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Anche questa festa ha perso quell’aura di religiosità che la caratterizzava negli anni del secolo scorso, quando ancora c’erano bambini che credevano alla befana che scendeva lungo i camini delle case o sognavano di vedere babbo natale correre per la via lattea, con la slitta carica di doni e trainata da stupendi cervi.

Poi venne il tempo del consumismo, sempre più sfrenato, sempre più esasperato di luci, di luminarie arabescate, mentre le chiese spegnevano le candele e la televisione si sostituiva ai riti sacri, perché era più comodo seguire le novene di natale sul piccolo schermo.

E siamo all’oggi;

e viviamo un tempo strano, soffocati dal traffico inquinante delle città, ubriacati da un senso inappagato di strane voluttà, mentre la televisione ti inquina di “veline” seminude, volgarità e turpiloqui spacciati per comicità.

Anche i presepi sono preda delle diavolerie elettroniche mentre il solito abete spezzato occhieggia con le sue fredde luci, invano richiamando le mistiche sagre nordiche.

Se a tutto ciò aggiungiamo la precarietà sociale, la disoccupazione, gli scioperi disperati di quanti guadagnano appena di che vivere per quindici giorni al mese, e quell’odio sordo e brutale che ispira le nuove forme di terrorismo, allora anche questa festa sembra più una pausa fra belligeranti che riordinano le truppe e non un messaggio di pace e di amore che duemila anni fa percorse i monti ed i mari.

Eppure c’è chi ancora spera, chi non ha perso la propria fiducia nel prossimo, chi prega perché l’amico riscopra l’amico, chi ancora crede nella solidarietà tra gli uomini perché l’odio cessi di infuocare gli animi; ed a noi piace credere che questa strana, attuale umanità, alzando gli occhi e vedendo, nella notte stellata, il luccichio di un satellite che percorre i silenti spazi siderali, possa sognare di vedere di nuovo la stella cometa, presagio di un nuovo umanesimo.

E con questo augurio, che spero, non rimanga un sogno, abbraccio tutto i popoli, ed, in particolare, i miei figli, i miei parenti, i miei amici, fra i quali mi piace stringere la mano al caro Vincenzo Andraous, il cui riscatto morale è un esempio significativo di un’utopia che è diventata realtà.

Giuseppe Chiaia (21 dicembre 2003)

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