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Se esistesse in natura una congenita incapacità di amare, probabilmente ne sarei affetta. Un morbo insolito e malefico che risucchia a poco a poco ogni slancio vitale, e che corrode lentamente ogni ponte di collegamento con il mondo esterno. A volte riaffiora in me questo pensiero, e mi ritrovo a vagare con la mente in luoghi lontani, dove si interrompe la comunicazione, dove non posso più parlare né sentire, finchè una voce o un rumore esterno non mi richiama riportandomi con violenza alla realtà . Ho la sensazione di avere un’inattitudine innata per la condivisione di sentimenti intensi e profondi. O forse non è innata, ma si è instillata radicandosi dentro di me a poco a poco con il passare degli anni. Una sorta di inabilità ad aprirmi, ad accogliere ad offrirmi. Una “disabilità” emotiva che produce soltanto gelo dentro, e tutt’intorno. Un paesaggio vuoto e desertico dove nessuna forma di vita può crescere e trovare ospitalità. In quante occasioni e in quali forme riesco a “percepire” amore? Quante volte nel corso di una giornata riesco a generare dentro di me sentimenti di calore e di propensione verso gli altri? Quanto spesso sento di riceverli e sono capace di accoglierli? Di rado, troppo di rado.

Non è possibile edulcorare o trovare attenuanti. La realtà dei fatti è che sono inadeguata.

Perché ciò che non hai vissuto al tempo giusto, ciò che non hai avuto modo di maturare e di sperimentare, non può che renderti sempre più inadeguata con l’avanzare dell’età. Ma il desiderio rimane, come quello di un adolescente che ancora non ha vissuto e attende che arrivi anche il suo momento. Cosa si può fare allora? A questo punto posso solo accettarla questa inadeguatezza, cercando gratificazioni in altre cose, spostando l’attenzione su altre forme d’amore. Il problema potrebbe non risolversi mai, è meglio prenderne atto e convivere con questa ferita, cercando di impegnarsi per crescere e per migliorarsi ogni giorno in altri settori della vita. Almeno questa è l’unica soluzione che ho trovato per stare meglio, per smettere di tormentarmi per una mancanza che forse non colmerò mai. Certo non si può evitare di avvertirla questa mancanza, non si può far finta che non esista, però si può cercare di stare meglio.

Ho evitato troppe volte di confrontarmi con la realtà e di mettermi in gioco perché avevo troppa paura.

O forse perché non lo volevo davvero?

Con quante inutili e sciocche fantasie ho riempito la mia testa invece di provare ad andare a verificare? Non si contano neppure, ma di più non ero in grado di fare. Magari sarebbe bastato trasformare una parola o un semplice sguardo da pensiero immaginato a vita vissuta per capire, ma restare ancorata alle fantasie era il mio modo di proteggermi dalla vita vera, e in parte lo è ancora.

A queste condizioni rischia di saltare ogni connessione interna, e diventa difficile non spezzare quell’esile filo al quale cerco di rimanere aggrappata per non cadere di nuovo giù e per non perdermi un’altra volta.

Forse è un problema di “trasmissione”, quello che sento e quello che penso raramente viene fuori per quello che è realmente. Ma esprimermi non è mai stata per me una cosa naturale. Ogni parola è costretta a compiere dei percorsi estenuanti e tortuosi prima di vedere la luce e di rendersi udibile, e non sempre corrisponde all’immagine che avevo in mente.

Vorrei avere quella giusta dose di distacco, tale da consentirmi di valutare ciò che mi circonda con sufficiente lucidità, e da permettermi di “sentire” senza reprimere.

“distacco non vuol dire controllo. Hai imparato a lanciare un desiderio nell’universo.Il rischio, adesso, è che vada disperso. L’emozione è un fatto fisico, produce lacrime e sudore. È zavorra che soffoca e non crea. Per far volare il desiderio serve la leggerezza di un’idea”(M. G .)

Io ho provato a lanciarlo il mio desiderio, ma forse non l’ho fatto con la necessaria energia e con la dovuta convinzione. Forse non l’ho fatto al momento al giusto, con troppa lentezza e come al mio solito sempre in ritardo. Probabilmente mi è imploso dentro e si è disperso nel vuoto frantumandosi in microscopiche particelle, talmente piccole da non essere più visibili agli occhi. Impossibile che ricevessi una risposta, impossibile che trovasse corrispondenza.

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