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Potete comprarla di qualsiasi colore, purché sia nera! Era questo il “rassicurante” e “condizionante” invito che Henry Ford rivolgeva ai potenziali acquirenti della Ford Modello T (quella di Stanlio e Ollio, per intenderci). Un modo come un altro per imporre il proprio pensiero nascondendolo dietro un sorriso (almeno apparente).

Anche in periodi come quello (complesso e “ritirato” nella paura) che stiamo vivendo, accanto ad atti di abnegazione (per tutti, valga l’esempio di chi aiuta e cura, anche a rischio della propria vita), il nostro sguardo non può fare a meno di incontrare manifestazioni di egoismo totale, incondizionato, camuffato e truffaldino. 

La parola “Io”.

In Psicologia rappresenta una struttura psichica (organizzata e relativamente stabile) deputata al contatto ed ai rapporti con la realtà, sia interna che esterna. Nella grammatica della lingua italiana, “diventa” un pronome personale che indica un “soggetto” il quale, in quanto tale, non è disponibile a subire l’essere considerato un complemento “oggetto”.

La sua derivazione etimologica trae origine dal greco “Ego” che, con l’aggiunta di “ismo” (suffisso che tende a formare parole astratte che indicano dottrine o atteggiamenti) diventa, guarda caso, egoismo

Ogni qualunque operazione dell’animo nostro ha sempre la sua certa e inevitabile origine nell’egoismo (Giacomo Leopardi).

I saggi sostengono che noi nasciamo per portare avanti un progetto. Per quanto si possa speculare su ciò, non si può fare a meno di concludere che al di là di evolvere le nostre capacità (nel bene o nel male) migliorando la gestione del nostro potenziale genetico e restituendo il tutto (con gli interessi) a “fine corsa” come si fa con i prestiti bancari, non si può andare.

Carl Gustav Jung, ci ha condannato ad una sorta di “fine pena mai” spiegando la presenza dell’Inconscio Collettivo come una sorta di matrice comune e trasversale in cui tutti siamo compresi e che, intrisa di “germi” e “lieviti” ci proietta ineluttabilmente verso il Futuro.

Volenti o nolenti.

La Natura (o chi per lei), magnanima, ha creato un escamotage per indurci a darci da fare: la possibilità di godere. In alternativa (come ci ha spiegato Freud con la teoria del “dualismo pulsionale” e il rapporto fra Eros e Thanatos), la voglia di “morire” per ricominciare e avere, quindi, (presumibilmente) altre occasioni.

D’altronde, per avere dei figli, bisogna generare quello che i Fisiologi chiamano “orgasmo” e i Neurologi “petit mort” (piccola morte)  che quindi è, al tempo stesso, piacere e morte.

I Filosofi, descriverebbero questo particolare momento di intimità, come l’inizio e la chiusura del cerchio della vita. Dalla Fine, un nuovo inizio, insomma. Il tutto cercato, è bene ricordarlo, con sommo Egoismo.

E allora, fin da bambini ci insegnano  a coltivare al pianta del narcisimo che ci porta a cercare il piacere da ogni esperienza, anche quella negativa (fatte salve le situazioni in cui l’imprevisto ci pone di fronte al dolore).

Anche nella sofferenza, il discorso non cambia più di tanto.

Quante volte agiamo schiavi delle nostre abitudini “familiari”? Quando proviamo ad andare oltre lo steccato del recinto in cui la ripetitività ci confina, soffriamo al punto da essere tentati di rifugiarci dentro dei “Gompa” (templi buddhisti anche molto piccoli, all’interno dei quali potersi ritirare e pregare cercando la pace) mentali di arcaici comportamenti.

Il meccanismo dell’adattamento.

Chi ce la fa, va avanti, chi esita, “scompare”. Dall’epoca degli schiavismi ammantati di logica correttezza, a smodate tirannie dei tempi moderni… Mao Tse Tung (che fa bombardare il suo quartier generale per eliminare un apparato che stava imborghesendosi); Pol Pot (che cerca di applicare il modello marxista leninista, tentando di riproporre il modello contadino ed eliminando fisicamente milioni di persone che mostravano di avere anche solo un minimo di cultura); Stalin e compagni (che internano nei gulag ogni possibile minaccia per la rivoluzione bolscevica); i tanti presidenti degli Stati Uniti d’America (da Richard Nixon a Trump, in ordine di tempo) che, per espandere e imporre il proprio modello di protettorato democratico hanno destabilizzato intere aree geografiche internazionali.

Ognuno, a modo proprio, cerca di mostrarsi dal lato della ragione. Quanti governanti si muovono spinti da principi di interesse nazionale? 

“Per noi e per gli amici le leggi si interpretano; per gli altri si applicano” (Giovanni Giolitti)

Da quanto premesso finora, non appare neanche tanto strano quanto riportato dalla stampa relativamente alla tristissima graduatoria di chi debba essere “intubato” e chi no, in caso di insufficienza respiratoria da CORONAVIRUS. “Ovviamente”, agli ultimi posti, sarebbero stati inseriti i “diversamente abili”, i “meno utili alla vita economica del Paese”.

Questioni di Egoismo? Problemi di IGNORANZA, CATTIVERIA e PAURA, semmai.

È da chi soffre che si impara ed è dai più anziani che viene quella tradizione che, poi, si trascrive nel DNA e ci rende più resistenti. E, infatti, il “rispetto” di Enea (che ha portato in salvo il proprio padre Anchise sulle spalle) ha generato la Storia dell’Impero Romano mentre, la durezza di Sparta (e la sua rupe Tarpea) ha ceduto alla Filosofia e al ragionamento di Atene.

Cari lettori, il momento è quello giusto per ricordare che L’ingresso di Gesù a Gerusalemme è avvenuto esattamente una settimana prima della sua resurrezione dalla morte sulla croce ed è ricordato, ancora oggi come il giorno della “Domenica delle Palme” che fa seguito al “Sabato della resurrezione di Lazzaro

Una persona che mostra di saper pensare e che risponde al nome di Antonio Chiaia (per i più intimi, familiarmente “Totino”) mi ha fatto omaggio, tempo fa, di una interessante riflessione elaborata da un padre seminarista e che riguarda la vicenda di Lazzaro, dal vangelo di Giovanni. 

Gesù dice alle sorelle: “Scioglietelo e lasciatelo andare” (v.44). Noi possiamo leggere questa semplice frase come una frase magica di Gesù. Ma possiamo leggerla più in profondità come qualcosa che riguarda anche la nostra vita. E’ chiaro che Lazzaro è paralizzato dalle sorelle, da queste donne che lo soffocano, che gli impediscono di vivere, che gli tolgono l’aria, tutto lo spazio: sono delle donne dilaganti. Donne che prese dai loro problemi “mangiano” anche tutto lo spazio di Lazzaro. Quando esce, dice il vangelo, è avvolto da bende: e cosa sono le bende se non tutte quelle relazioni, quei rapporti che lo ingabbiano, lo legano, lo soffocano, lo stringono fino ad ucciderlo? I piedi sono la strada, l’andare, il camminare: Lazzaro non aveva nessuna autonomia, era succube nel suo andare, legato, non aveva nessuna possibilità di scelta. Le mani sono il nostro fare, il nostro produrre, la nostra creatività. Lazzaro è soffocato, legato, si trova immerso in una situazione dove non sa fare o non può fare nulla, non c’è spazio di movimento, di manovra e di libertà per lui; non può emergere ciò che vorrebbe fare, diventare; non può esprimersi, tutto è già deciso. Il volto è l’identità di una persona. Lazzaro non ha volto, è nessuno, non sa chi è, non si conosce. Che Lazzaro ci sia oppure non ci sia è la stessa cosa, perché nessuno lo vede, a nessuno interessa il suo volto. Lazzaro è avvolto. E’ chiaro che Marta e Maria si sono “mangiate” il loro fratello, e Lazzaro non trovando una sua fisionomia, soffocato, muore. Poi depongono Lazzaro in un sepolcro e vi rotolano una pietra sopra: si sbarazzano del morto. 

Riflettendo su questa interessante analisi, torna alla mente il concetto di “madre coccodrillo” che, idealmente, (come ci spiega lo psicoanalista Jacques Lacan) cannibalizza il proprio figlio in un rapporto “fusionale” che gli impedisce ogni principio di autonomia e, poco alla volta, lo spegne in un circolo vizioso in cui la madre “divora” il figlio che, a sua volta, “divora” la propria madre…

In sostanza, un mal posizionamento delle cure genitoriali (frutto di personalità non propriamente equilibrate) che finisce col somigliare alla metafora dell’olio descritta dal neuropsichiatra Franco Fornari: “Messo sull’insalata, l’olio è un ottimo elemento; messo su un vestito, diventa una macchia fastidiosa”.

Ma allora, non cambierà nulla, col trascorrere del tempo?

Il Tempo, in sé, non è altro che l’unità di misura di eventi che si determinano all’interno di un periodo di osservazione.

Quello che conta, quindi, è la maturazione di un individuo, la sua capacità e disponibilità ad investire oltre la punta del suo naso, a riconoscere il valore dell’altro come diverso da sé e fonte di innovazione e sviluppo

Non più, quindi, “ama il prossimo tuo come te stesso” quanto, piuttosto “ama il prossimo tuo come prossimo tuo!”

Questo, il medico psicoterapeuta Giovanni Russo, lo chiamava Egoismo Positivo,  in grado di individuare nel benessere altrui  non una fonte di invidia da svilire ma, semmai, una risorsa cui attingere, in cambio di adeguata riconoscenza.

L’Io, quindi, visto come Elemento capace di mediare fra i desideri sfrenati del “bambin” (l’Es) e i rigidi codici morali (Super-Io), in grado di consentirci un oggettivo esame di realtà e un’adeguata capacità di giudizio, attraverso una buona immagine della propria persona, il controllo delle pulsioni e una valida tolleranza delle frustrazioni

Esiste, dunque, un lato “bello” dello specchio dell’anima, in cui possiamo rivederci attraverso la lettura di questa splendida poesia dell’amico Antonio Rizzuti (professore, filosofo, meridionalista e counselor): “Erano il tuo stupore e il mio silenzio. Timidamente i nostri cuori vacui si scoprirono. Pena di sguardi, sorrisi acerbi, teneri sospiri trattenuti. Io cerco la tua mano, si uniscono le nostre solitudini, il mondo è ai nostri piedi solo se mi cingi la spalla. Questo sei tu, un’alba nuova. Per me”. 

Il mio amico “Totino”mi ha ricordato che la parola “Io” ha perso, tanto tempo fa, la consonante “D”. Forse è successo con la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre. O, forse, questa “D” che ci renderebbe così simili a “D”IO, non l’abbiamo mai avuta.

Perchè. forse, così come un figlio può conquistare la possibilità di guidare un’automobile (simbolo di libertà e autonomia tipici dell’adulto) solo una volta maggiorenne e dopo un adeguato training formativo, l’essere umano attende la maturità necessaria senza perdere, però, la spontaneità del “fanciullo”. In questo modo, forse, nello “iato” del pronome “io”, si incide un intaglio nel quale si alloca, perfettamente la “D”. quando il tempo, ovviamente, è giunto. Un radicale libero che ottiene l’equilibrio ritornando dove tutto è cominciato.

Perchè, in fondo, dopo l’ultimo giro di giostra, si torna sempre a “casa”.

Auguri.

G.M. Direttore La Strad@

Ringrazio moltissimo il prof. Antonio Chiaia (per gli amici “Totino”) per gli ottimi spunti da cui è nato questo editoriale. Ho condiviso molto degli ultimi 20 anni, con lui, sua Madre, il suo grande Padre (che ho sempre amato chiamare, alla Napoletana, ‘On Peppino) e i suoi tre fratelli Francesco, Giovanni e Paolo. Ognuno diverso dall’altro ma accomunati, tutti, dalla Passione verso tutto ciò in cui si sono sempre applicati.

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