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Ti devono la vita e una scatola di fiammiferi e vogliono pagarti una scatola di fiammiferi, perchè non vogliono doverti una scatola di fiammiferi” (Cit.).

Cari Lettori, ma cos’è che fa crescere, veramente, l’Economia di una Nazione e il Valore di un Popolo? Come mai la ripresa congiunturale, auspicata e vaticinata, si poggia su basi così instabili e, lo spettro della recessione permanente, è sempre un passo avanti ai nostri sogni, alle nostre aspirazioni e alle nostre speranze?

La tendenza depressiva non si inverte per tanti motivi, il primo dei quali dettato dall’ingordigia di chi siede al gotha del malaffare personale e intersoggettivo e vuole aumentare il dislivello e la sperequazione sociale senza (scioccamente) rendersi conto dell’inutilità del creare un’isola di ricchezza circondata da un oceano di povertà.

Lo psichiatra, psicoanalista tedesco Otto Kernberg diagnostica la gravità di un disturbo mentale analizzando (relativamente alla “salute” dell’Io) la capacità di un coretto esame di realtà.

Il modello applicato dal capitalismo contemporaneo, si muove in ambiti piuttosto “bizzarri”: si aumenta la capacità fittizia di spesa (inducendo a creare debito), per appiattire su un’unica linea quello che, una volta, era lo spartiacque fra classe medio borghese e proletariato. Due elementi sociali che, ad un’analisi Freudiana, sarebbero sembrati come i due elementi contrapposti del “dualismo pulsionale” che, di fatto (con i suoi indici conflittuali di attrazione e repulsione) realizzano quell’insieme di entropia ed entalpia chiamata “VITA”.

Secondo questa direttiva macroeconomica, gli indici di ripresa (che rappresentano il cosiddetto PIL), sono basati non già sulla capacità di presentare prodotti e servizi sociali utili al miglioramento della qualità della vita ma, semmai, sui consumi di un popolo che, “a mente spenta” (o, meglio, spinta dai meccanismi di difesa di identificazione proiettiva, negazione, scissione, annullamento retroattivo, idealizzazione, formazione reattiva e, chi più ne ha, più ne metta…) viene indotto a comprare effimero e superfluo, anche quando la congiuntura dovrebbe spingere ad una più oculata gestione delle proprie risorse

Un qualunque scienziato incline a studiare i fenomeni della Natura, potrebbe spiegarci che, i sistemi privi di soluzione ai problemi, tendono all’estinzione.

Ci deve essere un motivo quindi, se, ancora oggi, per il genere umano si mantengono in piedi modelli che impediscono il determinarsi di un vero cambiamento. Di pensiero e di azione.

Intanto, da una parte, gli Amministratori Delegati (che ora, vezzosamente, si chiamano “CEO”) delle Multinazionali sono condizionati da politiche meramente (e infantilmente) speculative, da un’altra parte non c’è una figura rappresentativa in grado di “guidare” verso soluzioni costruttive.

Esistono, è vero, diversi designati allo studio di soluzioni per la crisi ma, purtroppo, costoro, non intendono procedere verso un Mondo nuovo perché “comandati” al disbrigo di pratiche che mantengano lo status quo, impoverendo quanto basta per togliere velleità di sviluppo ma non al punto da elidere qualsiasi capacità di spesa.

Mortificando la condotta del cosiddetto “buon padre di famiglia”

Ci sarà, infatti, sempre qualche “usuraio” che ci convincerà, di nuovo, a “tentare la sorte”, facendoci indebitare una volta di più. E allora, in che modo, leader politici e Banche Centrali, cercano di spingere la loro economia?

Una volta si finanziavano veri propulsori di crescita, quali Istituti di ricerca scientifica, Scuole, aziende agricole e fabbriche. Oggi si sostengono, prevalentemente, “alcune Banche” (che, una volta, erano Istituzioni di credito mentre, ora, si sono specializzate nel collocare titoli e azioni sempre più “tossiche”) e i vari fondi di investimento.

Chi ha, come obiettivo, quello di prevedere la formazione di una classe dirigente capace di affrontare i colpi di ventura e, al contempo, in grado di individuare aree di effettivo bisogno, da colmare attraverso linee di prodotti e servizi mirati?

La risposta a un simile quesito non può non restare condizionata dalle Politiche a più ampio “potere di brocospasmo”, come quelle indotte dal Fondo Monetario Internazionale, che avverte da tempo che, ciò che mette a rischio i bilanci degli stati più sviluppati (dal momento che gli investitori non sono attratti), è la potenziale longevità dei pensionati.

In pratica, in un Mondo in cui, ogni potere è stato affidato alla Finanza (cioè alle speculazioni di biechi immaturi che godono, per precisi intenti criminali, guadagnando sulle disgrazie altrui), nessuno Stato in cui si profili un alto costo del Welfare, può emettere titoli borsistici appetibili per gli investitori.

Lasciatemi affermare la mia più grande convinzione: la più grande crisi che dobbiamo affrontare, è la paura di non farcela” (Franklin Delano Roosvelt)

Il risultato di sistemi di pensiero come questo, almeno da noi, è che le nuove generazioni emigrano in cerca di una prospettiva. E, se vogliamo, il problema non è nemmeno legato al fatto che i nostri cervelli se ne vanno ma, semmai, che non ritorneranno.

E poco si fa per indurli a rientrare o per attirarne di eguale qualità.

Importiamo lavoratori poco qualificati per compiti specifici e strategici nel settore della “crescita” ed esportiamo il meglio. Sotto forma di diaspora (cioè di fuga in massa con dispersione in ogni angolo del globo), per giunta!

Cari lettori, dopo tutte queste osservazioni, il nostro legittimo disappunto, può essere solo in parte, placato all’idea che un’orda di umanoidi deformi (politici corrotti, funzionari senza scrupoli, truffatori di ogni risma, etc.), si azzuffano in una sorta di porcilaia. Dimentichi del destino che, comunque, li vorrà, tutti. (prima o poi) “cotechini”…

Potremmo immaginare una (a volte auspicabile) sorta di rivoluzione sociale per ribaltare l’andamento delle cose ma non possiamo non riflettere sulla forte probabilità di strumentalizzazione (si è scoperto che, anche organizzazioni eversive come le Brigate Rosse, sono state manovrate da poteri occulti) e, con orrore, correremmo il rischio di vedere, ai nuovi posti di comando, gente peggiore della precedente.

In verità, la situazione attuale (almeno quella del nostro ex bel Paese) è tale da farci concludere che non esiste la possibilità di uno scenario migliore in tempi brevi. Il campo di valutazione della nostra mente, si è ristretto in maniera ragguardevole.

Così come si è ristretta la nostra Libertà.

Quello che facciamo è subire o, nella migliore delle ipotesi, reagire. Reagiamo a quello che ci capita, che leggiamo, che vediamo alla TV, a quello che ci viene detto. Però, restando condizionati da modelli culturali e sociali prestabiliti, finiamo per reagire in maniera stereotipata.

Aggiungendo lo stress e il tedio del quotidiano, non abbiamo il tempo di fare altro.

C’è, all’apparenza, una strada già tracciata e procediamo per quella. Senza rifletterci troppo.

E allora, forse, questa è la Verità…

Siamo una generazione di passaggio, a cui è stata tolta la possibilità di “sentire” fra le mani, le redini della propria vita: non possiamo più considerarci novelli cowboy, in un immaginario West da conquistare…

Sostanzialmente, possiamo ipotizzarci in una sorta di epoca di mezzo, dopo coloro che hanno “sognato” possibili realtà e quelli che potranno godersi i panorami vagheggiati dagli antenati.

Siamo, in sostanza, all’interno dei dedali che ci porteranno verso il trionfo dell’uscita. Però, non riuscendo a vedere orizzonti (perchè immersi nel labirinto), siamo in grado di procedere senza spegnerci nel mentre, solo a condizione di riconoscerci un valore simile a quello delle scale mobili, senza le quali non si passa dal sottoscala all’attico con vista panoramica.

Bisognerebbe, quindi, “colorarsi” il tempo da vivere, con attenzione, ogni momento. Ci si dovrebbe, ad esempio, esercitare ad agire per nuove prospettive, più che a reagire in maniera poco produttiva.

Ad esempio, un ostacolo si frappone fra noi e il nostro obiettivo?

Meglio individuare un correttivo alla strategia che imprecare e affannarsi sempre sulle stesse modalità operative! Bisogna, allora, avere il coraggio di cambiare modo di pensare e di agire e, nel contempo, restare “sulle barricate” solo per il tempo necessario a dare un contributo significativo. E poi, scendere, per lasciare il posto ad altri, più freschi e motivati.

E se non ci fossero luci che si spengono, le luci che si accendono, non illuminerebbero” (Cit.).

La vita, in fondo, ci costringe a muoverci su un fronte globale, senza radicamenti (perché tutto cambia, in continuazione) e senza oasi protette. È vero, alcuni si arroccano in rigide corporazioni (che sono diverse dalle lobby, le quali rappresentano gruppi di pressione che servono a generare un utile speculativo) che costituiscono la base per la stagnazione in cui tutto si muove (e, apparentemente, cambia) per restare sempre uguale…

Però alla fine, la Natura ci insegna che un fiume, qualunque ostacolo incontri, trova sempre la strada per andare ad abbracciare colui che è, al tempo stesso, Madre e Padre: il Mare

Il bambino è come un biliardo. Quest’ultimo è fatto perchè una biglia ne colpisca un’altra che, a sua volta, rimbalza e finisce sui birilli  o in buca. Il biliardo non le permette altro perchè è come se avesse, dentro (senza accorgersene), tutte le variazioni, le combinazioni, le angolazioni le traiettorie teoriche possibili. Il biliardo è nato perchè niente di incalcolabile gli rotolasse sopra. Quindi, è come se, dentro di sé, contenesse una rete di migliaia e migliaia di fili che corrispondono a tutte le traiettorie possibili sul tappeto verde. Il bambino alla stregua del biliardo, è come se avesse, dentro, dalla nascita, la consapevolezza che qualcosa determina qualcos’altro. il bambino è predisposto a sapere chi fa cosa. Non siamo noi a dovergli insegnare la logica. Lui ha ben chiaro il meccanismo. Noi al massimo, glielo riempiamo di termini, di parole (Attribuito a Nam Chomsky, considerato il padre della linguistica moderna, professore  emerito  al Massechussets Institute of tehnology)

G.M. Direttore La Strad@

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