prima volta, in Filosofia, da seren Kierkegard, per identificare la condizione preliminare dell’essenza umana che emergeva quando l’uomo si poneva davanti ad una scelta. In pratica la libertà di scegliere getta in preda all’angoscia, perché si consapevolizzano le responsabilità derivanti dal fatto che una scelta positiva significhi, potenzialmente, milioni di scelte negative. L’angoscia è definita quindi come il sentimento della possibilità.

“Ogni essere umano è abbandonato a se stesso e costretto a operare delle scelte che possono prospettarsi errate, pericolose, o addirittura lesive per la sua stessa esistenza; quindi, dal momento che ciascuno condivide la stessa condizione di fronte all’atto di scegliere, l’angoscia è necessariamente un fondamento dell’essenza umana, primigenio e inalienabile”

Come espresso anche in altri articoli, La bellissima immagine proposta come illustrazione dell’articolo (tratta dal film “Il monello”, prodotto, diretto e interpretato da Charlie Chaplin nel 1921) basterebbe da sola, a spiegare, se socchiudessimo gli occhi e contattassimo la nostra interiorità più profonda (quella dove albergano i ricordi di quando, bambini abbiamo tentato di vincere la paura dell’abbandono con la maschera di un lupo cattivo, una volta divenuti adulti ma rimasti immaturi…), il concetto di angoscia: 

  • nel momento in cui capiamo di doverci assoggettare anche a quello che non ci piace ma che, in fondo, non potrebbbe essere diverso (e si chiama ANGOSCIA DI CASTRAZIONE);
  • ogni volta che sentiamo il peso di ritrovarci da soli e non siamo preparati ( e prende il nome di ANGOSCIA ABBANDONICA);
  • allorquando avvertiamo la paura di non potercela fare e ci sentiamo “persi” oltre ogni limite (e gli esperti la chiamano ANGOSCIA DI FRAMMENTAZIONE).

Attraverso lo stato d’animo sofferente che si genera in conseguenza della paura, esprimiamo due richieste fondamentali:

  • La prima (ESPLICITA): la preoccupazione di non essere capaci saper di reagire allo stress che si genera e la ricerca di qualcuno che ci rassicuri (Non risolta, produce il Panico)
  • La seconda IMPLICITA o SECONDARIA): il bisogno inconsapevole che qualcuno si prenda cura di noi e ci aiuti a far “crescere” il bambino impaurito che è, ancora, in noi (Non risolta, produce Angoscia)

Ecco l’importanza di acquisire informazioni per essere capaci di avere la necessaria chiarezza per stabilire poi il da farsi fosse anche il chiedere aiuto a chi è capace di darci una mano.

 

TERAPIA DELL’ANSIA. PROVIAMO A RAGIONARCI SU


Quale che sia la motivazione dello stato ansioso, per quanto riguarda la terapia, ogni approccio che si decida di seguire, dovrebbe, tenere in debita considerazione una base di Counseling, inteso come approccio che metta al centro la persona che ha bisogno, nel massimo rispetto. Solo a condizione di migliorare l’utilizzo delle proprie risorse, infatti, si gestisce meglio il quadro emotivo che si genera in conseguenza degli eventi che si producono dentro e fuori di noi.

Come specificato all’inizio di questo articolo, l’ansia è il sintomo di un problema e non il problema stesso.

Per avere la certezza di procedere nella maniera più idonea, quindi, accanto alle terapie farmacologiche che agiscono sul disturbo “ansia” è logico agire partendo dal principio: la strutturazione della personalità, che si divide, secondo il criterio Psicodinamico (soprattutto degli autori Kernberg e Bergeret)  in “organizzazione” e “funzionamento”.

MA FACCIAMO UN PASSO INDIETRO…

Fin dai tempi di Freud si riteneva che l’essere umano crescesse plasmando i propri potenziali in funzione delle stimolazioni del mondo esterno che determinavano nella sua personalità, delle ideali linee di frattura, alla stregua di ciò che accade nella formazione dei cristalli di ghiaccio. Allorquando il bambino, crescendo, si sarebbe confrontato con i primi veri ostacoli “scombussolanti”, la sua personalità avrebbe creato dei disturbi di funzionamento in relazione al tipo di vulnerabilità (linea di “frattura”) organizzatasi negli anni.

Questa dinamica, sarebbe nata da una peculiare espressione fenotipica delle informazioni contenute nel DNA creatasi, per apprendimento, dal rapporto fra accadimenti e capacità di adattamento (e resilienza) ai medesimi. Questo, Jung lo definivaArchetipo” mentre, la moderna Scienza parla di Epigenetica.

 Ad esempio, per capire l’importanza delle cure maternali nella possibilità di determinare, nella prole, un possibile disadattamento sociale con spunti ansioso fobici, possiamo seguire insieme la spiegazione della slide sotto riportata.

Come si può apprezzare nella parte alta, a sinistra, dell’immagine, le stimolazioni tattili sono in grado di stimolare il ricambio del neurotrasmettitore serotonina a livello dell’Ippocampo (che, come vedremo, più avanti, ha un ruolo cruciale nel meccanismo dell’apprendimento).

A livello della membrana delle singole cellule della zona interessata dell’Ippocampo, si ha un aumento (e, qui, già si apprezza il risultato del cambiamento in base alla mutata necessità) dei recettori capaci di far entrare la serotonina.

Il risultato di ciò, aumenta la sintesi (produzione) di alcuni enzimi che, comporterà una modifica negli elementi capaci di “convincere” il DNA a lasciarsi “leggere” dall’RNA in punti specifici.

In questo caso, i fattori di trascrizione (le famose proteine capaci di “convincere” il DNA) sono capaci di aumentare la sensibilità dei recettori di membrana capaci di captare i glucocorticoidi e di alterare il funzionamento dei recettori specifici per l’Ossitocina e la Vasopressina. Il risultato, determina un cambiamento nella gestione dell’ansia e delle relazioni sociali.

COME ABBIAMO AVUTO MODO DI OSSERVARE IN PIU’ PUNTI DELL’ARTICOLO, LA POSSIBILITA’ DI AFFRONTARE L’ANSIA SONO, SOSTANZIALMENTE, DUE:

FARMACOLOGICA (Benzodiazepine; Inibitori Selettivi di Riassorbimento di Serotonina -SSRI)

PSICOTERAPEUTICA (fra le varie modalità, o indirizzi terapeutici se ne riportano due, rispettivamente per ordine alfabetico: Cognitivo Comportamentale; Psicodinamico. In caso di Sindrome da Stress Post Traumatico, si applica anche il protocollo EMDR

VOLENDO APPROFONDIRE…

 LE BENZODIAZEPINE…

 

 

Agiscono potenziando la trasmissione GABAergica. L’Acido Gamma Ammino Butirrico – GABA  è il neurotrasmettitore inibitorio più importante tra quelli presenti nel cervello dei mammiferi. L’azione delle Benzodiazepine facilita  il legame del GABA con il suo recettore, producendo l’apertura dei canali al cloro. Questo, riduce l’eccitabilità della cellula, producendo un effetto inibitorio generalizzato sull’attività neuronale)

Gli SSRI

 

 

(utilizzati nei disturbi d’ansia come attacchi di panico, ansia generalizzata, disturbo ossessivo compulsivo) sono in grado di bloccare una delle proteine trasportatrici di membrana deputate a raccogliere la serotonina (rilasciata dal neurone presinaptico) che si trova nel “vallo intersinaptico”, fra il neurone “a monte” e quello “a valle”. In questo modo la serotonina subirà un forte rallentamento nel ritrasporto all’interno del neurone presinaptico (dove verrà inglobata in nuove vescicole, pronta per essere rilasciata al successivo impulso nervoso), oppure degradata da enzimi (i più importanti dei quali sono le Mono Ammino Ossidasi). Questo “blocco” crea un aumento della concentrazione di serotonina nelle sinapsi che può così stimolare più a lungo i rispettivi recettori.

PERCHÈ GLI PSICOFARMACI, NON SEMPRE FUNZIONANO?

Chi comanda, veramente?

Prendiamo spunto da questa bella immagine d’insieme per porre l’attenzione sul rapporto di “forze” in termini di strategia e operatività, nel sistema nervoso, a proposito di neuroni e nevroglia. Da quello che si può notare, l’Astrocita si trova in diretto contatto con un capillare da cui trae l’ossigeno che servirà ad attivare le reazioni mitocondriali che produrranno l’energia necessaria ad attivare l’intero sistema nervoso. Inoltre, altri particolari “illuminanti” sono i seguenti:

– Anzitutto il contatto assonico fra Astrocita e neurone (questo sta a significare che l’Astrocita “modula” l’attivazione neuronale “a suo piacimento”)

– Poi, il controllo esercitato, sempre dall’Astrocita, sui bottoncini pre e post sinaptici del neurone (questo significa che l’Astrocita controlla qualità e quantità di rilascio e assorbimento dei neurotrasmettitori; tutto ciò ci spiega che l’efficacia degli psicofarmaci, che agiscono, appunto sui neurotrasmettitori, è direttamente proporzionale alla sinergia astrocitaria: in pratica un farmaco funziona” in base alla “collaborazione” offerta da chi lo assume, circa la disponibilità coerente di aiutarsi a star bene, sul piano psicologico.

Possiamo, a questo punto ipotizzare che, mentre lo psicofarmaco agisce a livello sinaptico, la psicoterapia sia in grado di “dialogare” direttamente con le cellule astrocitarie.

ANDANDO AL MONDO DELLA PSICOTERAPIA…

TERAPIA COGNITIVO COMPORTAMENTALE (FONTE WIKIPEDIA)

La psicoterapia cognitivo-comportamentale, anche chiamata terapia cognitivo-comportamentale (TCC) (Cognitive-Behavioural Therapy – CBT) è un  con cui si indica una famiglia di modelli ampiamente diffusi, che vengono utilizzati per trattare un’ampia gamma di disturbi 

Il termine “cognitivo” fa riferimento a tutto ciò che accade nei processi mentali (Pensiero, Ragionamento, Attenzione, memoria) con implicazioni sullo stato di consapevolezza

Il termine “comportamentale fa riferimento invece ai comportamenti manifesti (non solo azioni e condotte, ma tutte le attività osservabili dell’organismo in rapporto con l’ambiente) da parte del soggetto.

È una terapia direttiva, adattata al trattamento individuale, di coppia e in gruppo e di breve durata, dove il terapeuta istruisce il paziente e assume attivamente il ruolo di “consigliere esperto” permettendo di evidenziare cambiamenti e miglioramenti.

Essa è finalizzata a modificare quelli che la teoria di riferimento definisce i “pensieri negativi”, le “emozioni disfunzionali” e i “comportamenti disadattivi” del paziente, con lo scopo di facilitare la riduzione e l’eliminazione del sintomo o del disturbo psicologico.

A differenza di altre psicoterapie, la TCC si focalizza prevalentemente sul presente, orientandosi alla soluzione dei problemi attuali. I pazienti apprendono alcune specifiche abilità (coping), che possono utilizzare anche in seguito, e che riguardano l’identificazione dei cosiddetti modi distorti di pensare, la modificazione di convinzioni irrazionali e il cambiamento di comportamenti disadattativi.

Tale psicoterapia si basa sul cosiddetto “Modello A-B-C”, (Antecedence – Belief – Consequence). In questo modello:

  • Antecedence” rappresenta la condizione in cui il soggetto percipiente si trova precedentemente all’insorgere dello stato emotivo o del comportamento problematico.
  • Belief” rappresenta la credenza, convinzione, idea o immagine mentale in seguito alla quale si produce lo stato emotivo o il comportamento problematico.
  • Consequence” è lo stato emotivo o il comportamento problematico stesso.

Il modello interpretativo prevede che spesso gli individui, nella loro esperienza quotidiana, passino dallo stato “antecedence” direttamente a “consequence” senza la consapevolezza dei loro “beliefs” i quali scatenano una reazione psicofisiologica, emotiva o comportamentale problematica, spesso incomprensibile e inaspettata, che è dunque fonte di disturbo o apprensione per il soggetto tale da influire sul suo comportamento.

L’obiettivo del terapeuta cognitivo-comportamentale è dunque di ridurre il comportamento di evitamento, facilitare una ristrutturazione cognitiva attraverso una presa di coscienza, ed aiutare il paziente a sviluppare un’abilità nel fronteggiare certe situazioni.

Per raggiungere questi obiettivi, una delle tecniche principali consiste nell’esposizione sistematica del paziente alla situazione temuta, per comprenderla ed indagarla meglio ovvero direttamente “sul campo”. Con questa terapia risulta dunque possibile monitorare l’influenza dell’ambiente a fini correttivi, attuando una sorta di feedback

LA PSICOTERAPIA AD INDIRIZZO PSICODINAMICO

La prospettiva psicodinamica in psicologia è erede della psichiatria dinamica ottocentesca. L’aggettivo dinamico compare alla fine dell’Ottocento:  la psichiatria dinamica si occupava dei fenomeni patologici non riconducibili a cause organiche. Tra le diverse teorie psicodinamiche: la psicoanalisi.

L’accezione “dinamica” sta ad indicare prevalentemente l’esistenza di forze o attività psichiche che possono interagire o entrare in conflitto, dando origine a caratteristiche di personalità e comportamenti che, se pervasivi e disadattivi, sono considerati come sintomi di un disturbo psichico.

Il concetto di conflitto psichico è centrale nella psicologia dinamica e si riferisce primariamente all’idea freudiana del costante conflitto fra desiderio e difesa, vale a dire fra un movimento verso un oggetto, un obiettivo ed una serie di “impedimenti” dettati dalla morale o da altre regole comportamentali apprese.

“Il conflitto, in altri termini, può essere concettualizzato come la contrapposizione tra un desiderio ed una difesa contro il desiderio stesso.”

Pur annoverando personaggi del calibro di Freud, Jung, Klein, Winnicot, quelle che, attualmente possono essere considerate le linee guida particolarmente significative, sono afferenti a quattro autori in particolare:

Otto kernberg

Jean bergeret

Andreè Green

Paul Claude Racamier

Kernberg ha definito il suo approccio teorico come Psicologia dell’Io e delle Relazioni oggettuali, in cui confluiscono tre modelli psicoanalitici di riferimento (Freud, Mahaler, Jacobson) costituendo il fondamento della psicoterapia focalizzata sul transfert.

VALUTAZIONE PSICODINAMICA

Ogni personalità è costituita da una costellazione di tratti (elementi distintivi del carattere, modi costanti di percepire, pensare e rapportarsi). che varia da un individuo all’altro.

Dal punto di vista psicologico ad orientamento psicodinamico (che, comprendendo anche la Psicoanalisi,  raggruppa quelle correnti che valorizzano il modello teorico di energia tratto dalla fisica e la logica della causa – effetto, propria della psicologia sperimentale e studia l’insieme di meccanismi e processi psichici sottesi al comportamento e, più in generale, alla personalità di un individuo preso singolarmente o in relazione ad altri) i tratti più evidenti (che fungono da criteri per orientarsi ai fini di una corretta diagnosi e di una opportuna terapia) riguardano:

il funzionamento dell’Io (rapporto con la propria identità prevalentemente inconsapevole che consente la mediazione tra l’impulso ad agire, le conseguenze  relative e ciò che è opportuno scegliere; un esame di realtà; la costruzione dell’immagine di sé; l’orientamento spazio-temporale; la capacità di giudizio; il controllo delle pulsioni; la tolleranza delle frustrazioni)

il rapporto con la realtà (che può essere adeguato o alterato)

Gli stili difensivi, o meccanismi di difesa dell’Io (di fronte a problemi e frustrazioni)

Aree di funzionamento globale della persona (affettiva, relazionale, lavorativa, della cura di se’)

FASI DELLA TERAPIA SECONDO KERNBERG (Fonte Stateofmind.it)

Indagine iniziale, consiste nel riassumere in breve i motivi per cui il paziente intende intraprendere il trattamento, le sue aspettative al riguardo e la natura dei suoi sintomi, problemi o difficoltà predominanti.

I sintomi chiave, il terapeuta si concentra sui sintomi significativi che emergono durante il colloquio, esplorandoli quando appaiono, e può operare interventi di chiarificazione, messa a confronto e interpretazioni. Lo scopo è far emergere le modalità relazionali del paziente, così come si manifestano in seduta, e nel metterle progressivamente in evidenza con continue interpretazioni del transfert, cioè mostrando il meccanismo intrapsichico che sottende il comportamento e le emozioni del soggetto.

Indagine dei tratti patologici del carattere, il terapeuta indaga la vita e le relazioni significative del paziente.

Fase conclusiva, finita l’indagine è possibile giungere a una diagnosi strutturale dell’organizzazione di personalità che, successivamente, deve essere restituita al paziente.

Quindi, il colloquio diagnostico strutturale proposto da Kernberg per la comprensione dell’organizzazione della personalità consente di arricchire la classica diagnosi differenziale psichiatrica evidenziando, ai fini diagnostici e di trattamento successivo, l’importanza di considerare il paziente in relazione alla qualità delle relazioni oggettuali interiorizzate e alla modalità con cui descrive se stesso e le persone a lui significative.

METODO EMDR (Fonte Stateofmind.it

Si chiama ‘Eye Movement Desensitization and Reprocessing’ (Emdr) e dal 2013 è riconosciuta dall’Organizzazione mondiale della Sanità quale metodo elettivo nella risoluzione dei disturbi post traumatici da stress. E’, semplificando, la ‘tecnica del movimento degli occhi’ che debella i traumi e le paure, e ad oggi è stata già utilizzata con successo prima su numerosi veterani del Vietnam e poi su vari sopravvissuti ad attentati o terremoti.

La tecnica di psicoterapia Emdr è un metodo innovativo e recente che offre un aiuto alle psicoterapie convenzionali. In pratica, il terapeuta attraverso alcuni movimenti delle dita, induce la persona a muovere gli occhi in un determinato modo che la aiuta a rielaborare situazioni traumatiche. La tecnica consiste dunque in una serie di stimoli oculari al paziente mentre rivive le cause del trauma. La ‘desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari’ è un metodo inventato dalla psicologa americana Francine Shapiro, che alla fine degli anni ’80 scoprì che i movimenti oculari volontari riducevano l’intensità dei pensieri negativi disturbanti.
Shapiro iniziò così uno studio per esaminare l’efficacia dell’Emdr nel trattamento di reduci del Vietnam traumatizzati e di vittime di aggressioni sessuali e scoprì che questi gesti riducevano notevolmente i sintomi dei loro disturbi da stress post trauma. L’Emdr è diventato così un nuovo approccio terapeutico, oggi utilizzato anche in Italia, e “rimane il trattamento con maggior ricerca scientifica per intervenire sulle persone che hanno sviluppato sintomi e disturbi dopo aver vissuto situazioni di stress per gravi eventi ed esperienze traumatiche”,

 Questo metodo infatti, sottolinea la psicoterapeuta Paola Vinciguerra, responsabile Emdr Italia, ”riabilita la capacità fisiologica del cervello di ‘digestione’ e accantonamento degli eventi traumatici. Inoltre, varie ricerche hanno dimostrato che dopo il trattamento si sono verificati importanti miglioramenti neurofisiologici.

Metaforicamente – spiega – l’elaborazione dei traumi attraverso l’Emdr è come la corsa di un treno: a ogni fermata scende del materiale negativo e salgono nuove associazioni positive”. La tecnica ha cioè l’effetto di spostare il ricordo del trauma dalla corteccia prefrontale, in cui rimane emotivamente attivo, alla corteccia parietale, dove sarà memorizzato come evento passato, quindi ricordato ma non più attivo nei ricordi emotivi di paura o terrore.

Di recente, l’associazione Emdr Italia, Cnr e Università di Tor Vergata hanno anche condotto uno studio su alcune persone che avevano vissuto l’esperienza traumatica del terremoto di San Giuliano di Puglia trattate con Emdr, i cui risultati preliminari sono stati pubblicati sulla rivista Plos one. Lo studio è stato il primo a ‘fotografare’ quello che avviene nel cervello durante le sedute Emdr, suggerendo che l’elaborazione degli eventi traumatici si muove passando, appunto, da aree che sviluppano immagini patologiche del trauma a regioni con un ruolo diverso, di tipo cognitivo e associativo.

DOPO QUESTA LUNGA CARRELLATA DI INFORMAZIONI E APPROFONDIMENTI, APPARE GIUSTO E SENSATO  SCHEMATIZZARE IL “TUTTO” IN MANIERA PIU’ SINTETICA EVIDENZIANDO CHE, “TECNICAMENTE”, SI POSSONO DISTINGUERE TRE QUADRI PRINCIPALI DI ANSIA

ANSIA ACUTA (o, quando è generalizzata, “disturbo da attacchi di panico”)

E’ chiaramente una condizione di tensione eccessiva che difficilmente riusciamo a sopportare senza produrre sofferenza, quindi, va al di là dell’ansia fisiologica. Diciamo che, per stare male, è necessario avere un tipo di personalità un po’ rigida che non consente di riuscire ad adattarsi bene e, soprattutto, la pretesa di voler controllare in ogni manifestazione, di non accettare la perdita di controllo. L’ansia acuta può prendere la strada del disturbo da attacco di panico (a livello neurologico: un tipo di distonia neurovegetativa). Quando diventa cronica, e questa è l’altra forma di classificazione, si può manifestare a livello somatico e, purtroppo, va a colpire o il sistema nervoso o l’apparato immunitario o il sistema neuro-endocrino. Compare improvvisa ed inaspettata (ma sempre come conseguenza di motivazioni inconsapevoli) con una sensazione di terrore e angoscia accompagnati da sintomi corporei come senso di soffocamento, palpitazioni, sensazione di svenimento. L’attacco di panico inizia senza chiaro preavviso e, apparentemente, mentre la persona svolge attività relativamente tranquille (al ristorante, in automobile, all’ingresso di un negozio o di un ufficio, etc.). Si possono avvertire anche vampate, sudorazione profusa, dolore toracico acuto tanto da essere convinti di avere un infarto e di essere sul punto di morire. La massima intensità si raggiunge in dieci minuti e la regressione si realizza nell’arco di mezzora, anche se la persona, spesso, rimane profondamente spossata. Una delle vie dell’ansia acuta può essere quella delle manifestazioni ossessivo-compulsive. L’ossessivo-compulsivo non è soltanto colui il quale va ad aprire e chiudere la luce più volte per il dubbio di non averla chiusa, ma può essere anche colui il quale canalizza nell’attività produttiva. Motivazioni. Sul piano biologico, si ipotizzano fattori biologici che pongono l’accento su determinate sostanze presenti nel cervello in grado di agire in modo anomalo. Dal punto di vista psicologico, tale manifestazione, “richiede” due condizioni: una personalità molto rigida, con difficoltà di adattamento e frequente autorepressione; una o più condizioni traumatiche che abbiano lasciato un segno profondo in memoria. Inoltre, un’altra caratteristica necessaria è quella di volere a tutti i costi cercare di controllare e dominare le proprie emozioni, in maniera coercitiva. Quando si teme di perdere il controllo della situazione, si genera il panico, con tutte le variabili conseguenti. Complicanze. Ovviamente, una delle possibili complicazioni degli attacchi di panico, soprattutto quando sono ripetuti, è che la maggior parte delle persone sviluppa un’ansia “anticipatoria” (cioè la paura di nuovi episodi di panico) e conseguentemente cerca di evitare le situazioni che sono state associate agli attacchi. Nei casi molto gravi si arriva a “confinarsi” nel proprio domicilio riducendo al minimo la propria vita di relazione. Terapia. Farmacologica: si prendono in considerazione sostanze ansiolitiche associate ad antidepressivi, per la durata di qualche mese. Purtroppo, non sempre si ottiene una completa remissione anche se si tengono sotto controllo i disturbi. Psicologica: si rende necessario prendere in considerazione un periodo medio lungo (almeno sei mesi) per consentire la modificazione degli aspetti salienti della propria personalità in maniera da realizzare aspetti più flessibili che poi, sul piano neurologico, si traducono nella realizzazione di nuove sinapsi “rafforzate”.

ANSIA DI TIPO CRONICO (“generalizzata”)

In questo caso, ci troviamo di fronte uno stato di tensione diffuso e persistente, privo di picchi come negli attacchi di panico ma caratterizzato da un malessere generale psicologico e corporeo, che perdura anche per molto tempo, determinando notevoli sbalzi d’umore. Manifestazioni. Tensione motoria (evidenziata da tremori, dolori muscolari, irrequietezza, etc.), iperattività vegetativa (tachicardia, vertigini, secchezza delle fauci, sudorazione aumentata, formicolii alle mani e ai piedi, difficoltà digestive, sensazione di caldo e di freddo improvvisa, respirazione superficiale, mani fredde e umide, etc.), condizione psicologica di attesa sofferente (paura, aspettativa di eventi spiacevoli o tragici per sé e per le persone care, etc.), alterazioni nella vigilanza mentale (iperattenzione ossessiva, difficoltà di concentrazione e memorizzazione, etc.). Motivazioni. Alcuni disturbi sul piano metabolico (ipertiroidismo) possono causare ansia. Tuttavia, non sempre si identifica una reale causa organica. È più probabile (e frequente) che tutto (o gran parte) dipenda dal carattere sviluppato in senso eccessivamente pignolo e poco flessibile, al punto tale da generare insicurezza prevalente. Complicanze. Riduzione drastica della qualità della vita per difficoltà oggettive a gestire il rapporto con le difficoltà che generano l’esaltazione delle preoccupazioni; somatizzazioni ingravescenti. Prevenzione. Si registra un miglioramento della situazione e una riduzione dei disturbi ogni qual volta si riesce ad utilizzare la parte migliore delle proprie capacità mentali, di tipo logico e razionale, magari anche con l’ausilio di tecniche di rilassamento (training autogeno, etc.). Terapia. Sul piano biochimico, oltre ad una cura specifica in caso di ansia secondaria a disturbi metabolici, si tende a realizzare una stabilizzazione del tono dell’umore attraverso sostanze ansiolitiche prevalentemente di tipo benzodiazepinico (per ridurre il rischio di dipendenza e di effetti collaterali) e riduttori del riassorbimento di serotonina (antidepressivi di ultima generazione) per periodi medio lunghi, ripetuti nel tempo. Il trattamento, ovviamente tende ad agire a livello sintomatico. Maggiori possibilità di risoluzione sono affidate ad un buon trattamento di analisi personale, in grado di realizzare un cambiamento di quegli aspetti della personalità responsabili dei disequilibri in grado di produrre i disturbi in questione. Partendo dal principio che le persone coinvolte, hanno uno spiccato senso di responsabilità che le porta a vivere in una condizione di perenne insoddisfazione per paura di non essere all’altezza dei compiti prefissati, si può lavorare sull’acquisizione di nuovi modelli psicologici in grado di consentire la realizzazione di strategie più adeguate ad affrontare la quotidianità e gli impegni a medio e lungo termine.

C’è da aggiungere che alcuni autori anglosassoni parlano di “psicogenealogia”, cioè del rapporto che intercorre fra l’ambiente esterno, la nostra psiche e il nostro DNA. Noi assorbiamo dall’ambiente, sia dall’ambiente in cui viviamo che da quello in cui non ci troviamo a vivere, ma che ci viene trasmesso attraverso racconti o addirittura attraverso ciò che è nella mente dei nostri genitori, depositato sotto forma di apprendimento dagli avi e che loro trasmettono, sia a livello consapevole che a livello inconsapevole. Come è possibile? Cioè come è possibile, per esempio, che alcune sfumature comportamentali si trasmettano da nonno a nipote, se il nipote non ha conosciuto il nonno o se era talmente piccolo quando l’ha conosciuto, da aver potuto assorbire troppo poco? Esistono delle risposte teoriche e anche teorico-pratiche. E’ possibile, per esempio, che quello che noi acquisiamo si depositi in memoria sotto forma di “pacchetti software energetici” all’interno di strutture ben definite e che rimanga attivo all’interno della funzionalità di -particelle atomi del DNA di determinate cellule. Noi siamo degli “elementi radianti”, cioè trasmettiamo delle onde elettromagnetiche, basta averle depositate in memoria e possiamo trasmetterle.

Sul piano puramente biochimico, l’ansia cronica si può gestire un po’ come l’ansia acuta, anche se con dosaggi diversi, attraverso l’utilizzo di benzodiazepina. Le benzodiazepine sono gli ansiolitici. In passato venivano usati anche come anti-depressivi, poi, si è visto che, ad un dosaggio medio-basso funzionano bene come ansiolitici, mentre ad un dosaggio medio-alto sono ipnoinducenti (fanno dormire). Le benzodiazepine hanno sostituito i barbiturici, per esempio, il Valium, perché sono meno tossici e, soprattutto, vanno ad agire sui recettori specifici in membrana cellulare. Mentre i barbiturici influenzano un po’ tutto l’organismo, le benzodiazepine agiscono sul sistema neurologico e su quello cardio-vascolare, deprimendoli. Mentre per l’ansia acuta bisogna dosare bene le benzodiazepine, per quanto concerne l’ansia cronica si prende in considerazione anche l’utilizzo di stabilizzatori dell’umore, perché la persona che ha sviluppato una simile manifestazione clinica, perde fiducia nelle sue possibilità (è come se stesse in allarme continuo). Allora, rinuncia, “a monte”, alle sue possibilità di azione. E’ un po’ come se si chiudesse sempre di più in se stessa e c’è il rischio che sviluppi qualche manifestazione depressiva. A questo proposito, c’è qualche studioso che definisce la depressione come un odio verso la vita. Bene,. Diciamo pure che, forse, il depresso la vita non la sa amare, ma difficilmente la odia. La depressione, infatti, costituisce l’ultimo baluardo a disposizione per proteggersi dal mondo esterno: in pratica, l’individuo si chiude perché non sa come affrontarlo. Ecco perché nell’ansia cronica si realizza un “mix” di ansiolitici e antidepressivi. È necessario porre molta attenzione nella posologia degli ansiolitici perché, spesso, creano dipendenza e assuefazione. Sul fronte psicologico, mediante la psicoterapia, che cosa si può fare per quanto concerne il setting nel rapporto con la persona che manifesta disturbi di ansia cronica? Si cerca di lavorare sugli aspetti in difficoltà della personalità, per vedere in che modo far aumentare le capacità di adattamento, la stima delle proprie possibilità, un migliore senso nei confronti della realtà. Tutto questo, porta ad un miglioramento nella capacità di essere flessibile, in modo tale che non scatta lo stato di allarme in continuazione. Tra l’altro, questo stato di allarme reiterato senza soluzione di continuità, determina una sollecitazione della corteccia surrenale, con conseguente ipersecrezione di cortisone “endogeno”, che deprime l’efficienza del sistema immunitario, coinvolgendo, in questa “sofferenza” sia l’apparato endocrino che il sistema nervoso.

ANSIA DA STRESS O EVENTO TRAUMATICO

Ognuno di noi può aver conosciuto qualcuno che, a bordo di un aereo, è stato coinvolto in un atterraggio di emergenza, oppure ha subito le conseguenze di un terremoto, e via discorrendo… Queste persone, nel breve, nel medio e nel lungo periodo manifestano dei disturbi che possono simulare quelli dell’ansia cronica. In questo caso, si sta sviluppando sempre di più il settore della “psicologia della traumatologia d’emergenza”, una sorta di psicoterapia di tipo dinamico che aiuta, chiaramente, con un approccio diverso, perché bisogna consentire loro di raccontare tutto quello che hanno “patito”, lavorare sui meccanismi di apprendimento che hanno portato alla creazione di quelle “capsule bloccate” di paura, in maniera tale da avere la percezione che, gradualmente, un determinato evento è difficile che si ripresenti, o che, comunque, si può imparare a sapersi rapportarsi nel modo meno traumatico possibile, nei confronti degli eventi particolarmente frustranti.

Ovviamente, ci si riferisce allo stato d’animo conseguente non tanto al complesso di fattori caratteristici della vita moderna che causano continua tensione e preoccupazione, quanto piuttosto a uno o più eventi traumatici di tipo personale (esperienze violente, lutti gravi, rapine, etc.) oppure collettivo (terremoti, incendi, etc.). Questi elementi possono causare un turbamento psichico sia di tipo acuto (immediatamente dopo l’evento), sia di tipo cronico (che permane a mesi di distanza). Manifestazioni. Ricordi e sogni ossessivi della situazione traumatica; stato psicologico di allarme continuo; sensi di colpa apparentemente ingiustificati; disturbi del sonno; difficoltà di memoria e di attenzione. Prevenzione. Evitare tutto ciò che possa risvegliare il ricordo dell’evento, nonché azioni o sensazioni improvvise come se l’evento dovesse ripetersi soprattutto in associazione con stimoli ambientali che stimolino sensazioni sofferenti già vissute. Complicanze. Ansia generalizzata, depressione, alcolismo, disadattamento sociale, abuso di farmaci, etc. Terapia. Farmacologica: cicli combinati e mirati, a base di ansiolitici e di antidepressivi. Psicologica: cicli di psicoterapia e/o di Counseling psicologico con specialisti di psicologia dell’emergenza e di psicotraumatologia.

CONCLUSIONI

Alla fine di questo lungo “viaggio” si può dire che, ogni volta che pretendiamo di avere soluzioni preconfezionate, generiamo ansia (se va bene) o, addirittura, angoscia. Madre Natura ci ha dotato di una componente cerebrale molto importante che è la Corteccia Cerebrale, la quale è deputata alla costruzione di strategie operative di fronte a problemi verso i quali non abbiamo soluzioni “chiavi in mano”. Non considerare questa realtà, significa mortificare le nostre capacità potenziali e distruggere ogni forma di autostima.

COSA SIGNIFICA, ESSERE ADULTI ED EVITARE, QUINDI, LA PAURE DELLA PAURA?

Aver raggiunto la percezione del raggiungimento di alcuni risultati e di altrettanti valori come, per esempio:

  • Autoaffermazione
  • Autostima
  • Bisogno di Pace, di Tranquillità
  • Autorevolezza e non autoritarismo 
  • Programmazione e Autorganizzazione
  • Riservatezza
  • Garbo e Cortesia
  • Bisogno di libertà senza ledere il rispetto altrui
  • Riflettere, prima di credere, parlare, agire

È necessario imparare a prendere in considerazione la realizzazione di un rapporto ottimale fra costi e benefici, rispetto ad eventi e obiettivi. Molto spesso, infatti, i nostri programmi presentano un costo di fattibilità eccessivo rispetto al reale vantaggio. Questo genera stress difficilmente compensabile.

A parte le tappe esistenziali particolarmente esposte alla possibile manifestazione di crisi ansiose per difficoltà di adeguamento (pubertà, repentini cambiamenti di stato sociale, gravidanza, menopausa, etc.), l’ansia deriva da conflitti inconsapevoli (per eccesso di divieti e inibizioni morali) e da fattori conseguenti ad un disadattamento sociale per la perdita di valori di riferimento importanti (concezioni religiose, filosofiche, politiche, etc.) che lasciano l’uomo contemporaneo privo di un valido “progetto esistenziale”, in preda a mille paure.

Se poi aggiungiamo il fatto che ciò che si apprende da giovani non è in armonia con i modelli presenti nell’età adulta, il cerchio “si chiude” in maniera sconsolante.

Cosa fare?

Ci si permette di alleggerire un po’ quanto espresso finora, lasciando a ciascun lettore la possibilità di prendere in considerazione anche l’assunzione di questi particolari “farmaci”, Suggeriti, soprattutto, dalla saggezza popolare.

 

Anche se Alessandro Manzoni sosteneva che “È meglio agitarsi nel dubbio che riposare nell’errore”, sarebbe opportuno, di tanto in tanto, ricordarsi di quello che ripeteva Winston Churchill: “Quando sono sopraffatto dalle preoccupazioni, ripenso a un uomo che, sul suo letto di morte, disse che tutta la sua vita era stata piena di preoccupazioni, la maggior parte delle quali per cose che mai accaddero”.


SI RINGRAZIANO, RISPETTIVAMENTE, PAOLO CHIAIA PER LA REALIZZAZIONE DEL BELLISSIMO VIDEO IN ANIMAZIONE GRAFICA E DELLE SLIDE CHE MOSTRANO LA DINAMICA MENTALE SPIEGATA DA GIOVANNI RUSSO E ADELINA GENTILE, PER LA TRASCRIZIONE DEI TESTI RELATIVI AI VIDEO PROPOSTI

BIBLIOGRAFIA

 

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Giorgio Marchese – Medico Psicoterapeuta 

 

 

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