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Ho scritto questa lettera a mio Padre, il 19 Marzo 2013 , nel periodo per noi tutti, della famiglia, più difficile. Il peso di una diagnosi infausta attanagliava i nostri corpi e le nostre anime. Tentando di anticipare l’elaborazione del lutto ho capito che, l’unica via era quella di parlare con lui attraverso il mio “io” più profondo, chiarendomi la rabbia e il dolore, la paura e l’abbandono. In questo modo, un po’ alla volta, sono riuscito per la prima volta a capire il senso dei termini “trasformazione” e “rinascita”, entrando simbolicamente in quella grotta mistica della Sacra Famiglia in cui, San Giuseppe, Padre terreno di Gesù, accetta di custodire e trasmettere i migliori valori a colui che ha, in sè, i misteri dell’Universo. E in fondo, ogni Padre trasfonde quei modelli educativi che attivano i potenziali di base che ci derivano, come “dono”, da chi ha creato il “Tutto”. Mio padre ha lasciato questo mondo terreno il 26 giugno 2013. Sono stati quattro stati mesi difficili e bellissimi al tempo stesso, in cui abbiamo capito il significato dell’inversione dei ruoli all’interno dell’Universo Famiglia, dove tutto è circolare e ogni fine è un nuovo inizio. Oggi, 19 Marzo 2020 stiamo vivendo un momento terribile perchè temiamo di essere spazzati via da un virus che non conosciamo per come dovremmo. Eppure, io, non ho paura. La Scienza, come un buon Padre, sta lavorando alacremente. E noi, quindi, dobbiamo restare in piedi e combattere la paura per i nostri figli e per chi  ci sta accanto dimostrando, in tal modo, di essere all’altezza di chi ci ha preceduto.

Ciao, papà. E grazie di tutto.

E sono giunto nel corridoio che conduce nella mia stanza d’ospedale, una struttura moderna ed efficiente, dove il malato, però, ha tanto tempo con cui dover fare i conti con se stesso. Sono su una carrozzina e, mesto, temo di avere l’energia vitale ridotta “al lumicino”… pazienza, se finirà così, anche se mi dispiace: è stato tutto maledettamente troppo breve! “La salute, la dignità, la vita, non si conquistano pregando, sperando o mendicando, ma rimboccandosi le maniche e adoperandosi per ricostruirsi pezzo dopo pezzo, difendendo il tutto con il proprio giusto e saggio operato!” Una gigantografia di Vincenzo Muccioli (Vincenzo, lo stesso rassicurante nome di mio padre) troneggia proprio di fronte la mia stanza… e non ci avevo fatto caso… forse adesso sono “pronto”… Ma si, ho capito, il senso della mia vita consiste nel darmi ancora un’opportunità, riuscendo a meritarmela!

Era il 31 maggio del 2004 e, così, concludevo un articolo in cui descrivevo uno dei miei momenti più difficili, sul piano personale. L’ho intitolato Vita: una questione di punti di vista.

Preparato a morire, forse un po’ meno, a vivere… questo era il tema che opprimendomi, ha spento la luce delle mie motivazioni. Ma, in momenti così particolari, ti accorgi, sfuggendo al tuo egocentrismo che, accanto, come se fosse energia oscura, o antimateria che non riesci a vedere (nè a considerare nella giusta maniera), anime vaganti palpitano per ogni tuo dolore.

È così, con lo stesso stato malinconico di questa colonna sonora che, vorrei, accompagnasse il mio diario esistenziale, ho scoperto, non senza stupore, l’amore che tu, mio padre, nutrivi per me. Nella tua disperazione, nel tuo non voler accettare la possibilità di perdermi per sempre…

Quante volte, ogni giorno, mi domando quale sia quella forza che fa crescere gli alberi ma, al tempo stesso, fa morire a vent’anni anche se campi fino a cento. Allo stesso modo, mi chiedo, oltre ogni considerazione che studia la dinamica dei fluidi… ma, esattamente, cosa sarà a far muovere il vento? Cosa sarà questo strano coraggio (o paura, dipende dai punti di vista) che ci porta ad ascoltare la notte quando, scesi dalle nostre scarpe ci sentiamo così soli?

Potrebbe essere “soltanto” Amore? Una guida verso il libero arbitrio? E se fosse, più semplicemente, quella forza che è, essa stessa, il principio e la fine di tutto, in maniera circolare? Natura? Dio? Vita?

E quand’è che arriva qual momento in cui ti accorgi che esistono, al di là dei tanti rivoli in cui, spesso “sciupi” te stesso, i pochi inestricabili valori, intorno ai quali si snoda la corda esistenziale?

Quando vibra la corda dell’anima.

Nel momento in cui tua madre o tuo padre ti prendono per mano, ti vengono incontro quando stai male e non sai spiegarne il perchè. Comincia tutto da qui. Infatti, ogni nostra manifestazione comportamentale sarà, inevitabilmente e inconfutabilmente, condizionata da quello che, i tuoi genitori, hanno riposto nel tuo cervello. Prendendolo, direttamente, dal loro cuore.

Caro papà, mi sono chiesto spesso cosa avrebbe potuto darmi maggior dolore… ho immaginato quella sorta di vuoto assoluto all’idea di un figlio che “vola” via prima del proprio genitore; ho temuto la spaccatura dell’abbandono di chi ti ha accompagnato, promettendo di amarti e onorarti per ogni giorno della propria vita; ho sperimentato cosa significhi il taglio definitivo del cordone ombelicale, quando tua madre dice “basta” e scende dal treno in corsa…

Soffrire.

Termine composto che deriva dal latino e significa “attività perturbata dell’animo, come conseguenza a squilibri (o disequilibri) da mancato appagamento”. Qualcuno, nel tempo, ha concluso che la sofferenza possa costituire l’unico mezzo valido ed efficiente, in grado di rompere il sonno dello spirito e della ragione. E in effetti, in determinate circostanze critiche, il cervello attiva il meglio di sé per elaborare strategie efficaci alla risoluzione del problema. Ogni epoca storica, a ben guardare, è caratterizzata da momenti altalenanti compresi fra gioie e dolori. Ogni rapporto umano, quando è “vero”presenta frazioni di tempo “critico”. La nostra mente, analizzandola su un piano psicobiologico si “accende” in due circostanze: quando si raggiunge l’equilibrio (perché si prova benessere) e quando ci si è assuefatti a quella condizione (perché, generando noia, si deve cercare qualcosa di meglio, per poter ripristinare un equilibrio più “evoluto” del precedente).

Quando ci si rende conto di essere rimasti soli, si vede, finalmente, quella spiaggia sulla cui sabbia camminavamo da tempo, troppo occupati a perderci nell’inutile oblio del quotidiano, per accettare l’idea che il percorso potesse nascondere, in realtà, delle insidie che ci fanno paura. E, da soli, finalmente ci mettiamo ad osservare l’orizzonte, per capire quanto ci separa dalla meta. Forse, alzando lo sguardo, potremo notare chi ci ha “preceduto” indicarci la strada con i suoi insegnamenti che, a ben riflettere, stanno dentro di noi.

La mano del mio babbo è duemila volte più grande della mia. Con un passo, fa cento metri. Se non sta attento, batte la testa nei tetti delle case, perché è molto alto. È buono e mi vuole bene. Vuole bene anche alla mamma. Però un po’ di più a me. Il mio babbo non si lamenta mai. Io da grande voglio essere come lui.

Nonostante la caratura mentale che proviene dagli studi che mi hanno condotto sul sentiero della psicoterapia, mi auguravo di confrontarmi con l’allontanamento da te, il più tardi possibile.

Cos’è quello?

Cos’è quello?

Un passero, papà.

Cos’è quello?Un passero, è sempre un passero.

Cos’è quello?

Un passero, te l’ho già detto!

Cos’è quello?

Ma perché stai facendo così?

Te l’ho già detto tante volte: è un passero! Ci arrivi o no? Ma dove vai, ora?

Aspetta, ora torno….

Ma dove sei stato?

Leggi questo. Leggi a voce alta…

Oggi, il mio bambino più piccolo, che compiuto tre anni era al parco con me. Un passero si è fermato davanti a noi. Mio figlio mi ha chiesto 21 cosa fosse quell’animale ed io gli ho risposto, ogni volta, abbracciandolo, senza innervosirmi ma provando tenerezza per la sua innocenza…

Caro papà, sono stato troppo impegnato a confrontarmi con quel particolare (e, a volte, nevrotico) legame che si genera con la propria madre. L’ho sviscerato, analizzato, confrontato, soppesato, bilanciato, valutato, riconsiderato. E, alla fine, ho accettato l’idea dell’ineluttabile. In pratica, mi sono accorto di essere cresciuto al punto da superare quella soglia critica che ti fa passare da figlio a genitore e, con essa, sono andato “oltre” mamma portandomi, dentro, i suoi insegnamenti.

Ma con te, papà, è tutta un’altra storia. Non ho mai provato, veramente, a conoscerti. Forse perchè ti ho considerato un intruso rapporto fra madre e figlio? fatto sta che ho rimandato perché ti ho ritenuto immortale, con la tua immensa carica di vitalità. Dove finiscono i pensieri quando si pensa ad altro? Forse vivono di vita propria all’interno di tanti cassetti. Ognuno con un titolo diverso, scritto fuori. “Gioventù, maturità, vecchiaia.

Ma cosa prova, un padre, per il proprio figlio?

Amo mio figlio senza riserve. Anche se ha rovesciato la ciotola col latte; anche se ha pianto di notte tenendomi sveglio. Io amo mio figlio: non ho avuto paura di renderlo felice. Non ho avuto paura di guastarlo per il troppo amore. Non mi vergogno di averlo toccato, di averlo, sempre, tenuto stretto sul cuore. Nessuno ha mai sofferto per il troppo amore del padre. Lo amo per un solo motivo, dopo averlo creato: per il motivo di amarlo. (09.07.97 Giuseppe Verduci)

Ecco cosa mi sono perso, a chiuderti, per paura, le porte della mia interiorità.

La progressione anagrafica che scansiona la maturazione di neuroni e astrociti, ci porta verso continue esperienze. E accade, in forza di ciò, che tutto quello con cui impattiamo, sembra che ci scorra intorno senza permearci. E invece, ogni foto che scattiamo, mentalmente parlando, si colloca dentro particolari scaffali, dove rimane a lungo senza dare, in apparenza, più segno di sè. Accade, quindi, che tu sia convinto di aver lasciato, alle spalle, dolori, gioie, conflitti… e invece sono soltanto discorsi sospesi. Pronti a ricomparire. Con cui fare i conti, senza preavviso.

Ecco, quindi, che come è accaduto a me, immagini di aver chiuso i conti e i ponti con quella figura paterna che, come un mitologico Giove, ha allungato la propria ombra sui tanti passi che hai provato a compiere da solo.

(Padre) Non è il momento di fare cambiamenti, rilassati e basta, prenditela comoda. Sei ancora giovane, questo è il tuo problema, c’è così tanto che devi conoscere, trovati una ragazza, sistemati, se vuoi puoi sposarti. guarda me, sono vecchio, però sono felice un tempo ero come tu sei ora, e so che non è facile, stare calmo quando trovi qualcosa per andartene ma prenditi il tuo tempo, pensa molto perchè, pensa a tutto quel che hai. Domani tu sarai ancora qui, ma i tuoi sogni potrebbero non esserci. (figlio) Come posso provare a spiegargli? quando lo faccio lui si gira dall’altra parte è sempre stata la solita vecchia storia. dal momento in cui potevo parlare mi è stato ordinato di sentire ora c’è una via, e io so che devo andare io so che devo andare. (Padre) Non è tempo per cambiamenti… solo siediti, prenditela lentamente. sei ancora giovane, è questo il tuo problema c’è così tanto su cui devi pensare trovati una ragazza, sistemati se vuoi puoi sposarti guarda me, sono vecchio, ma sono felice. (Figlio) Tutte le volte che ho pianto, tenendomi dentro tutto ciò che sapevo… è difficile… ma è più difficile ignorare; se loro erano nel giusto, io accettavo, ma il problema è che non mi conosci: ora c’è una via e io so che devo andare via io so che devo andare.

Ho imparato da te, a non fermarmi mai, anche quando non ce la faccio più. Al tempo stesso, ti ho sfuggito, ti ho cercato. Mi sono scontrato. Ti ho ammirato. Mi hai deluso. Mi hai protetto e, al tempo stesso, ferito il mio orgoglio. Hai reso critico il rapporto col mio amato fratello. Mi hai sostenuto e criticato, in maniera alternata e incoerente, come conseguenza delle tue paure. Solo ora, ho capito che, tutto quello, era il tuo “difficile” e contorto modo di volermi bene. Credo che, tu, non mi abbia mai chiamato col mio nome. Hai sempre utilizzato una sorta di vezzeggiativo: “Giorgettino”.

Ripercorrendo i canali dei miei ricordi, mi accorgo di averti amato voltandoti, non di rado, le spalle e sbattendo la porta prima di uscire. Sbollendo rabbia e fastidi, comunque, ho finito col tornare sui miei passi. Forse per riannodare i fili di una memoria che, altrimenti sarebbe andata perduta.

Vincenzo

Una sorta di incrocio obbligato per cui passano tutte le mie emozioni e, pure, i confini della mia anima. Che ho tenuto celati, che sono invisibili ma incancellabili.

Vincenzo…

Ora che mi soffermo a cercarti, osservandomi meglio, mi accorgo di non averti mai detto: “Papà, ti voglio bene!” Eppure, se sapessi, un sacco di volte ho immaginato di tornare indietro nel tempo e diventare piccolo piccolo per volare fra le tue braccia…Un vecchio rabbino domandò, una volta, ai suoi allievi da che cosa si potesse riconoscere il momento preciso in cui finiva la notte e cominciava il giorno.”Forse da quando si può distinguere con facilità un cane da una pecora?””No”, disse il rabbino.”Quando si distingue un albero di datteri da un albero di fichi?”.”No”, ripeté il rabbino.”Ma quand’è, allora?”, domandarono gli allievi.Il rabbino rispose: “E’ quando, guardando il volto di una persona qualunque, tu riconosci un fratello o una sorella. Fino a quel punto, è ancora notte nel tuo cuore”.

Caro papà, vuoi sapere come mi sono sentito, nei tuoi confronti, per il tuo burbero e altalenante modo di volermi bene? Bene, ti racconto una storia.

Un giovane era seduto da solo nell’autobus; teneva lo sguardo fisso fuori del finestrino.
Aveva poco più di vent’anni ed era di bell’aspetto, con un viso dai lineamenti delicati.
Una donna si sedette accanto a lui. Dopo avere scambiato qualche chiacchiera a proposito del tempo, caldo e primaverile, il giovane disse, inaspettatamente: “Sono stato in prigione per due anni. Sono uscito questa mattina e sto tornando a casa”.

Le parole gli uscivano come un fiume in piena mentre le raccontava di come fosse cresciuto in una famiglia povera ma onesta e di come la sua attività criminale avesse procurato ai suoi cari vergogna e dolore.
In quei due anni non aveva più avuto notizie di loro. Sapeva che i genitori erano troppo poveri per affrontare il viaggio fino al carcere dov’era detenuto e che si sentivano troppo ignoranti per scrivergli. Da parte sua, aveva smesso di spedire lettere perché non riceveva risposta.

Tre settimane prima di essere rimesso in libertà, aveva fatto un ultimo, disperato tentativo di mettersi in contatto con il padre e la madre. Aveva chiesto scusa per averli delusi, implorandone il perdono.
Dopo essere stato rilasciato, era salito su quell’autobus che lo avrebbe riportato nella sua città e che passava proprio davanti al giardino della casa dove era cresciuto e dove i suoi genitori continuavano ad abitare.
Nella sua lettera aveva scritto che avrebbe compreso le loro ragioni. Per rendere le cose più semplici, aveva chiesto loro di dargli un segnale che potesse essere visto dall’autobus. Se lo avevano perdonato e lo volevano accogliere di nuovo in casa, avrebbero legato un nastro bianco al vecchio melo in giardino. Se il segnale non ci fosse stato, lui sarebbe rimasto sull’autobus e avrebbe lasciato la città, uscendo per sempre dalla loro vita.

Mentre l’automezzo si avvicinava alla sua via, il giovane diventava sempre più nervoso, al punto di aver paura a guardare fuori del finestrino, perché era sicuro che non ci sarebbe stato nessun fiocco.
Dopo aver ascoltato la sua storia, la donna si limitò a chiedergli: “Cambia posto con me. Guarderò io fuori del finestrino”.

Caro papà, come credi che sia finita questa storia?


Io, dopo averti scoperto così fragile e vulnerabile nel cercarmi con la tua mano e provare a farmi capire cosa provi, ora che non sei costretto a vestirti del tuo abito della forza ma te ne stai, in vestaglia, nell’attesa di essere cullato e accarezzato, posso dipingerti quello che provo…

Allora, l’autobus procedette ancora per qualche isolato e a un certo punto la donna toccò con gentilezza la spalla del giovane e, trattenendo le lacrime, mormorò: “Guarda! Guarda! Hanno coperto tutto l’albero di nastri bianchi!”.

Le cose non dette…

Papà, quello che non ti ho detto è come uno spazio senza fine tra quello che sarei stato e ciò che non mi è riuscito… come siamo stati bravi a farci male e a nasconderci! Papà, quello che non mi hai detto, nei momenti più tristi è stato come uno sparo col silenziatore. Però, papà, devo dirti ancora tanto se me lo permetterai, se ci riuscirò.

Mi piacerebbe raccontarti che, nell’Universo, ogni particella, ne ha una gemella che porta, però, una carica elettrica opposta. È come se, entrambe fossero monche e fuori equilibrio. Infatti, si cercano, si incontrano… e raggiungono una sorta di equilibrio perfetto, scomparendo in un “lampo” di luce. Che sarebbe come dire che, la nostra missione è quella di lavorare per raggiungere maturità, equilibrio e compiutezza. A quel punto ci congiungeremo con quello che “aleggia” intorno a noi ma non lo percepiamo. E sublimiamo con una lampo di luce.“Noi siamo Angeli con un’ala sola: possiamo volare soltanto abbracciati” (Luciano de Crescenzo)

Che cos’è morire? Un amore che si placa? Forse un lamento, o la pace del momento. Un sospiro, un’illusione, un canto. Forse, è la voce più alta di un cielo che intona note di tristezza. O forse un fiume, dove scorre, dolce, l’amarezza. È l’aria che si infiamma; una sorgente, un volo, libero… è cadere, risalire: forse una sconfitta, o una speranza. Un sogno, con la sua accoglienza. È la felicità che si consuma… un sogno che, lentamente, sfuma. È la madre di ogni tempo; è la misura, colma, di una notte, dove danza un’anima scolpita, un pianto, un dolore. Una ferita. È un paesaggio, una città. È un abbandono, una fatica… o il senso, vero, della vita? (Sandrino Aquilani)

Caro Vincenzo, ti sei dedicato al lavoro, alla costruzione contorta, faticosa e incessante. Vorrei confessarti che, di fronte all’ombra del gigante che eri, ho pianto mordendomi la mano perché non te ne accorgessi. Ho dovuto accettare quel vento del cambiamento che soffia per tutti e che, ho temuto, ti togliesse la dignità.

La verità è che, qualunque sia il momento del distacco abbiamo stati d’animo che ci inducono a soffrire. Quando siamo troppo piccoli e impauriti per capire cosa sia accaduto realmente, lo siamo anche per comprenderne la portata, in termini di abbandono. Nel momento in cui, invece, dovremmo essere abbastanza adulti da reggere l’urto, siamo nella condizione di rivivere, con dolore, tutto ciò che è stato e quello che sarebbe potuto essere…

Nell’antica Grecia, gli zetetici praticavano l’apateia (il distacco dalle passioni), l’epochè (la sospensione del giudizio) e l’aporein (il dubbio continuo).Senza arrivare a tanto, ti basta meditare su quello che ti ho spiegato finora. Se valuti che tutto funziona con delle regole più grandi di noi, arriverai a capire gli eventi mantenendo il giusto distacco. Mi è stato insegnato che è in questa dimensione che bisogna imparare a vivere, perché è quella più vicina alle leggi di Natura.

Però, papà, sto scoprendo, grazie a te, che è bello poterti stare accanto, scompigliandoti i capelli, accarezzandoti il naso e accompagnandoti come se fossimo, tu e io, sul nostro, personalissimo, tappeto volante. In compagnia di Mariano.

Ognuno deve lasciarsi qualche cosa dietro quando muore: un bimbo o un libro o un quadro o una casa o un muro eretto con le proprie mani o un paio di scarpe cucite da noi. O un giardino piantato col nostro sudore. Qualche cosa insomma che la nostra mano abbia toccato in modo che la nostra anima abbia dove andare quando moriamo (Ray BradburyFahrenheit 451, 1953).

Spesso mi chiedono come si affrontano le sofferenze. Lo sai quale risposta mi sembra più idonea, ora? Provo a sussurrartela…

Una bambina torna dalla casa di una vicina alla quale era appena morta, in modo tragico la figlioletta di otto anni. “Perché sei andata?” – Le domanda il padre. “Per consolare la mamma”“E che potevi fare, tu così piccola, per consolarla?”“Le sono salita in grembo e ho pianto con lei”.

Caro papà, ho letto che chi insegnerà all’uomo a morire gli insegnerà, anche, a vivere. Non lo so se e quanto ne sarò capace. Però, posso giurarti, ora che lo sto provando, che i bei ricordi non muoiono mai. Nel peggiore dei casi si addormentano in quel sotterraneo chiamato anima. Salvo, poi, risvegliarsi all’improvviso quando sentono il motivo di una vecchia canzone.

Caro Vincenzo, flebilmente hai chiesto a me e a Mariano: “Non mi abbandonate”. Questo atto di coraggio, vestito della nuda appartenenza al nobile genere Umano, ha acceso in noi figli, la scintilla di una concreta maturità, aiutandoci a diventare esploratori della vita, senza la paura del buio dell’Universo.

A questo punto della storia, probabilmente, si vorrebbe non finire mai perché, esaudito l’ultimo desiderio, non resta che l’esecuzione capitale. E’ il giorno dell’abbandono. Eppure, anche grazie a te, sono più forte di quando abbiamo cominciato questa avventura e non temo il momento dell’impatto. Che non sarà un distacco ma, semmai, l’istante perfetto in cui cogliere il senso di ogni cosa.Caro papà, se saprò starti vicino evitando che la mia ombra si sovrapponga alla tua divenuta, ormai, così piccina; se riusciremo, finché durerà, a restare uniti per scoprire, ogni giorno, quello che siamo e non solo il ricordo di come eravamo; se sapremo donarci l’un l’altro senza programmare chi sarà, a muovere il primo passo… Beh, questo dimostrerà il nostro Amore. E, allora, non sarà stato un peccato, aspettarsi tanto!

“… Ma si, ho capito. Il senso della mia vita consiste nel darmi ancora un’opportunità, riuscendo a meritarmela!”

Grazie.

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