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Ma ti sembra possibile che prendano i bambini e li portino nelle camere a gas? E magari li bruciano anche nei forni. E poi ci fanno il sapone. E i bottoni. Guarda qua, questo è il mio amico Ruggero, che è diventato una fibbia” (Roberto Benigni – La vita è bella).

Come dimenticare la scena finale di quel toccante spaccato della Società europea all’epoca della seconda guerra mondiale, quando il Mondo, o una buona parte di esso, ha tollerato e, in alcuni casi, incentivato l’ascesa al potere e il dilagare di un individuo che si chiamava Adolf Hitler (magari con la segreta speranza che riuscisse, al contrario di Napoleone Bonaparte, a destabilizzare una volta per tutte l’impero delle Russie)?

Un carro armato alleato entra in ciò che resta di un campo di stermino in cui, un piccolo eroe disarmante e armato solo del suo ingenuo ottimismo (interpretato, appunto da Roberto Benigni) salva il figlio dall’orrore facendogli credere che è tutto un gioco e che, alla fine, il vincitore si aggiudicherà, appunto il mezzo blindato.

La sofferenza è forse l’unico mezzo valido per rompere il sonno dello spirito” (Saul Bellow).

Il 27 gennaio 1945, verso mezzogiorno, le truppe sovietiche dell’Armata Rossa, nel corso dell’offensiva in direzione di Berlino arrivarono presso la città polacca di Oswiecim (nota con il nome tedesco di Auschwitz), scoprendo il suo tristemente famoso campo di concentramento e liberandone i pochi superstiti.

La scoperta di questo orribile posto e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono per intero e, per la prima volta, al mondo, l’orrore del genocidio nazista: una verità che ancora ferisce e grida l’orrore dell’Olocausto. Con una legge pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 177 del 31 luglio 2000 la Repubblica italiana, come altri stati europei (fra cui la Germania e la Gran Bretagna), riconosce il 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, come “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte e affinché simili eventi non possano mai più ripetersi.

I più grandi dolori sono quelli di cui noi stessi siamo la causa” (Sofocle)

In realtà i Sovietici erano già arrivati precedentemente a liberare dei campi, Chelmno, e Belzec, ma questi campi detti più comunemente di “annientamento” erano vere e proprie fabbriche di morte dove i prigionieri e i deportati venivano immediatamente gasati, salvando solo pochi “sonderkommando” (unità speciali di deportati, obbligati a collaborare nel processo di sterminio dei loro stessi correligionari, durante le operazioni di rimozione dei corpi dalle camere a gas e quelle successive di cremazione).

Il lavoro creativo è sospeso tra la memoria e l’oblio” (Jorge Luis Borges).

Tuttavia l’apertura dei cancelli ad Auschwitz, dove 10-12 giorni prima i Nazisti si erano rovinosamente ritirati portando con se in una “marcia della morte” tutti i prigionieri abili, molti dei quali morirono durante la marcia stessa, mostrò al mondo non solo molti testimoni della tragedia, ma anche gli strumenti di tortura e di annientamento del lager (anche se è doveroso dire che due dei forni crematori situati in Birkenau I e II furono distrutti nell’autunno del 1944).

L’obiettivo della memoria, in neurologia, è quello di poter stabilire chi siamo, sul piano storico dichiarativo e, nel mondo della psicologia del profondo, la possibilità di rievocare contestualizzazioni in grado di risolvere l’angoscia: comunque lo si voglia considerare, consente (sempre e comunque) di utilizzare l’esperienza acquisita mediante il meccanismo dell’apprendimento.

Ci si aspetterebbe il diniego assoluto di ogni coscienza civile, circa la possibilità del reiterarsi di simili esperienze. Purtroppo, la storia contemporanea ci insegna che, l’essere umano, a volte utilizza il peggio di quanto gli antenati hanno tramandato nella risoluzione dei problemi interpersonali.

La moltitudine di campi profughi e le condizioni disumane in cui versano gli occupanti stanno lì, testimoni di un tempo che non è andato di pari passo all’evoluzione sociale. Forse bisognerebbe ricordare quanto ci ha trasmesso Denis Diderot (famoso filosofo, scrittore ed enciclopedista, nato in Francia il 1713), “I piaceri violenti sono come le sofferenze profonde: profondamente muti”.

G.M. Direttore La Strad@ (27 gennaio 2010)

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