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Premesse

Il presente lavoro (pubblicato per la prima volta il 14 dicembre 2014 e, ora, arricchito con diverse news aggiuntive) trae spunto dalle pubblicazioni scientifiche di valenti oncologi, biologi molecolari, neuroscienziati e dalle applicazioni cliniche della psico-oncologia. Mira a riconsiderare una patologia temibile come quella tumorale in un’ottica più “umana” e meno affidata alla casualità. Rimangono valide, ovviamente, le indicazioni sulla prevenzione primaria, sulle indagini cicliche e sulle terapie che l’Organizzazione Mondiale della Sanità incoraggia e prescrive. E’, sicuramente ponderoso. Ma sarà, comunque, utilissimo leggerlo. magari un po’ alla volta. Un ringraziamento a tutti coloro che mi hanno aiutato nell’imparare. In particolare al mio “mentore” Giovanni Russo.

Buona lettura

“Immaginate se ciascuna dei vostri trilioni di cellule decidesse di farcela da sé, di combattere per essere la regina della collina piuttosto che cooperare con le cellule compagne. Per quanto sopravvivereste?” (Bruce H. Lipton – Biologo cellulare)

La malattia come crisi esistenziale.

Ho sempre pensato che sia giusto spiegare la situazione al paziente, passando in rassegna i sospetti diagnostici (secondo il moderno concetto di “alleanza terapeutica”), ma senza fingere d’ignorare le domande cruciali, relative alle probabilità di vivere e di guarire. Questo è particolarmente vero quando ci si trova davanti a una malattia tumorale. Certo, ci sono segnali incoraggianti: le percentuali dicono che di cancro si guarisce sempre di più. Una neoplasia, però, resta sempre una malattia grave, che sconvolge gli equilibri del malato e i suoi rapporti familiari e sociali. Perciò il medico non può, non prendere in considerazione le angosce del paziente cercando, anzi, di “prevenirle” e “sollevarle”. Profondamente convinto di questo, fin da quand’ero giovane e lavoravo all’Istituto nazionale dei tumori di Milano mi sono sempre battuto perché nei trattamenti dei malati di tumore entrasse a pieno titolo anche una particolare attenzione per gli aspetti psicologici della malattia. Da qui (ma non solo) è nata la psico-oncologia. In Italia, la Società di psico-oncologia è sorta nel 1985, sviluppandosi secondo tre filoni: le campagne informative all’insegna della prevenzione; la formazione del personale medico e infermieristico; la ricerca sulle conseguenze psicologiche della malattia sulla vita del malato per elaborare più idonei modelli di assistenza.
(Umberto Veronesi)

Negli anni ’60, il dott. Bruno Bloch (autorità dell’epoca, nel campo della dermatologia) curava con successo le verruche, sottoponendo i pazienti a raggi speciali, aventi un prodigioso effetto curativo ed emessi da una macchina multicolore e rumorosa ma, al tempo stesso, priva di validità scientifica in quanto capace solo di “ronzare” e impressionare favorevolmente coloro che si sottoponevano alla terapia.

Con il termine “verruca”, si individua un gruppo di affezioni cutanee generalmente benigne, causate da un virus potenzialmente oncogeno (tumorale) contenente un DNA che si riproduce all’interno delle cellule della pelle, “trasformandole”.

In definitiva, la verruca può essere considerata come un castello fortificato di un virus che, mentre induce alterazioni genetiche della cellula ospite, si protegge costruendosi tutto intorno, una struttura dura (la verruca, appunto) inaccessibile da cui, in ogni momento, può liberare nuove particelle virali in grado di infettare altre zone, secondo un principio identico a quello della metastatizzazione tumorale. La terapia “classica” più utilizzata è quella dell’asportazione chirurgica cui fa seguito non di rado, purtroppo, la ricomparsa della lesione a distanza di tempo. Altri mezzi farmacologici (a base di unguenti cheratolitici e vaselina salicilata) danno risultati molto deludenti. Più positiva, invece, sembra essere l’applicazione dell’ipnosi che, in molti casi, induce la scomparsa della lesione in maniera più o meno definitiva. Allo stesso tempo, si registra un numero consistente di remissioni spontanee non trattate con alcuna terapia.

Secondo il parere di esperti oncologi, “qualunque apparato in grado di eliminare una verruca sarebbe potenzialmente idoneo a debellare anche un tumore”. La letteratura scientifica annovera numerosi episodi relativi alla remissione “spontanea” di quadri tumorali altamente invasivi, che vanno sotto il nome di “guarigioni straordinarie”. Valga per tutti, un esempio che la letteratura internazionale riporta: il caso dell’amabile signor Wright (documentato dallo psicoimmunologo Bruno Kopfler, nel 1952).

Il tumore e l’effetto placebo

Il signor Wright, affetto da un quadro particolarmente invasivo di linfoma (neoplasia maligna che interessa i linfociti T e tende a localizzarsi a livello dei linfonodi, generando delle masse imponenti che comprimono gli organi circostanti), stava attraversando la fase definita “terminale”… anticamera veloce del decesso. Le cure dei sanitari, tenuto conto della scarsità di mezzi dell’epoca, si riducevano alla riduzione del dolore, in attesa della fine. Accadde, però, qualcosa di particolare: il paziente chiese e ottenne di poter essere inserito in un protocollo sperimentale basato sulla somministrazione di un farmaco chiamato Krebiozen (utilizzato negli anni ’50 ma rivelatosi, nel tempo, completamente inefficace). Dopo alcuni giorni dalla somministrazione si assistette alla remissione totale e clinicamente documentabile del quadro patologico tanto che, ben presto, il soggetto fu rimandato a casa… “guarito”. Purtroppo cominciarono ad apparire sulla stampa articoli sull’inefficacia del farmaco in questione e, dopo due mesi, il signor, Wright, tornò in ospedale con evidenti segni clinici di ricaduta del tumore. I medici, cercarono di sfruttare l’effetto placebo dichiarando di volerlo sottoporre ad una nuova sperimentazione basata su una variante modificate del Krebiozen e gli somministrarono una soluzione priva di alcun principio terapeutico. I risultati non tardarono ad arrivare e, con un quadro di nuova remissione, fu possibile al paziente lasciare l’ospedale per “tornare” alla vita di sempre. Questa “tregua” dal tumore, però, si interruppe definitivamente quando l’American Cancer Association” annunciò ufficialmente che il Krebiozen era del tutto privo di efficacia. A distanza di poco tempo dalla lettura di quel comunicato, il signor Wright ricomparve in ospedale con, di nuovo, i gravi segni clinici, per non uscirne più: morì due giorni dopo il suo ricovero. Secondo il parere dei medici curanti, La sua fede era perduta e la sua ultima speranza… svanita!”

L’effetto placebo

Casi come questo, ci pongono di fronte a interrogativi del tipo: quanto è efficace l’effetto placebo? Il termine placebo deriva dal latino e significa “accontentare”. Nell’accezione propriamente medica, venne usato per la prima volta nel 1787, identificandolo come “medicamento applicato più per far piacere che per giovare al malato”. Sostanzialmente, l’efficacia terapeutica di una sostanza “inerte”, non può certamente essere legata alla sua azione chimico – fisica quanto, piuttosto, alla risposta del nostro sistema nervoso (e, quindi, della nostra mente, che lì alberga) di fronte alla convinzione di impattare con qualcosa che produrrà degli effetti!

La componente placebo, si manifesta ogniqualvolta un terapeuta somministra un farmaco: diversi studi condotti su differenti tipi di analgesici, hanno rilevato come la loro efficacia biochimica sia dovuta in gran parte, appunto, all’effetto placebo. Per la morfina, ad esempio, la percentuale è pari al 56%. Allo stesso modo, studi approfonditi, su base statistica, hanno evidenziato che, oltre il 60% di risposta nei trattamenti psichiatrici, sia riconducibile allo stesso meccanismo. Per contro, molti effetti collaterali di terapie antitumorali si manifestano in soggetti sottoposti a protocolli “placebo” privi di azione farmacologica.

In quest’ultimo caso, si parla di effetto “nocebo” che è l’esatto contrario dell’effetto placebo: entrambi sono dovuti a reazioni fisiologiche e psicologiche. Negli ultimi cinquant’anni sono stati pubblicati più di cento lavori per comprendere ciò che è incontrovertibile: si manifestano effetti positivi o negativi nella fisiologia di un paziente che ha ricevuto “acqua fresca” credendo che forse un farmaco.

Negli studi che testano i Fans (farmaci antiinfiammatori non steroidei), per esempio, gli effetti avversi prevalenti sono stati nausea e disturbi gastrointestinali anche nel gruppo campione che ha preso placebo. Idem per gli studi di efficacia di farmaci contro l’emicrania. Il gruppo campione con placebo ha mostrato di avere gli stessi effetti avversi del gruppo trattato con principi attivi: anoressia e disturbi della memoria.

“L’applicazione delle tecniche di neuroimmagine – spiega Francesco Bottaccioli, presidente onorario della società di psiconeuroendocrinoimmunologia – ha dimostrato una doppia via: una per il placebo (attività di dopamina e oppioidi), l’altra per il nocebo, (circuito dell’ansia, attività di colecistochinina)”.

Una massa anormale che deriva da una eccessiva proliferazione cellulare, che si distingue in “benigna” quando rimane localizzata nella zona d’origine (ad evoluzione non pericolosa) e “maligna”, quando invade i tessuti circostanti e produce metastasi (disseminazioni).

A questo punto, occorre fare qualche passo indietro sul piano anagrafico e tornare al nostro “Tempo zero”, cioè al momento in cui uno degli spermatozoi di nostro padre, è riuscito a fecondare l’ovulo di nostra madre, nel terzo medio (o giù di lì) delle sue tube uterine.

Bene, da quel momento in avanti, avverrà quello che, comunemente viene definito il Miracolo della vita…: da una singola cellula risultante da questa “fusione d’amore” che si chiama Zigote, ci sarà una moltiplicazione inarrestabile di tante cellule tutte uguali, che daranno luogo ad agglomerati simili ad una mora. Da qui, il nome Morula

Lo zigote (embrione unicellulare) si divide per mitosi, dando origine a cellule più piccole, chiamate blastomeri. Questo processo è chiamato segmentazione. Arrivati ai 16 blastomeri (cellule tutte uguali), verso il terzo giorno, si costituisce la Morula. È questa, ad entrare nella cavità uterina. Allo stato di morula, la segmentazione si accentua e le cellule cominciano a produrre un liquido che va a riempire gli spazi intercellulari e poi si raccoglie al centro della morula.

Verso il quinto giorno, si passa allo stadio di formazione della blastocisti (embrione dell’età di circa 5 giorni).

A questo punto, si differenziano due tipologie cellulari: le cellule più esterne, che formano il trofoblasto (da cui verranno fuori la placenta, il cordone ombelicale etc.) e le cellule più interne, che formano, invece, l’embrioblasto (l’essere umano in “divenendo”). Dalla ottava settimana di gestazione, il prodotto del concepimento, da embrione diventa feto.

E, qui, assistiamo ad un altro miracolo…

Le cellule che, fino a quel momento, si duplicavano restando sempre uguali, cominciano (via via che si dividono, dando vita a nuove cellule) a differenziarsi, dando luogo all’abbozzo dei vari organi e apparati. In pratica, il terreno di coltura (l’ambiente materno) rende possibile, con meccanismo definito epigenetico, la “stimolazione” della lettura (da parte dell’RNA) di geni diversi del DNA, rispetto a quelli “letti” fino a quel momento. In questo modo, “prendiamo forma”

Torniamo, per un attimo a riosservare l’immagine del tumore…

..non notate anche voi una straordinaria somiglianza con le cellule staminali embrionarie?

Effettivamente, per motivi svariati (tossici ambientali di vario genere), giungono messaggi alterati ai meccanismi della duplicazione cellulare che, in un adulto, genera cellule diverse per forma e funzione) in base ai vari organi e apparati. Il risultato, sarà quello di tornare indietro, nel meccanismo della differenziazione, fino ad un periodo molto vicino a quello embrionario.

Quindi, tale proliferazione cellulare deriva da una trasformazione in senso “indifferenziato” di tessuti organici. In pratica, in qualunque parte del nostro corpo (per motivazioni varie) il DNA cellulare può modificarsi facendo perdere la specializzazione cellulare e inducendo solo una notevole duplicazione, a spese dell’intero “sistema”. Però, cambiando orientamento cellulare, si perde il codice di identificazione specifico acquisendone un altro che, non venendo riconosciuto dal sistema immunitario, di solito porta alla distruzione delle cellule in questione.

Cari lettori, come già suggerito per l’articolo sul meccanismo dell’Apprendimento, proviamo a fare un salto nel passato: troveremo un “Mondo” interessantissimo…

Carl Gustav Jung (medico, psichiatra, psicoanalista, filosofo, antropologo, accademico, vissuto dal 1875 al 1961) aveva brillantemente intuito che l’evoluzione (nell’arco di tempo compreso dal Big Bang per oltre 15 miliardi di anni, fino ai giorni nostri) degli elementi fondamentali dell’Universo (l’Energia vitale sotto forma di gas, polvere di stelle, etc. governata e “istruita” da elettromagnetismo, gravitazione, interazione forte e debole) era stata condensata nel nostro DNA.

Questo filamento a doppia elica che dà vita ai cromosomi deve essere inteso, quindi, come un enorme deposito di informazioni che si sono modificate in milioni di anni per consentirci di apparire sotto forma umana, in grado di funzionare, per ciò che è indispensabile (duplicazione cellulare, metabolismo, impulsi nervosi, “istinti pulsionali”) a prescindere da modelli educativi impartiti.

In pratica è come se, Madre Natura, avesse plasmato (dai primi batteri fino alle forme di vita più evolute) le trasformazioni necessarie a dar luogo ai “complessi” e “articolati” Esseri Umani i quali, alla stregua di un Computer appena comprato, sono in grado di funzionare (per le elementari ma fondamentali operazioni inconsapevoli) grazie ad un sistema operativo installato dal costruttore che verrà, in seguito, arricchito di programmi dall’ambiente (Famiglia, Scuola, Società in generale) capaci di attivare la nostra capacità di contestualizzarci in maniera consapevole.

L’ARCHETIPO, dunque, è il sistema operativo (una sorta di Windows 10, ad esempio) capace di “guidare” il nostro sviluppo embrionale intrauterino (in pratica quando da una cellula indifferenziata, lo zigote, un po’ alla volta diventiamo piccoli esseri umani pronti a venire al mondo).

In questo caso, il segnale epigenetico, giunge dall’organismo materno.

TUMORE: IL RUOLO DELLA GENETICA…

Dall’immagine sopra riportata appare evidente che, le informazioni “alterate” in grado di indurre una cellula nel percorso a ritroso di ritorno ad un livello pseudostaminale oncologico, nascano da un’alterazione della struttura del DNA: una vera e propria mutazione genetica.

In pratica, come sostiene qualcuno, “avere” o meno un tumore sarebbe una questione di fortuna.

PROVIAMO A VEDERCI CHIARO

Per mutazione genetica,si intende ogni modifica stabile ed ereditabile della sequenza del filamento genetico dovuta ad agenti esterni o al caso.

Una mutazione modifica quindi la struttura del DNA o dell’RNA (genotipo) di un individuo e può modificare l’informazione trasmessa (fenotipo) a seconda delle sue caratteristiche e delle interazioni con l’ambiente.

Le mutazioni vengono generalmente classificate in due classi a seconda della loro origine:

mutazioni da fattori interni dell’organismo, definite “spontanee” nel senso che avvengono in assenza di agenti mutageni noti (fra gli altri, spostamenti di atomi di Idrogeno o di basi azotate, o per errori legati a stress operativo o di tipo enzimatico);

mutazioni indotte, prodotte dall’azione di particolari agenti fisici o chimici “mutageni” ( raggi “X”, “Gamma”, “Ultravioletti”, “composti aromatici”, etc.).

Reversione e soppressione

Le mutazioni definite “puntiformi” possono essere soggette a reversione o soppressione perchè, attraverso altre mutazioni, possono scomparire dal genoma o può scomparirne l’effetto sull’organismo.

Il caso…

Viene definito come elemento in grado di determinare un avvenimento senza una causa definita e identificabile o accaduto per cause che certamente vi sono ma non sono conosciute.

Trovandoci all’interno di un Universo nel quale non “si muove foglia che Dio (o chi per lui) non voglia” (ricordiamo il celebre “Dio non gioca a dadi, nell’Universo” di Einstein verso il Fisico Niels Bohr) non è scientificamente accettabile considerare l’esistenza di una qualsiasi manifestazione senza che, a monte, non ve ne sia un motivo. Basta osservare il complesso dinamismo biochimico di un qualsiasi organismo (senza arrivare alla “teoria del Tutto” di Stephen Hawking in basa alla quale siamo la rappresentazione di una diversa sequenza di frequenze…) per arrivare a capire che tutto ha una ragione. Magari non (ancora) conosciuta.

Per quanto riguarda il rapporto fra mutazioni e tumori, la palla passa in mano all’epigenetica

L’utilizzo dei fattori di differenziazione delle cellule staminali come regolatori epigenetici nelle malattie cronico- degenerative ed in medicina rigenerativa.

Pier Mario Biava, medico del lavoro, si è laureato in Medicina nell’Università di Pavia, specializzandosi prima in medicina del lavoro all’Università di Padova ed in seguito in igiene all’Università di Trieste. Studia da parecchi anni il rapporto fra cancro e differenziazione cellulare: ha isolato i fattori di differenziazione delle cellule staminali in grado di inibire o rallentare la crescita di vari tipi di tumori umani. Docente per numerosi anni alla Scuola di Specializzazione di Medicina del Lavoro di Trieste, attualmente lavora presso l’Istituto di Ricerca e Cura a Carattere Scientifico Multimedica di Milano. E’ autore di oltre 100 pubblicazioni scientifiche e di alcuni libri (quali: “L’Aggressione Nascosta – Limiti Sanitari di Esposizione ai Rischi” edito da Feltrinelli, ”Complessità e Biologia” edito da Bruno Mondadori e “Il Cancro e la Ricerca del Senso Perduto” edito da Springer, “Il Senso Ritrovato”, curato con Ervin Laszlo ed edito da Springer)Fa parte dei Comitati Scientifici di alcune riviste internazionali nel campo dell’oncologia e dell’epidemiologia (Tratto da Mednat.org)

Quello che risalta evidente dall’immagine proposta è che devono realizzarsi, sul piano della biochimica e della biologia cellulare, almeno due condizioni:

  • i recettori posti sulla membrana delle cellule, devono restare “sordi” ai messaggi che arrivano quando il numero di cellule è eccessivo;
  • gli enzimi che “liberano” energia, lavorano senza sosta.

In pratica, è come se l’innesco di un tumore fosse paragonabile ai preparativi di un colpo di Stato: così come per quest’ultimo, è necessario contare su risorse economiche ingenti, armi e benevolenza dell’esercito, il tumore può avvalersi di energia più che a sufficienza (anche grazie alla produzione di nuovi vasi sanguigni) e sull’inibizione di funzioni importanti della sorveglianza immunitaria.

MUTAMENTI EPIGENETICI CHE CAUSANO IL TUMORE.

L’incontrollata proliferazione cellulare che caratterizza il cancro può essere scatenata non solo da mutazioni nei geni ma anche da processi che bloccano la trascrizione di geni che hanno una funzione protettiva. La scoperta apre le porte a nuove prospettive terapeutiche per i tumori che hanno origine da un simile processo epigenetico, dato che è potenzialmente reversibile (Le Scienze – 28 luglio 2014).

protettiva. La scoperta apre le porte a nuove prospettive terapeutiche per i tumori che hanno origine da un simile processo epigenetico, dato che è potenzialmente reversibile (Le Scienze – 28 luglio 2014).

In sostanza, si è arrivati a capire che, il meccanismo psiconeuroendocrinologico, su base epigenetica, dovrebbe avvenire, più o meno attraverso la seguente procedura:

  • Dal mondo esterno della cellula (che può essere il resto dell’organismo o ciò che sta fuori dalla persona), giungono sollecitazioni captate da recettori sensoriali specifici che generano sensazioni corrispondenti;
  • Queste sensazioni, attraverso le vie di conduzioni afferenti, giungono al Talamo, da dove verranno inviate alla zona corticale di corrispondenza;
  • Giunte a destinazione, vengono confrontate con elementi di similitudine per stabilire (attraverso una verifica che chiama in campo anche l’ipotalamo) di cosa si tratti, in base ad un criterio di valutazione che rispetti i parametri “utile/non utile – piacevole/sgradevole – logico/non logico” vengono scomposte;
  • Da qui, nascono le percezioni, cioè quel riconoscimento di una sollecitazione a cui viene data una contestualizzazione spazio temporale per stabilire come reagire, attraverso una processazione che segua una procedura che preveda, rispettivamente, una raccolta di dati (che riguardano un determinato argomento e che sono stati precedentemente memorizzati e adeguatamente archiviati) una elaborazione dei medesimi (nel campo psicobioelettromagnetico localizzato nel nucleo degli atomi e nello spazio interazionale degli elettroni che si trovano nelle molecole del DNA e della membrana delle cellule neuronali e nevrogliali), una scelta (in base agli elementi che si possiedono ed alle capacità riflessive), una verifica (del lavoro realizzato, mediante l’intervento della logica che, in caso di necessità, suggerisce eventuali correttivi), un’associazione (dei vari elementi elaborati) e, infine, una strutturazione di un concetto completo che, consenta valutazioni adeguate;
  • A questo punto, entra in gioco la capacità individuale di adattamento, in base a cui il segnale di partenza (che genera campi elettromagnetici in grado di influenzare i nostri mediatori di informazione), viene modulato (grazie a neurotrasmettitori e neuromodulatori) e, a volte, anche modificato.
  • Ciò che resta del segnale (o, meglio, quello che diventa) si trasforma, trasportato da mediatori bioumorali (flussi elettrici e chimici) sulle cellule bersaglio, in un elemento che attiva dei recettori di membrana ( che sono una sorta di antenna) in grado di consentire (attraverso un meccanismo simile ad un sistema di ingranaggi) l’apertura o la chiusura di canali di membrana attraverso cui passano sostanze specifiche, presenti nel liquido interstiziale (e veicolate dai vasi sanguigni) che entrano, in questo modo, nel citoplasma intracellulare;
  • Tali sostanze, raggiungono i cromosomi e modulano la lettura genetica, attraverso lo srotolamento di porzioni di cromatina che viene letta a stampo (con l’RNA) in quelle zone dove l’Eterocromatina diventa Eucromatina;

In pratica, bisogna immaginare il DNA avvolto su rocchetti di Istoni come un capello intorno ad un bigodino; in base a quale parte viene “srotolata”, è possibile che avvenga la lettura tramite l’RNA che poi, uscendo dal nucleo ed entrando nei ribosomi, induce la produzione di proteine.

In questo modo, il segnale che risulta dal meccanismo dell’adattamento operato dalla mente, “orienterà” la lettura modulata, a parità di DNA. Questo è il meccanismo epigenetico.

Nell’immagine successiva, si mostra come, a seguito di stimolazioni “tossiche” ed epigenetiche, un gruppo di cellule “normali”, si possa trasformare in cellule precancerose, prima e, in tumore, poi…

L’ESPERIMENTO E’ CONSISTITO IN QUESTO:

  • un gruppo di cellule sane, è stato esposto a fattori mutageni (genotossici) che hanno creato degli errori nella replicazione del DNA, determinando la nascita di cellule precancerose;
  • lo stesso gruppo “campione” è stato riesposto a fattori mutageni (genotossici) e ad elementi capaci di esercitare una influenza epigenetica e, il risultato, è stato quello di ottenere la presenza di cellule cancerose;
  • da quel momento in avanti, il solo trascorrere del tempo e la presenza di altre influenze epigenetiche, hanno determinato la costituzione di un tumore consolidato.

PERCHE’ IL TUMORE E’ COSI’ PERICOLOSO?

L’immagine in questione, seppur articolata, è abbastanza evocativa. Il nostro organismo, infatti, può essere paragonato all’azienda riportata sulla sinistra del riquadro. Perché funzioni, è necessario investire risorse che saranno finalizzate all’ottenimento di un risultato, grazie al lavoro di squadra dei suoi impiegati (operai, amministrativi quadri intermedi, dirigenti, etc.). l’impegno complessivo, quindi, richiede impiego di beni e servizi e produce scarti industriali (che vanno smaltiti).

Ora, immaginiamo una situazione in cui, la forza lavoro decida di accamparsi in azienda smettendo di lavorare per quest’ultima e iniziando ad occuparsi solo di affari personali non finalizzato agli interessi del gruppo…

Cosa accadrebbe?

Aumenterebbero i consumi “a sbafo” con incremento consequenziale delle scorie, senza che, come contropartita, si abbia una reale produzione che giustifichi il sostegno economico e il lavoro di smaltimento dei rifiuti tossici…

E, in effetti, man mano che le cellule perdono specificità (diventando via via sempre più indifferenziate) non occupandosi più del lavoro per cui erano state “programmate”, impiegano il tempo e l’energia per duplicarsi (per lo più) e per inquinare. Oltre che ad occupare spazi non propri, andando a comprimere gli altri organi e apparati.

A lungo andare, il sistema non reggerà più l’impegno aggiuntivo e inizierà a decadere, prima nelle prestazioni, poi nel sostentamento e, infine, nella sopravvvivenza, se non intervengono fattori a cambiare la situazione.

“THE SCIENZE” CELEBRA L’IMMUNOTERAPIA ANTI-CANCRO.

Dare forza al sistema difensivo dell’organismo perché impari ad attaccare il nemico tumore. Potrebbe essere questa la futura rivoluzione, peraltro già in atto in molti casi, nella lotta al cancro. E ad ipotizzarlo è il numero di Natale 2014 di Science, che lancia un messaggio di speranza per il domani della lotta ai tumori e focalizza la propria attenzione proprio sugli incoraggianti risultati dell’immunoterapia. Insegnare all’apparato immunitario a difendersi al meglio potrebbe essere una chiave di volta per la cura di molte neoplasie. Ci sono già studi che dimostrano la bontà di questo approccio, e molti altri trials sono in corso per offrire dati scientifici sempre più robusti a sostegno di questa tesi.

IMMUNOTERAPIA PER IL TUMORE CEREBRALE.

La strada pare essere quella giusta: fare in modo che anche per alcune forme di tumori cerebrali notoriamente difficili da trattare il corpo arrivi a difendersi da solo, considerando come estranee le cellule neoplastiche. A dare fiato alla speranza di un nuovo trattamento per questa patologia oncologica sono gli studiosi del National Centre for Tumour Diseases di Heidelberg, che hanno pubblicato le loro ricerche su Nature. In pratica, questa sorta di “vaccino” antitumorale si basa sulle potenzialità presenti in alcuni pazienti di smettere in atto una spiccata reazione immunitaria nei confronti delle cellule tumorali. Per il momento lo studio è limitato agli animali da esperimento, nei quali tuttavia si sono avute risposte tanto incoraggianti da far ipotizzare per il 2015 la partenza di uno studio clinico ad hoc. Anche se non sembra possibile pensare ad un approccio unicamente basato sull’immunoterapia, la strada migliore pare essere quella di un’associazione tra le diverse opportunità terapeutiche disponibili, quella del vaccino antitumore appare come una strada da percorrere. D’altro cancro, proprio per trattare forme particolarmente aggressive di tumore cerebrale, uno studio clinico basato sull’immunoterapia è già in corso al King’s College di Londra.

Siamo “indotti”, a questo punto, in un certo qual modo, a prendere in considerazione l’effetto di meccanismi di autoguarigione. La suggestione o l’ipnosi, infatti, da sole non bastano a spiegare l’effetto placebo. I meccanismi in gioco sono molti e molto complessi. Secondo molti clinici anglosassoni, Intervengono fattori consolidati dalla cultura, dalle risposte psicologiche (indotte da personalità positivamente reattive), dai “rituali” che il paziente stabilisce col proprio medico e dall’idea che ci si fa della propria malattia.

LA GRANDE CONNESSIONE

In ogni essere umano esiste una struttura psicofisica organizzata, divisa in tre importanti settori:

  • Il sistema nervoso – All’interno del quale, nel DNA delle sue cellule, si determinano i meccanismi per la consapevolizzazione della coscienza e tutte le strategie importanti da comunicare al resto dell’organismo, mediante impulsi elettrici che raggiungono il sistema neurovegetativo (il quale dialoga con gli altri due sistemi) e i fasci muscolari;
  • L’apparato endocrino – Composto da tutte le ghiandole che secernono ormoni indispensabili per il metabolismo; anche nel DNA delle sue cellule, si stabiliscono le operazioni da compiere per portare avanti un lavoro costruttivo;
  • Il sistema immunitario – I globuli bianchi, divisi in Granulociti, Macrofagi e Linfociti; anche a questo livello, si elaborano tattiche comportamentali: serviranno per garantire una difesa nei confronti di attacchi esterni (come ad esempio virus, batteri ed inquinanti vari) o interni (cellule degradate, cellule tumorali, etc.).

Riassumendo, i tre principali sistemi dell’organismo concorrono in maniera integrata al mantenimento di quell’equilibrio di funzionamento, definito omeostasi. Le comunicazioni fra tre sistemi così diversi dal punto di vista funzionale si realizzano grazie a impulsi elettrici e unità funzionali composte da: sostanze “liganti”, recettori per tali molecole (le sedi delle cellule “bersaglio”, cui arrivano i messaggi) e sistemi cellulari di interpretazione dei messaggi. È a seguito dei processi generati dal corretto fluire dei reciproci messaggi scambiati, che l’omeostasi viene mantenuta in condizioni ottimali.

E, in effetti, quando le cosa vanno come debbono andare, il nostro sistema immunitario è micidiale, sia per difenderci da “estranei”, come si evince da questo fumetto…

che per “suonarle di santa ragione” alle cellule che hanno deciso di darci fastidio, trasformandosi in cancerose, come possiamo notare in quest’altro disegno…

QUESTO E’ CIO’ CHE AVVIENE, IN REALTA’, QUANDO I LINFOCITI ATTACCANO LE CELLULE CANCEROSE…

I TRE GENERALI E LA GRANDE BATTAGLIA

Per semplificare il concetto utilizziamo un esempio riportato dal prof. Umberto Scapagnini, nel suo libro “La manutenzione della vita”.

Immaginiamo tre generali di uno stesso esercito che in zone differenti operano per la difesa del paese. Il capo di stato maggiore (il cervello) invia comandi alle divisioni operative che sono in periferia (sistema immunitario)) per telefono, con segnali trasmessi attraverso i nervi, per dispaccio, servendosi della via circolatoria. Nello stesso tempo le strutture difensive del paese vengono allestite dal genio militare (sistema endocrino) che provvede a rafforzare tutti i baluardi e a fornire le armi, le munizioni e il cibo ai combattenti (gli ormoni, che governano il metabolismo, regolano la produzione di energia, forniscono le basi biochimiche per le sostanze che il sistema immunitario dovrà elaborare contro gli intrusi). Il capo di stato maggiore comunica anche con i capì del genio per telefono o per dispaccio. A loro volta sia gli squadroni combattenti sia le unità del genio informano per le stesse vie, ma in senso inverso, lo stato maggiore, che in ogni momento è così tenuto al corrente può dare nuove disposizioni.

IL FALLIMENTO DELLA SORVEGLIANZA IMMUNITARIA

Dal momento che possediamo, in potenza, una straordinaria capacità di difesa immunitaria (anche e soprattutto, nei confronti del tumore), quali possono essere le motivazioni di un decadimento dell’efficienza protettiva?

Tutto ciò che arreca disturbo all’equilibrio del sistema che abbiamo imparato a conoscere come PSICONEUROENDOCRINOIMMUNOLOGICO può generare errori nel controllo epigenetico e/o alterazioni nella difesa immunitaria.

Si parla tanto dell’effetto negativo dello stress ma, il problema, non risiede tanto dal livello raggiunto da quest’ultimo quanto, piuttosto, dai motivi più o meno “sensati” per cui tiriamo, troppo, la “corda” nel nostro quotidiano. Di seguito, si cercherà di entrare, meglio, nell’argomento provando, anche, a capire se esiste un rapporto fra la struttura della propria personalità e la maggiore o minore capacità di difesa dai tumori.

Le tre “C” e il controllo dell’AIDS

Uno studio condotto alcuni anni fa dal prof. S. Greer del “King’s College School of Medicine” di Londra pubblicato sulla rivista scientifica Lancet (intitolato “atteggiamenti mentali verso il cancro: un fattore prognostico addizionale”) metteva in evidenza la differente evoluzione di un quadro di tumore della mammella a parità di altre condizioni (stadio della malattia, grado istologico, terapie eseguite) in base al tipo di personalità e conseguente atteggiamento mentale nei confronti della malattia. Forti deprivazioni affettive, quadri depressivi e condizioni di intenso stress non compensato, evidenziavano una ridotta risposta immunitaria della durata di almeno quattro mesi, che favoriva la proliferazione della patologia tumorale.

Lydia Temoshok, professoressa alla “School of Medicine” dell’Università di San Francisco, in California, riuscì a evidenziare (partendo dai risultati dello studioso giapponese Kobasa) delle interessanti caratteristiche psicologiche che consentivano a soggetti infettati dal virus HIV una lunga sopravvivenza in buona salute e in assenza di terapie antiretrovirali. Fu individuata una modalità reattiva del carattere definita “hardiness” (resistenza, audacia) contraddistinta da tre “C”: Control (controllo), Commitment (coinvolgimento), Challenge (sfida).

Sperimentazioni cliniche hanno dimostrato che bassi indici di punteggio in queste tre “C”, evidenziano un fattore sfavorevole sul piano prognostico, anche nei quadri tumorali, per la bassa risposta immunitaria.

Le persone con basi punteggi per il parametro “controllo”, sperimentavano sensazioni di impotenza nei confronti della patologia. Il “coinvolgimento” esprime, invece, l’impegno responsabile che la persona rivolge alla propria salute e si oppone a una condizione di disinteresse o, peggio, rassegnazione. Alti valori di tale parametro, evidenziano la ricerca di interesse nel proprio lavoro, nei rapporti interpersonali e in tutto ciò che, altrimenti, potrebbe essere definito “una insulsa sequenza di fatti” che costella la vita di ognuno di noi. Infine, le persone con alti punteggi per il parametro “sfida” riconoscono, in un evento potenzialmente stressante, non una minaccia, bensì una sfida, una prova con cui confrontarsi, confidando in buone probabilità di successo.

Gli studi attualmente pubblicati, molto spesso confermano come i diversi fattori di rischio ambientali interagiscano in maniera sinergica nell’amplificare l’elemento “cancro”, creando un pericoloso mix che coinvolge elementi psicosociali, personalità individuale e conflitti relazionali. D’altronde, la medicina psicosomatica da Groddeck (medico tedesco vissuto nell’800 e padre fondatore dei principi della psicosomatica) in poi, ha studiato il rapporto fra la personalità e l’instaurarsi di patologie prodotte da tensioni scaricate sui cosiddetti “organi bersaglio”.

Psicotronica e psicosomatica

Negli anni settanta studi condotti soprattutto per scopi militari sia da sovietici che statunitensi, portarono alla scoperta dell’effetto psicotronico (relazione fra mente e variazione fisica indotta) mediante cui alcuni induttori, fra cui l’azione della mente, possono agire direttamente sulla materia, accelerando la sua trasformazione. Lo scienziato Louis Kevran (proposto per il premio Nobel nel 1972) dimostrò la possibile trasformazione sperimentale di un elemento (il potassio) in un altro (il calcio). Tale fenomeno prende il nome di effetto “kindling” e ricorda il principio terapeutico dell’agopuntura, la quale si basa su una modulazione virtuale psicotronica focalizzata su punti specifici cutanei e introdotta nel sistema nervoso, dove si concentra nel tempo, raggiungendo livelli energetici tali da determinare trasformazioni anche fisiche, apprezzabili e ripetibili. Nel 1973, il cecoslovacco Pavlita, mostrò al dr. Stanley Krippner uno schema di generatore psicotronico in grado di modificare la struttura genetica a distanza e ottenere reazioni psicobiofisiche. A seguito di questi studi, il fisico sovietico Kaznakeyev, scoprì l’interazione intercellulare (mediante un meccanismo simile alla trasmissione di dati mediante onde elettromagnetiche del tipo AM / FM) in un sistema formato da due culture di tessuti. Tali acquisizioni diedero il via a esperimenti militari che portarono a rendere possibile l’infezione (tramite batteri e virus) a distanza per effetto della vibrazione atomica della struttura del quarzo.

Ora, un effetto su base psicotronica potrebbe avvenire nel nostro organismo per azione fra due “sostanze”. La prima, determinata dall’area definita “memoria”, localizzata principalmente nella zona temporale del cervello in cui sono accumulati dati su patologie di vario genere (appresi mediante l’esperienza o allocati da inferenze genetiche) e la seconda, costituita dai vari organi bersaglio. Il mezzo che offre la giusta vibrazione atomica per trasferire le informazioni eziologiche e patogeniche (cause e meccanismi di azione di una patologia) a destinazione, potrebbe essere rappresentato dai vari fluidi biologici intercellulari.

Coccole e tumori

Che gli stress emozionali e psicosociali intensi e non compensati, determinino eventi neuroendocrini e biochimici in grado di ridurre drasticamente le capacità di difesa immunitaria (mediante l’iperattivazione dell’asse Ipotalamico – Ipofisario – surrenalico e il conseguente rilascio di ormoni immunodeprimenti) è abbastanza dimostrato sperimentalmente. Ciò che risulta nuovo e, al tempo stesso, sorprendente ai fini prognostici (di esito favorevole), è costituito dal risultato di studi condotti da scienziati americani (R. M. Sapolsky del Department of Biological Sciences della Stanford University in California e M. J. Meaney della McGill University di Montreal): animali da laboratorio, cresciuti con numerose stimolazioni tattili sotto forma di carezze, riducevano, a livello di strutture centrali cerebrali, il numero di recettori per il cortisolo, ormone da stress responsabile della riduzione della risposta immunitaria. Come conseguenza si osservava una migliore risposta immunitaria (cellulo -mediata) nei confronti di cellule tumorali e altri agenti patogeni. Cosa concludere? L’ovvia risposta è che, i primi periodi di vita di un essere vivente (in termini di relazioni affettive “etrinsecate” attraverso contatti gratificanti), influenza la previsione circa la durata della vita. E per chi non ha avuto questa “fortuna”? Non è mai troppo tardi per cominciare!

Euforia da stress e “disperazione appresa”

Ma se una vita eccessivamente “tirata” in termini di stress porta ad uno scadimento delle capacità di difesa, perché non si corre ai ripari con sistemi più “equilibrati”? semplice e sconcertante: lo stress attiva la produzione abnorme, a livello cerebrale, di ormoni tipo serotonina e noradrenalina, in grado di produrre un effetto “euforizzante”. Questo meccanismo sta alla base della ricerca di assunzione di stimolanti psicotropi assunti in maniera incongrua. Il problema nasce dal fatto che, le cellule responsabili di quel rilascio ormonale, sottoposte a supersollecitazione, esauriscono il potenziale secretivo e si determina, nell’organismo, un pericoloso effetto boomerang che gli anglosassoni conoscono come hearned helpeness (“disperazione appresa”) o, anche Burnout (sindrome da esaurimento post stress), a cui fa seguito un periodo medio lungo di scarsa “sorveglianza immunitaria” con conseguente rischio nei confronti di elementi oncogeni (in grado di generare tumori) interni o esterni.

Emozioni e coping style

Come più volte accennato, il problema dell’uomo contemporaneo non riguarda lo stress in quanto tale ma la durata e la capacità di adattamento ad esso, che porta alla trasformazione dell’Eustress – stress positivo (“sale della vita”, secondo il ricercatore Selye) in Distress cronico – stress negativo in cui, a farla da padrone, è principalmente l’ormone corsolico responsabile di immunodepressione e invecchiamento anticipato. È necessario, quindi imparare i canoni di un sistema improntato sulla capacità di adattamento in grado di creare un effetto barriera (le famose “griglie di protezione” cui si riferiva il ricercatore Giovanni Russo) fra sé e i problemi: gli anglosassoni, a tal proposito, parlano di coping style (stile di vita “protetto”)

ESISTE UN RAPPORTO FRA LA STRUTTURA DELLA PROPRIA PERSONALITA’ E LA POSSIBILITA’ (MAGGIORE O MINORE) DI SVILUPPARE UN TUMORE?

Cari Lettori, fermo restando tutte le cause che la Scienza annovera fra gli elementi cancerogeni dispersi nell’aria, nell’acqua e nei cibi coi quali entriamo in relazione, da tempo si cerca di individuare elementi utili o, al contrario, dannosi che attiviamo (in maniera inconsapevole) metabolicamente, capaci di proteggerci o meno dall’innesco e dallo sviluppo di patologie tumorali.

La teoria delle “relazioni oggettuali” ha contribuito ad una importante integrazione del pensiero freudiano ed ha determinato, insieme alla teoria dell’attaccamento formulata da John Bowlby (medico, psicologo e psicoanalista), la valutazione dell’importanza delle dinamiche di relazione con gli altri, rispetto all’idea che, tutto ciò che noi siamo, sia il risultato di pulsioni “fini a se stesse”.

In sostanza, grazie agli studi e alla pratica clinica di personaggi come Melanie Klein(psicoanalista), William Ronald Dodds Fairbairn (medico e psicoanalista) e Donald Winnicot (medico pediatra e psicoanalista), si è arrivati a capire che, l’essere umano, tende naturalmente ad entrare in relazione con gli altri, per cui crea importanti riferimenti interiori capaci di condizionare il proprio sviluppo psicologico (e fisico).

Comunque si voglia osservare l’interiorità dell’essere umano (e qualunque Teoria si decida di prendere come riferimento) non si può non concludere che, ognuno di noi è costituito di Energia (sotto forma di quark, gluoni, elettroni, neutrini, etc.) che esercita le sue istanze di realizzazione (vuole continuamente “svilupparsi” e “agire” secondo schemi previsti da Madre Natura anche se non del tutto conosciuti dai comuni mortali) anche attraverso noi.

È come se il buon Dio ci avesse consegnato (all’atto della fecondazione zigotica) una sorta di “borsa di studio” con enormi disponibilità di risorse, in grado di moltiplicare le nostre cellule fino a farle divenire migliaia di miliardi. In cambio di ciò, ci viene chiesto di evolvere le possibilità teoriche dell’energia (sul piano del miglioramento di frequenza, lunghezza d’onda e spin), con i nostri pensieri e i nostri comportamenti.

A nostra disposizione, abbiamo una struttura potenziale di personalità che trova, come pilastro fondamentale, il dialogo intrinseco e inconscio con noi stessi (l’Identità o l’IO) necessitato a gestire la voglia di espandersi provando piacere (l’Es) nel rispetto delle regole che vengono imposte o proposte (il Super Io).

Per riagganciarci alla teoria delle relazioni oggettuali, il condizionamento che proviene dal rapporto (e del legame che ne consegue) è inversamente proporzionale allo sviluppo di un “IO” (o “Identità”) maturo.

L’affermazione riportata nell’immagine sopra proposta, non vuole mancare di rispetto a nessuno. Men che meno a chi vive con un problema di salute. Non sembri strano quello che, di seguito, sarà riportato a proposito degli interessanti studi che nascono negli anni sessanta del secolo scorso e a cui ha attivamente partecipato lo psico oncologo (psicoanalista) Lawrence LeShan.

Prima di osservare un po’ meglio le conclusioni di alcune delle sue riflessioni, è indispensabile ribadire che, non di rado, (in special modo) le problematiche oncologiche sono legate a tossici mutageni ambientali e che nessuno, consapevolmente, decide di “virare” la sorveglianza immunitaria in maniera da lasciare campo libero alla proliferazione di un tumore.

Al tempo stesso, la scienza ci spiega che in ragione della risposta epigenetica (a cui l’efficienza di una struttura della personalità chiamata “Pensiero” non è estranea), possiamo contare su una relativa copertura protettiva.

Un esempio valga per tutti: nel fumo prodotto dal tabacco o da sostanze bituminose o, più semplicemente, nella carbonizzazione della carne alla griglia, si sviluppano alcuni idrocarburi policlici aromatici (fra cui, il 22 benzo apirene) che si sono dimostrati cancerogeni, mutageni e teratogeni (in grado di danneggiare un bambino in formazione intrauterina). Orbene, nella Società in cui viviamo, è impossibile immaginare di evitare l’inalazione (prendiamo in considerazione il fumo passivo) di simili sostanze. Eppure ( e meno male!) non tutti manifestano problematiche oncologiche.

Avere il cancro può rappresentare l’inizio della vita… (Lawrence LeShan)

Cari Lettori, ritorniamo per un attimo sia alla prima immagine proposta in questo articolo che alle considerazioni del professor Mario Biava. Quello che risulta evidente è la trasformazione in senso staminale, una sorta di ritorno all’indietro sul piano istologico.

Se aggiungiamo il fatto che, per l’insorgenza e la manifestazione di un tumore è necessario che alle cellule venga eliminata la percezione dell’inibizione da contatto (le cellule riducono la duplicazione in maniera proporzionale all’affollamento), che si renda disponibile una enorme quantità di energia e che venga “silenziata” una adeguata risposta immunitaria, è come se (in maniera silente) nell’organismo si predisponga una sorta di colpo di Stato teso a sovvertire un sistema che non viene ritenuto soddisfacente.

Ma tu, puoi lasciare tutto e andar via?

Si, ho deciso che il mio Tumore mi riconosce delle libertà che non mi ero mai concesso prima!”

(Tratto da “Un Medico, un Uomo – The Doctor”)

IL QUADRO DELLA PERSONALITA’ SECONDO IL MODELLO PSICODINAMICO

Per capire chi ci troviamo di fronte e riuscire a decodificare gli elementi fondamentali della personalità

QUADRO ESISTENZIALE

Veramente “sano” non è semplicemente colui che si dichiara tale, né tanto meno un malato che si ignora come tale, bensì un soggetto che conserva in sé le fissazioni conflittuali della maggior parte della gente, e che non ha ancora incontrato nella sua strada difficoltà interne o esterne superiori al suo bagaglio affettivo ereditario o acquisito, alle sue facoltà personali difensive o adattive; che si permette un gioco abbastanza elastico dei suoi bisogni pulsionali, dei processi primario e secondario, sia sul piano personale sia su quello sociale, tenendo in giusta considerazione la realtà e riservandosi il diritto di comportarsi in modo apparentemente aberrante in circostanze eccezionalmente “anormali”. (Personalità normale e patologica “Jean Bergeret”)

Nell’immagine soprariportata, è riassunta la conduzione esistenziale che, ognuno dovrebbe rispettare, ricordando che (almeno nel mondo occidentale), ci si realizza (dandosi un peso e un valore) attraverso l’applicazione in un lavoro anzitutto e in una rispondenza affettiva, subito dopo; questo, aiuta a costruire una migliore dimensione nel rapporto con se stessi. Inoltre, non possiamo prescindere dal considerare che, nell’arco delle 24 ore a disposizione, dobbiamo utilizzare le risorse a disposizione generando opportune motivazioni, per potersi appagare (e realizzare) in un rapporto equilibrato, che consideri gli altri, senza dimenticare se stessi.

La morte di Ivan IL’Ic (Lev Nikolaeviè Tolstoj)

La morte di Ivan Il’ic, pubblicato per la prima volta nel 1886, è un racconto di Lev Nikolaeviè Tolstoj. È una delle opere più celebrate del grande artista. Tema centrale della storia è quello dell’uomo di fronte all’inevitabilità della morte. La storia della vita del giudice Ivan IL’Ic Golovin, consigliere della Corte d’Appello di San Pietroburgo, era “la più semplice, la più comune e la più terribile”. Figlio di un alto funzionario del governo, “membro inutile di numerose inutili istituzioni”, aveva studiato giurisprudenza ed era diventato giudice istruttore di una remota provincia. Dopo diversi anni, era riuscito ad ottenere il trasferimento nella capitale, con conseguente promozione ed aumento di stipendio. Proprio mentre sta arredando la nuova casa a San Pietroburgo, però, cade dalla scala su cui era salito per mostrare al tappezziere come fissare le tende e sbatte col fianco sulla maniglia della finestra. Sul momento sembra una cosa da nulla, ma con l’andar del tempo inizia a manifestarsi un malessere proprio in corrispondenza del punto in cui la maniglia l’aveva colpito. Il dolore cresce costantemente ed evolve in una misteriosa malattia, a cui i medici non sanno dare un nome e per cui, nessuno riesce a trovare un rimedio. Ivan IL’Ic si trova, ben presto, di fronte ad un male tremendo, ormai chiaramente in stadio troppo avanzato. Una sorda disperazione prende il protagonista, che non riesce a capire il significato della sua mortalità. Aveva sempre saputo, certo, di essere un mortale, però la concreta prospettiva di dover morire, lo inquieta. Cerca di pensare ad altro, si butta nel lavoro, ma senza risultati, “Lei” si riaffaccia di continuo alla sua mente. Durante la malattia, si forma l’idea che, se non avesse vissuto una vita giusta, la sofferenza e la morte avrebbero avuto un senso. Ma lui era sempre vissuto onestamente, e tutto questo non si spiegava. Inizia ad odiare i familiari, la loro pretesa che lui sia solo ammalato e non moribondo, il loro superficiale tentativo di evitare il tema della sua morte. L’unico conforto gli viene dal servo Gerasim, un ragazzo di origini contadine, l’unico a non avere paura della morte e l’unico, in definitiva, a mostrargli compassione. Ivan inizia a domandarsi se avesse, in realtà, vissuto giustamente. Negli ultimi giorni, il protagonista inizia a tracciare un confine tra la vita artificiale, sempre condotta da lui e dalla sua famiglia, dominata dall’interesse, dal timore per la morte e dall’occultamento del vero significato dell’esistenza e la vita vera, quella di Gerasim, dominata dalla compassione. Verso la fine, una “strana forza” lo colpisce al petto e al fianco e gli mozza il respiro. Ivan IL’Ic si sente risucchiato nel buco nero della morte, in fondo a cui, però, scorge una luce. Scopre che la sua vita non era stata come avrebbe dovuto essere, ma a questo si poteva ancora porre rimedio. Sente che il figlio gli bacia la mano, vede la moglie in lacrime. Non li odia più, ma prova pietà per loro. Un sollievo lo pervade, mentre si accorge di non aver più paura della morte, perchè la morte non c’è più, sostituita dalla luce. Esclama ad alta voce “Che gioia!”. In mezzo ad un respiro, Ivan muore. (Angelo Maria Ripellino – Fonte Wikipedia)

VIVERE UN CANCRO E RINASCERE MIGLIORI (LA LEZIONE DI UMBERTO VERONESI)

Vincere il cancro eliminandolo dal corpo, ma soprattutto dalla mente. Perché è lì che il nemico rischia di sopravvivere anche dopo la guarigione di organi, tessuti e cellule. E ci si libera davvero del male solo quando si impara a dire “ce l’ho fatta”, a rinascere persone migliori capaci di gioire della vita, di rispettarla e restituire agli altri ciò che di bello ci danno ogni giorno.

E’ questa la grande lezione che l’oncologo Umberto Veronesi ha riassunto nel libro (scritto insieme a Gabriella Pravettoni, psicologa dell’Istituto europeo di oncologia e dell’università degli Studi di Milano)“Senza paura
  Vincere il tumore con la medicina della persona”.

I malati non sono pazienti, ma persone da curare nel corpo ma soprattutto nell’anima, perché guarire l’involucro non basta”Il principio guida della mia opera è anche il pilastro della medicina Psicologica; una sorta di quinta ’P’ che ho aggiunto alle quattro teorizzate dagli americani: Predittiva, Preventiva, Personalizzata e Partecipativa”.(Umberto Veronesi)

“Il disagio che proviamo di fonte a una diagnosi di cancro è devastante. Si attraversano le fasi della depressione, della paura, della rabbia e, poi, quella dell’incertezza. Aggiungiamo, ancheche il sofferente vive come lunghissimi ed estenuanti la terapia da affrontare, i controlli periodici, l’attesa, la speranza di sentirsi definire guarito. La vera impresa diventa imparare ad elaborare quanto è avvenuto, per poterlo superare. Il passaggio attraverso la malattia è un’esperienza molto forte che segna profondamente chi la vive, ma anche i suoi familiari e gli amici”. Tutti insieme, malato e caregiver, affrontano una battaglia che (se la si affronta bene) può insegnare a diventare persone migliori”. (Gabriella Pravettoni, psicologa dell’Istituto europeo di oncologia e dell’università degli Studi di Milano)

“Il senso di questo libro, è che la medicina del futuro non potrà che essere medicina della persona. Nello scorso secolo ci siamo impegnati per la scientificità dell’intervento medico ma, nel nuovo millennio, dobbiamo recuperarne l’umanità. Non potremo più curare un paziente senza sapere chi è, cosa pensa, cosa sente, cosa spera. Per questo propongo di superare la stessa parola ’paziente’, che indica un atteggiamento passivo e rassegnato, per parlare esclusivamente di persone” (Umberto Veronesi).

Cari Lettori, qualche anno fa, parlando al Quirinale in occasione della Giornata nazionale per la ricerca sul cancro promossa dall’Airc, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato l’esperienza vissuta al fianco della moglie affetta da un tumore. “Sarebbe auspicabile – ha dichiarato – che tutte le persone in buona salute ogni tanto trascorressero qualche giorno da visitatori in un ospedale oncologico, perché il contatto con la sofferenza aiuterebbe chiunque a conferire a ogni cosa della vita il giusto peso e la giusta importanza”.

Anche per simili motivazioni, dal novembre 2015 ha debuttato la prima Cattedra di Umanità, all’Istituto nazionale tumori di Milano. Obiettivo? Formare una nuova generazione di medici e oncologi capaci di ascoltare e relazionarsi con il paziente, oltre a diagnosticare le malattie; per una nuova dimensione del rapporto medico-paziente, che superi il tradizionale modello paternalista mettendo al centro le specificità della persona malata, consentendogli di vivere attivamente e con consapevolezza il percorso di cura e non ad esserne semplice ‘oggetto’ passivo.

Curate l’anima, se volete curare anche il corpo

Il rapporto fra la Mente e il Corpo è sempre stato un dilemma, sin da quando è nata la civiltà. Fino al 1600 la Medicina veniva considerata sul piano olistico, che curasse (secondo la raccomandazione di Platone) mente e corpo simultaneamente. Dal 1600 in avanti, con gli studi di anatomia autoptica (la Chiesa aveva deciso di consentirli), ci si rese conto del fatto che eravamo costituiti da vari elementi meccanici. Nacque, quindi, la medicina d’organo che arriva, superspecializzata, fino ai giorni nostri, con grandi effetti positivi. Ma, abbiamo dimenticato quello che è l’obiettivo finale della nostra cura: la persona. La medicina del futuro dovrà tornare ad essere olistica.

Può essere facile togliere un tumore dal corpo, ma è difficilissimo asportarlo dalla mente. È difficile curare il danno che ha prodotto a livello di Pensiero, di programmazione esistenziale. La malattia tumorale è un’esperienza fisica e psicologica, emotiva e di relazione.

Di fronte a un dolore fisico, i farmaci possono essere importanti e, a volte, insostituibili ma la consapevolezza di potere usare la mente per restare in equilibrio è mai da trascurare.

Non è il dolore interiore in sé a provocare mutazioni nel DNA, ma forse un modo patologico di affrontare questo dolore. Rimuovere dolori, desideri, passioni, amore, frustrazione, rabbia significa creare i blocchi, e i blocchi non sono mai sani. Dietro una persona molto arrabbiata esiste sempre un grande dolore. Cercare quel grande dolore e non fermarsi alla rabbia che si riceve addosso: è questa la missione di chi cura.

Non possiamo occuparci di una persona malata senza sapere chi abbiamo di fronte. Questo. È il limite della Medicina tecnologica di oggi. Ascoltare i pazienti è il nostro dovere”. (Umberto Veronesi)

Ecco perchè, al giorno d’oggi, quale che sia la cura che si decida di applicare (chirurgia, chimica, psicooncologia, immunostimolazione, etc.) non si può prescindere dalle indicazioni riportate nell’immagine sopra esposta.

Cambiare vita per evitare il cancro

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità potremmo ridurre i tumori del 30% se mantenessimo uno stile di vita sano. Cibi nutrienti, sport e niente fumo soprattutto. Invece ogni anno, nel mondo, 12 milioni di persone si ammalano di tumore, una persona su otto muore e tra le donne sono in aumento soprattutto i tumori al polmone.

Un rapporto dell’istituto dei tumori di Aviano ha analizzato l’incidenza e la mortalità del cancro in Italia dal 1998 al 2005, basandosi su 20 registri della popolazione e su 2 registri specializzati dell’Associazione registri tumori (Airtum). Diminuisce la mortalità annua (-0,8% per le donne e -1,7% per gli uomini), ma aumenta l’incidenza. Solo due tipi di tumore mostrano una crescita significativa quanto a mortalità: tumore del polmone nelle donne e i melanomi tra gli uomini. A questi dati si associano l’aumento delle donne fumatrici e degli uomini che si sottopongono a lampade abbronzanti e bagni di sole, senza alcuna protezione.

Conclusioni

Una buona qualità della vita mantiene a lungo il dialogo psiconeuroendocrinoimmunologico, responsabile dell’efficacia intersistemica (buona risposta dell’organismo ai vari “insulti” quotidiani) in grado di sercitare effetti epigenetici È necessario, oggi più che mai dal momento che siamo immersi in un ambiente di transizione evolutiva in cui gli stimoli creano prevalentemente conflitti interiori, imparare a fare di meglio oltre che di più, mediante tutto ciò che è possibile apprendere da chi ci sta intorno, senza scartare “a priori” la collaborazione temporanea di qualche valido psicoterapeuta (o counselor). Infatti come sosteneva Galeno di Pergamo (forse uno dei primi “medici” che la storia ricordi:

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