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La stragrande quantità di informazioni che investono il nostro sistema percettivo, fateci caso (nonostante la realtà in cui siamo calati sia equamente suddivisa fra cose buone ed elementi fastidiosi), risulta costituita da stimolazioni che, inevitabilmente, finiscono con l’irritarci e l’impaurirci.

Perché?

Forse dipende dalla nostra immaturità che condiziona gli orientamenti, probabilmente entrano in gioco fattori speculativi (frutto, comunque, di avventatezze valutative che non restano senza conseguenze), comunque sia, per quanto accade nel mondo, emergono, con prepotenza, sentimenti di paura, di ansia e di insicurezza; sentimenti, questi, concatenati tra di loro e che troppo spesso tentiamo di nascondere dietro false sicurezze, piuttosto che provare ad affrontarli a viso aperto con il proposito di risolverli attraverso la consapevolizzazione e la relativa metabolizzazione.

L’avidità ci fa ottenere tutte quelle cose che il denaro può comprare e fa perdere quelle che il denaro non può comprare (Laurence Peter).

È la Società in genere a far paura, anche perché le certezze, avendo grattato il fondo del barile sono svanite da tempo! C’è allora da chiedersi se si possegga i mezzi necessari a neutralizzare queste paure che, giorno dopo giorno, vengono alimentate dal vento dell’incoerenza, della preoccupazione dell’incompetenza e del calibrato autolesionismo. Il nostro presente è intriso di falsi miti dietro ai quali, i più, si perdono irrimediabilmente

A questo punto, entrano in gioco quelli che gli esperti di psicodinamica chiamano “meccanismi di difesa dell’io” tesi a preservare l’autostima, prevalentemente di fronte a vergogna e vulnerabilità e a garantire un senso di sicurezza quando ci si sente gravemente minacciati da rischi che si teme di non riuscire ad affrontare.

Quindi, ci spiegheremmo aspetti apprentemente paradossali e del tutto inconsapevoli, come la negazione (quando si non si accetta una realtà evidente o intuibile), l’idealizzazione (che porta a proiettare sull’altro una perfezione che non c’è), l’identificazione proiettiva (che ci fa osservare, nell’altro, caratteristiche nostre che riteniamo inaccettabili), la formazione reattiva (che ci fa nascondere aspetti del nostro carattere con comportamenti diametralmente opposti), la rimozione (nel momento in cui si cancella un evento dalla memoria consapevole) e tanti altri ancora.

Nel momento in cui veniamo al mondo, i nostri genitori ( e principalmente nostra madre) ci mettono in condizione di sentirci al centro del nostro Universo. Un po’ alla volta, però, se vogliamo diventare autonomi, è necessario che, in famiglia, ci mettano di fronte a frustrazioni alla portata delle nostre capacità (definite “positive” e “costruttive”) che ci facciano scendere dal piedistallo egocentrico e narcisistico rendendoci capaci di affontare la realtà.

Durante questo processo di distacco emotivo genitoriali si ha bisogno di “portarsi dietro” una sorta di imulacro che ci ricordi soprattutto la figura materna da cui trarre sicurezza e che si chiama “oggetto transizionale”. Se, però, il processo di maturazione non avviene in maniera compiuta, il bisogno del feticcio (da cui trarre forza, sicurezza e tranquillità) resterà anche da adulti e si trasformerà nell’auto di lusso, nell’orologio di particolare pregio e in tutto ciò che fa “status”.

Non è strano, quindi, che da un sacco di tempo, uno dei peggiori modelli di oggetto transizionale capace di concedere potere, sia rappresentato dal Dio denaro per il quale, spesso (troppo spesso), si è disposti a fare di tutto; veniamo costantemente bombardati da messaggi che trasmettono una verità appositamente costruita, secondo la quale chi ha maggiore disponibilità, viene adulato, vezzeggiato e riverito dal mondo che lo circonda!

Ed ecco, allora che ci si affanna in molteplici modi per tentare di accumulare più risorse possibili, trascurando, così, se stessi, le proprie reali esigenze, i bisogni primari e i sogni che ci mantengono attive le motivazioni per continuare a lottare. In nome di tali fattori fuorvianti, vengono, tra l’altro, commessi crimini efferati che vanno oltre ogni umana immaginazione.

L’egoismo non consiste nel vivere secondo i propri desideri, ma nel pretendere che gli altri vivano a quel modo che noi vogliamo. L’altruismo consiste nel vivere e lasciar vivere. (Oscar Wilde)

L’insegnamento più importante che si dovrebbe trasmettere, dovrebbe far capire che è saggio e salutare riuscire ad apprezzare quello di cui si dispone e su cui si può contare per spingerci a realizzare noi stessi, la nostra personalità e il nostro ruolo.

Ma il voler avere più degli altri, potrebbe rappresentare un nostro limite?

La risposta affermativa è fin troppo scontata. Nella maggior parte dei casi, chi esprime una simile avidità negativa, teme di essere considerato inadeguato: ecco, quindi, profilarsi la sindrome dell’inferiorità, un male che affligge un cospicuo numero di esseri umani rivelandone la scarsa maturità. Questa categoria di persone, infatti, vivrà sempre sub-iudice, cioè pendente dal giudizio degli altri, e sarà costretta a vivere di luce riflessa, piuttosto che godere della naturale autonomia.

L’affermazione sugli altri, con ogni mezzo ed in qualsiasi situazione, non ha mai sortito risultati positivi anzi, al contrario evidenzia limiti consistenti, in quanto si perdono di vista i concetti di auto-affermazione e di competizione con se stessi. Ed eccoci, quindi, tornati al punto di partenza, e cioè le paure…..A tal proposito, infatti, possiamo affermare che, quanto maggiore risulta essere lo sviluppo della nostra personalità, tanto minori saranno le paure dalle quali saremo attanagliati.

Siccome ogni uomo deve decidere se camminerà nella luce dell’altruismo creativo o nel buio dell’egoismo distruttivo, secondo Martin Luther King, la più insistente ed urgente domanda della vita, dovrebbe essere: “Che cosa fate, voi, per gli altri?

Per aiutare nella risposta, ci permettiamo di ricordarvi una saggia indicazione di Paolo Coelho.

“Ogni essere umano, nel corso della propria esistenza, può adottare due atteggiamenti: costruire o piantare. I costruttori possono passare anni impegnati nel loro compito, ma presto o tardi concludono quello che stavano facendo. Allora si fermano, e restano lì, limitati dalle loro stesse pareti. Quando la costruzione è finita, la vita perde di significato. Quelli che piantano soffrono con le tempeste e le stagioni, raramente riposano. Ma, al contrario di un edificio, il giardino non cessa mai di crescere. Esso richiede l’attenzione del giardiniere, ma, nello stesso tempo, gli permette di vivere come in una grande avventura.”

Mariano Marchese (Avvocato, Counselor) – Presidente Assocultura Cosenza

Giorgio Marchese (Medico Psicoterapeuta, Counselor) – Direttore “La Strad@”

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