Posted on

Vestito di amor proprio, è solo un miraggio adagiato comodamente in uno specchio.

Non è forse questo l’io nostro, bambina mia?

Non meno che un inganno dettato dalla ferrea, inestirpabile convinzione d’esser cosa seria e immortale. Calàti, come siamo, nell’urgenza di vivere il ruolo che più ci aggrada o, al contrario, quello che crediamo meno gratificante. Incombenza che, in ogni caso, non siamo stati noi a scegliere.. ma programmati a compiere. Decidendo solo il “come”.

Così Dio, tanto il Diavolo, profumano di un acre sapore “importantistico”.

Entrambi egocentrici combattenti che, sguazzando nella debolezza nostra, ci massacrano il cuore. L’Uno e l’Altro, senza dubbio, chaperons di successo.

Non generano, d’altronde, molti più danni di quelli che ognuno di noi già compie con sacrale quotidianità. Ma ci piace pensarli peggiori o migliori di noi, nel bisogno che abbiamo di adorarli o di dar loro contro. In un linguaggio, ahimè, ancora moderno.. potremmo definirli, all’occorrenza, droghe pesanti o leggeri ansiolitici.

E quando, quel giorno, la tua piccola vita gioiosa e traboccante di balocchi cambierà, bambina mia, non sarà che un giorno qualunque..

Inconcepibile pensarlo, vero? Come potrebbe mai accaderti una cosa tanto ingiusta?

Ma è così.

Cambierà e non sarà stata che un piccolo, insignificante gesto spezzato, perso nella spersonalizzante macchina dell’esistenza. Quella che, rigida e incurante, incede senza arrestarsi neanche un momento.. in segno di religioso rispetto.

Ti osservo correre fra prati innevati, rocce in fiore, mari mossi e monti di sabbia.

Ti sento ascoltare musiche lontane annegate di pioggia, camminare passi d’asfalto troppo grandi e masticare ogni scheggia di luce senza guardare.

Adagio il mio tocco pesante sul tuo sguardo fermo e smarrito, mentre le parole, stavolta, non coincidono ad incastro e deformano la plasticità di un volto che credevi di conoscere bene e che, invece, hai trascurato. Ridisegnandolo su carta.

Cos’hai fatto, bambina mia?

Hai forse dimenticato il tuo amico? L’hai lasciato lì e non l’hai più cercato. E quando ti mancava o ti sentivi sola e sgomenta di pianto.. hai iniziato a uccidere le farfalle.

Sommessamente.. prima.

Rabbiosamente, poi.

Quale sarebbe stato, altrimenti, l’anticopione della tua esistenza?

Quali colori annovererebbe adesso la tua vita.. se tu, bambina mia, non avessi ucciso, accanto a te, tutte le farfalle?

Ognuno desidera il proprio futuro nel tepore materno del passato.

Ognuno ama quel lene dolore soave, denso di gioia, che è la nostalgia.

Tra vent’anni capirai.

Tra vent’anni avrai deciso che tutto questo sarà vero, detestandomi per avertene parlato prima, quando eri ancora solo una bambina.. che odiava le farfalle.

Il nostro tempo mentale sta per estinguersi. Sai?

L’ombra ci incalza e, sempre più stanchi, finiremo per cederle il passo.

Come si concluderà la storia? Potremmo, forse, definirla incoerente rapsodia? Le cose, purtroppo, non terminano, farlo non è nella loro natura. Rimangono imbalsamate nell’aria, cadono come cristalli di neve rossa e blu e a volte, immancabilmente, si rompono.

Interroghi il tempo e lui non risponderà. Non risponde ad alcuno ed è atroce accorgersene.

Non è forse così, bambina mia? Proprio come quando si smettono i giochi perché è ora della merenda e ti chiedi se la torta d’arance, lì sul tavolo.. sempre troppo alto, sia così ben colorita grazie a una buona cottura o perché investita dei raggi al tramonto. Allungandoti un po’, ne prendi una fetta e, dopo aver viziato l’olfatto, addenti, di solitudine, il tuo pasto.. pensando ai prossimi giochi.

Non più a quelli vecchi e interrotti che, ahimè, non ti piacciono più.

Ascolta il tuo passo. E’ più lento. Te n’eri accorta?

E i tuoi battiti? Veloci, si amplificano nel boato statico di una folle fisionomia mentale.

Quali volti stai pensando? Cosa vorresti gridar loro?

Oh no, non guardarmi..

Non chiedermi nulla, sono solo un passante, un artista di strada che vive di stenti, un uomo cattivo se è vero che il potere fa, degli uomini, i buoni e i cattivi, un vecchio ubriacone sempre sobrio con la matita in mano, uno che vorrebbe riempirti gli occhi di risposte d’acciaio, esaudendo ogni tuo perché.

Ma sono un alcolizzato e avrai imparato che dalla gente come me non ci si può aspettare granchè di buono. Perciò va’ via prima che ti faccia del male. Prima che gli altri me ne diano il permesso.

E’ questo il mio copione, la mia gabbia, la mia strada. E non c’è modo di salvarsi perché così è stato deciso.

Dovresti vestire qualcosa di giallo, bambina mia, lo sai? Dovresti indossare il colore delle lumie di Sicilia e spogliarti del loro significato. Non perderti nell’illusione del possesso, qualsiasi natura esso abbia.

Torna a giocare, invece.

Afferra la corda e comincia a saltare.

Ricordati il sapore di un sorriso irregolare e asciuga, con rocciosa pazienza, ogni stilla di sudore che scivola sulla tua pelle, trattenendo negli occhi l’attimo in cui lo fai, perché non potrai mai più farlo con la stessa goccia.

Non c’è bisogno che tu uccida ancora le farfalle per retaggio di sangue. Non occorre che tu raggiunga, ancora una volta, la cima delle montagne per potenziare, feroce, l’eco delle tue urla.

Senza empatia, bambina mia, non s’ha pietà nemmeno di se stessi, perché incapaci di vestirsi di nulla. Tantomeno dei panni propri. E tu?

Tu hai pietà di te?

Forse non te lo sei mai chiesto. Non è certo qualcosa di facile da pensare. Insomma.. dubito che molti accostino il termine ‘pietà’ alla propria immagine, colliderebbe con l’idea di onnipotenza che conserviamo nelle scarpe, nascondendola ai più. Però.. non è poi così male dar vita, ogni tanto, a quest’antitesi, del tutto apparente, invece, e svuotata di ogni possibile logismo.

Ti ricordi quel giorno, vero? Quando vendesti i tuoi desideri al tipo che costruisce giocattoli. Pioveva e ti sentivi strana. Pensavi di odiare tua madre, invece eri solo profondamente, irrimediabilmente annoiata. Ma esserne consapevole non t’impedì, comunque, di procedere con parole che non dovrebbero esistere nella testa di chi dice di amare. E, furente d’impeto e brama, uscisti in cerca di qualcuno che t’insegnasse colori nuovi. Non sapevi dire a tua madre che volevi giocare. Così la odiasti perché lei non lo capì abbastanza o abbastanza in fretta.

Spesso si erra e non sempre esiste l’errore. A volte, sbagliare è l’unica cosa possibile.

Vedi quelle vecchie signore laggiù? La panchina non riesce, visibilmente, a contenere l’intera estensione dei loro fianchi. Che bifolca. Non ha ancora imparato, dopo anni di esperienza, come si tratti, di una signora, il deretano.

Sorseggiano, gaie, taumaturgici intrugli alle erbe, dalle ariose promesse. Un ammazzarughe dopo un lauto pasto a base di risa (esternate con fare non del tutto raffinato e coadiuvate da una somatica non proprio afflitta) in cui echeggia il piacevole ricordo di quella volta che le vide amabilmente costrette a tradire lo stimato consorte con due giovani braccia, piccole parentesi di piombo nella loro vanità di donna. Parlavo, poc’anzi, di errori inevitabili.

Imprecisioni coniugali di cui i mariti vantano, dal canto loro, un’ampia, diaristica memoria.

Ma tu non siederai s’una becera panca di ferro a contare i tuoi anni trascorsi e immutati.

Non berrai immonde pozioni fumanti nel tentativo di esercitare, dietro al tempo, un inalterato potere antiplatonico su un vecchio dai sensi altalenanti che, un giorno, tanto tempo prima, decidesti di chiamare marito. Che assurdità, bambina mia.

Non farai niente di tutto questo.

Vuoi conoscere le scuse che userai quando qualcuno (accusandoti dell’inabilità a legarti a uomo o donna che sia.. solo perché incapace d’ingoiare una vita trascorsa a sopportare una peripatetica incompresa o un ambiguo gaglioffo) eserciterà una lieve, fastidiosa pressione sulle tue corde, sfilacciandole appena?

Dirai che sei troppo egoista per fare figli e voler loro bene.

Dirai che odi l’arte barocca, che trova la sua più alta forma d’espressione nel matrimonio.

Oh si.. Fuggire l’ansia dell’abbandono con una firma, così come gli artisti seicenteschi eludevano l’angoscia della morte riempiendo, meticolosamente, tutto lo spazio con ogni sorta di decorazione e uccidendo, in tal modo, l’arte stessa.. sinonimo, appunto, di ‘spazio’. Spazio per pensare e agire.

Come se, deformando il cerchio o ribaltando i canoni, si potesse fare altrettanto dell’inettitudine sentimentale.

Bambina mia, perché accosti o, addirittura, amalgami due sapori inintersecabili? Limone e panna.

Non farlo. Ti piacerà.. quest’acre dolcezza, ti renderà euforica ed estenderai l’inconsueta abitudine alimentare a molte altre cose.

Così, senza accorgertene, diventerai, negli anni, un involucro di opposti che non saprai gestire.

E l’incapacità di farlo trasformerà la tua vita in un inferno tremendamente chiaro e difficilmente mutabile.

T’impedirà di preoccuparti di un marito apparentemente poco reattivo alle tue curve, privando anche gli altri di usare la tua parvenza onde attuare il passaggio emozionale dall’avvertimento al sentimento del contrario. Impagabile inglobarlo nelle proprie fibre.

T’impedirà di portare a termine le cose.

Scoprirai, attonita, la fresca incapacità di farne molte altre che, prima, quando ancora non sapevi cosa fosse un gelato, eseguivi senza difficoltà. In quei tempi, per esempio, attingendo ad un complesso lessicale di tre o quattro elementi al massimo, sapevi chiedere a tua madre di giocare.

Odierai i tuoi limiti e l’eternità sarà testimone dell’altrui impazienza.

Non avranno il tempo di guardarti.

Non orecchio da prestarti.

Non vorranno offrirti la loro immagine, né le loro parole.

Le parole, bambina mia..

Beltà e crudezza.

E la pagina bianca, per te e per loro, l’unico specchio possibile.

Oh no..

Crema e cioccolato, bambina mia. Te ne supplico.

Crema e cioccolato.

E’ sera.

Ti guardo e dipingo i tuoi sogni su una tela macchiata dei miei, proprio come mi chiedesti di fare quel maggio d’agosto, quando tutto sembrava sbocciare.. eppure la calura appesantiva ogni pensiero. Così, quando giungerà un tempo che non conosco e che ci vorrà ancora vivi, tornerai e te li renderò intatti, freschi e rigogliosi di colore rimasto in attesa.

Ti sento, bambina mia e, allo stesso modo, ti amo.

Se lo vuoi.

Ma non credere troppo alle mie parole.

Scrivile a piccole lettere nei tuoi appunti di viaggio e mangiane, quando ti serve. Io non posso più tornare indietro. Non posso più camminarti accanto. Ti lascio il mio sorriso in una scatola di cartone senza nastri.

E poi, sai, quando c’incontreremo ancora, saremo finalmente esatti, l’uno e l’altra, come desideravamo e non fummo capaci di essere. Senza più errori, senza più sbagli.

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *