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La prima stesura di questo articolo, risale al 6 ottobre 2010. Da allora ad oggi molte sono state le acquisizioni scientifiche ma, soprattutto “umane”, sul piano esperienziale. Giusto, quindi, tenerne conto per riscriverlo. E riproporlo.

La verità del bosco, in fondo è dare un senso a tutti gli alberi” (Roberto Vecchioni). Frasi come queste non sono soltanto ad effetto ma, semmai “generano” un effetto. Di quello che ti entra dentro e non te ne liberi perché ti lega al bisogno della ricerca della verità.

In ogni particolare.

Naturale, quindi, che abbeverato, fin dall’adolescenza, al piacere dell’esistenzialismo (con i suoi angosciosi risvolti di fronte ad Universo troppo grande rispetto al nostro essere, così piccolo…) io abbia percorso sentieri eclettici ma, tutti, tendenti ad aggiungere tasselli nella composizione di un mosaico esistenziale.

Guardando la montagna sacra quella mattina, l’uomo notò che aveva un’espressione sorniona. Quella montagna era nota per la sua mutevolezza espressiva, come se volesse dirgli “oggi ti svelerò il mio segreto, ma dovrai sudare per scoprirlo”. L’uomo si accinse a scalarla e, dopo ore e ore di cammino (a volte anche su sentieri impervi e pericolosi), finalmente arrivò in cima. Qui si fermò sia per riprendere fiato che per aspettare che la montagna rivelasse il suo segreto. Poiché non succedeva nulla si mise ad osservare il panorama e, con sua sorpresa, si accorse che c’era un’altra montagna, più alta di quella su cui lui si trovava: doveva essere quella la montagna sacra! Allora si mise in cammino e, dopo una scalata ancora più lunga e faticosa, arrivò sulla vetta; anche qui rimase in attesa e di nuovo non successe nulla. Scorse , allora, un’altra montagna, più maestosa di quella che aveva raggiunto. Di montagna in montagna, col passare dei giorni, gli sembrò di aver raggiunto la vetta più alta. La sua meraviglia fu enorme nello scoprire che, osservando, in lontananza, la prima delle montagne da lui scalate, questa gli apparve più alta di quella su cui stava! A questo punto, finalmente, sentì (forse dentro di sé) una voce porgli una domanda: “Credi, forse, di scoprire il segreto della montagna sacra continuando tutta la vita a scalare montagne? Stai sbagliando… il segreto è considerare sacra ogni montagna che scali!” (Antica leggenda Araba).

Nel mezzo del cammino della mia vita (forse un po’ più, visto che l’età media non va oltre gli 85 anni…) ho cercato di capire come mai, nonostante la tavola del puzzle fosse ormai senza più punti vuoti io, ancora, non riuscissi a vedere la mia immagine nitida: era come se mi specchiassi su una lastra appannata…

Ogni linguaggio è un alfabeto di simboli il cui uso presuppone un passato che gli interlocutori condividono” (Jorge Luis Borges)

Già, come ho fatto a non pensarci?

Era necessario e indispensabile appropriarmi della chiave di lettura dei segmenti esistenziali in maniera da riuscire a comprendere la “presenza” e l’importanza di elementi come:

  • l’esistenza di una corrispondenza analogica tra il microcosmo e il macrocosmo (l’uomo e l’universo sono l’uno il riflesso dell’altro);
  • l’idea di una natura viva, animata;
  • la nozione di esseri angelici, di mediatori tra l’uomo e Dio, ovvero di una serie di livelli cosmici intermedi tra la materia e lo spirito puro
  • il principio della trasmutazione interiore.

Caro lettore, per raggiungere ciò, ho capito l’indispensabilità di doversi “fondere” con quello che si ha intorno, attraverso un viaggio che, dal potenziamento della propria identità, porta ad una condivisione assoluta con l’energia che ci circonda. E di cui si è composti.

E’ grazie ad una tanto necessaria quanto dolorosa crisi interiore che ci viene consentito di oltrepassare il perimetro del “profano” (in cui “vediamo” ma non “osserviamo”) per entrare ina sorta di Bosco Sacro che, poi, altro non è che la vita stessa intrisa di Amicizia interiore.

Qualche tempo fa (precisamente nel 1987), mi è capitato di vedere un bel film diretto da Brian de Palma in cui si descrive l’azione di un corpo speciale di polizia che riesce ad in castrare Al Capone. Credo di aver fatto confusione sul significato del titolo, “gli intoccabili”, ritenendo che ci si volesse riferire ad un gruppo in grado di poter violare la legge pur di giungere al conseguimento del proprio obiettivo.

A distanza di molti anni, credo di aver, finalmente compreso cosa si intendesse col significato di intoccabili: come in India, una casta di reietti cui affidare i lavori “più sporchi”. Il crollo di un’illusione! Quella di essere al di sopra di tutto e di scoprire, invece di esserne al di sotto, se non, addirittura, all’interno di un disadattato fuori contesto.

Ed in effetti, chi crediamo di essere?

Inventori, poeti, santi, scaltri uomini d’affari, politici corrotti, sognatori idealisti… ma, in realtà alla stregua di polli di allevamento, se ci mettiamo a riflettere veramente e ci domandiamo che senso possa avere la nostra vita, quale che sia la fede in cui si possa credere, non possiamo non concludere che: siamo fatti di energia (che ha consentito la produzione di cellule gametiche in grado di dare inizio, dopo la fecondazione, allo zigote da cui siamo venuti fuori), che qualcuno o qualcosa ha messo a nostra disposizione (per essere sviluppata, usata e migliorata), da condividere in vita (per realizzare scambi, si spera corretti e produttivi) e restituire post mortem per essere digeriti e metabolizzati da un sistema che utilizzerà il meccanismo per riprodurre se stesso, migliorato di generazione in generazione. 

Un po’ come il ciclo dell’acqua…

Piove, si formano i fiumi, beviamo da essi, uriniamo, reimmettiamo i liquidi nei corsi d’acqua che, attraverso il meccanismo dell’evaporazione, formeranno le nubi da cui scenderà, nuovamente, la pioggia.

Una partita di giro, insomma.

Con le nostre azioni e il nostro stile di vita, possiamo scegliere di stare in un allevamento in batteria (da cui riceviamo protezione e perdiamo libertà) o all’interno di un’aia (esposti alle intemperie e ai pericoli di ogni genere ma liberi di scegliere). Partendo da una deduzione scientifico – filosofica (in base a cui, si finisce col diventare cibo per chi ci “alleva”), la prima tipologia è destinata a produrre una carne piuttosto insipida (alias, uno sviluppo qualitativo e quantitativo di energia intra atomica e intersistemica, scadente), i ruspanti, invece saranno molto più saporiti, sviluppando sapore e consistenza (e avranno, di conseguenza, rispettato l’obiettivo dell’allevamento). 

A questo punto, due considerazioni.

Partiamo dalla prima: più proviamo piacere nelle cose che facciamo (rispettando leggi di natura) più sviluppiamo il meglio di noi ( e restituiamo energia migliorata).

Andiamo alla seconda: siccome la Natura non agisce senza un motivo, potremmo immaginare che ci venga concesso di vivere fino a quando non si raggiunga l’età in cui si può generare dei figli dopodiché, con le nostre azioni, dobbiamo convincere l’allevatore (alla stregua del maialino “Babe”) che meritiamo ancora altre chance.

Proviamo ad osservarci. Chi (o cosa)siamo diventati?

 Intoccabili (come i milioni di nuovi poveri che, in America, vivono grazie ad espedienti e briciole di sussidi)? Falliti disillusi (come i tanti che si sono resi conto del fatto che la propria generazione ha “perso”)?Omologati (come i nostalgici dell’edonismo reaganiano)?

Cari lettori, il sottoscritto ha scoperto di essere un “drop outs”, come in America chiamano quelli saltati giù dal treno in corsa della modernità, quelli coi dubbi, quelli con, in testa, l’aspirazione a qualcosa di più elevato delle solite mete materialistiche della Società dei consumi. 

“Siamo medici e, se vogliamo essere presi sul serio, dobbiamo darci da fare; non dobbiamo abbandonare l’approccio analogico che ha aiutato l’umanità a sopravvivere per migliaia di anni ma è necessario, al tempo stesso, un approccio scientifico per non finire come i visionari che rischiano l’emarginazione e la contestazione!” ( Galeno di Pergamo) 

E allora, cosa resta da fare?

 Decidere di lasciarsi andare e morire? Continuare a combattere, allo sbando, come i soldati italiani subito dopo l’armistizio dell’otto settembre del millenovecentoquarantatré?

Proviamo a “suggerire” su cosa contare per poter dare un senso e una sacralità alla propria vita. O alla propria morte.

Se è stata una vita piena, se hai potuto realizzare te stesso al meglio delle tue capacità, se hai conosciuto amore e dolore, se hai accettato i tuoi limiti ma hai utilizzato tutte le valenze vitali delle quali disponevi, se non hai prevaricato, se, infine, non sei stato avaro di te stesso; questo vuol dire aver fatto i conti con la vita… e con la morte” (Eugenio Scalfari)

Immaginiamo questa scena.

 Stati Uniti, 1865, guerra di secessione. Un cow boy scorge un giovane soldato ferito e accasciato all’interno di alcune rovine. Scende da cavallo, si avvicina, gli tocca la ferita e si accorge che non c’è più speranza. Gli sguardi si incrociano. Terrore e pacatezza si incontrano, occhi negli occhi. Quello in piedi, lentamente, si toglie il cappotto e copre il morente che trema dal freddo. Si osservano in silenzio. Si abbassa, gli passa il sigaro… lo guarda aspirare fumo e vita… proprio quella che sta “andando via”. Il soldato sorride. Il cavallo nitrisce: ci sono altre avventure, forse altra gente da soccorrere. Il ragazzo muore con un filo di fumo che ricorda il legame con la vita e la solidarietà ricevuta. Il cow boy riprende il sigaro. La coperta no. Dissolvenza. Ecco, è così che cerco di vivere, sperando di morire. Come un soldato della vita, rendendo sacra ogni montagna che tento di scalare.

Celebra missam ut primam, ut unicam, ut ultimam!”

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