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Siccome l’estate, convenzionalmente, è considerato “tempo di vacanze”, fioriscono test e consigli su tutto ciò che possa generare un minimo di interesse in proposito. Ecco, quindi che, secondo statistiche accreditate, per più di qualcuno, l’idea di salire su un aereo oppure di affrontare un lungo viaggio si può trasformare in un motivo di ansia e dare il via a vere e proprie fobie.

L’approccio ottimale, secondo gli esperti, deve prevedere soluzioni ad hoc e personalizzato che possa prevedere sia una prospettiva farmacologica che un approccio psicologico. In alternativa, una combinazione tra farmaci e psicoterapia per affrontare al meglio queste situazioni, specie se sfociano in veri e propri attacchi di panico.

Secondo Giovanni Andrea Fava, dell’Università di Bologna, tra i farmaci le benzodiazepine possono risultare utili, così come gli antidepressivi. Tuttavia, al momento, solo pochi studi dimostrerebbero l’efficacia di quest’ultima categoria di farmaci nei confronti degli ansiolitici. Ad indicarlo è una revisione della letteratura che verrà pubblicata su Psychotherapy and Psychosomatics.

L’importante è che, in ogni caso, la strategia farmacologica sia adattata alle caratteristiche del paziente, attraverso un confronto tra efficacia ed effetti collaterali, per ottenere un valido rapporto tra rischio e beneficio. “I farmaci hanno un effetto sintomatico, e questo vuol dire che i disturbi ricompaiono appena si interrompe la cura” – fa notare Fava. Sul fronte della psicoterapia, invece, per il trattamento di attacchi di panico e fobie, di solito, si privilegia il modello cognitivo-comportamentale che mira ad indurre mutamenti nel modo in cui la persona interpreta le situazioni, nella fase cognitiva, per poi influire sul comportamento. L’alternativa consiste nel modello psicodinamico che prevede, invece, una mappatura della personalità per scovare e risolvere i punti critici conflittuali, da cui scaturiscono gli stati di tensione che produrranno i problemi.

Il buonsenso e la capitalizzazione dell’eesperienza, possono avere voce in capitolo?Possono aiutarci a scovare, se esiste, una metodologia per riuscire a godere pienamente, fino in fondo, di quello che è il nostro periodo di vacanza?

Dovrebbe essere una metodologia che è inutile cercare sui libri. Infatti, poi, siccome non si riesce ad utilizzare quello che si è provato ad acquisire, sul piano teorico, (perché non si è imparato come saperle “gustare”) è come avere la dispensa di casa piena però non riuscire ad organizzare nulla per quanto concerne il pranzo.

Perché?

Per cattivo utilizzo, prevalentamente, della risorsa “tempo”

Che metodologia utilizzare?

Quella che si dovrebbe mettere a punto durante tutto l’arco dell’anno e che dovrebbe servire a capire “il senso dello stare al Mondo”, per scoprire il modo migliore di consumare lo scorrere dei minuti all’interno dei quali si colora la vita di ciascuno.

Cos’è un metodo?

Un qualcosa che si applica dopo aver stabilito la sua validità e da cui ci si aspetta un risultato. E che cosa si può applicare? Sipuò applicare se stessi in base a come gli altri lo consentono. E allora sembra indelicato suggerire delle ricette specifiche perché facile sarebbe dire: “Allontaniamoci dalle persone che ci stancano con i loro discorsi, allontaniamoci dagli ambienti che ci opprimono con i loro fumi di ogni genere e proviamo a stare a contatto con la parte migliore della natura per cercare a ritrovare noi stessi”.

E chi non lo può fare, fisicamente parlando? E chi non lo può fare, familiarmente parlando? E chinon lo può fare, umanamente parlando? A questo punto come dovrebbe sentirsi?

Allora tribola tutto il tempo e poi si sente dire tutto ciò che non vorrebbe ascoltare perché lo porta a considerarsi come la plebe o il volgo di medievale memoria, quando passava il signore e lanciava degli avanzi di cibo o di danaro pensando di fare qualcosa di buono, ma in realtà faceva percepire al popolo la differenza che c’era fra quest’ultimo e lui o lei… e difficilmente tale cosa rendesse felice la gente.

Vogliamo dunque provare ad essere più gentili? Vogliamo provare ad essere un po’ più sinceri? Vogliamo provare ad essere un po’ più veri nell’intrinseco significato di questi termini? Vogliamo provare a rispettarci un po’ di più? Vogliamo provare a volerci un po’ più bene? Vogliamo provare a fermarci quel tanto che basta per stabilire cosa abbiamo che funziona?

Cosa abbiamo, a cui non si è mai dato peso a sufficienza? Che cosa potremmo perdere? Solitamente si dà valore a qualcosa, quando questo qualcosa lo hai perduto o stai per perderlo. E perché non te lo godi prima, perché non ce lo godiamo prima… soprattutto nel durante?

“Per un uomo a piedi scalzi, la felicità è un paio di scarpe. Per un uomo che indossa scarpe vecchie, è un paio di scarpe nuove. Per un uomo che ha scarpe nuove, è un paio di scarpe più belle. E, di certo, l’uomo che non ha piedi, sarebbe felicissimo di camminare scalzo. Misura la felicità con quello che hai, non con quello che ti manca” (Michael Josephsonfoto)

Diamo valore a quello che abbiamo, pensando che potremmo perderlo; ciò, non per farci del male, non per essere sadici ma, perché, in questo modo, andremo ad attivare la parte ortosimpatica del neurovegetativo… che è quella che tiene desta l’attenzione dei bambini quando ascoltano le favole in cui c’è molta suspence, o che desta l’attenzione degli adulti quando guardano film ad alta tensione.

In conclusione

Rilassamento, cura di sé, attenzione per quello che attira ancora la nostra curiosità.

“La nebbia si alzò presto, lavoravo in giardino. I colibrì si posavano sui fiori del quadrifoglio. Non c’era cosa sulla terra che desiderassi avere. Non conoscevo nessuno che valesse la pena d’invidiare. Il male accadutomi, l’avevo dimenticato. Non mi vergognavo al pensiero di essere stato chi sono. Nessun dolore nel mio corpo. Raddrizzandomi, vedevo il mare azzurro e le vele” (Czeslaw Miłosz)


G. M. 
– Medico Psicoterapeuta. (8 Agosto 2015)

Si ringrazia Emanuela Governi, per gli spunti di riflessione offerti.

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