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La sola cosa che si possiede è l’amore che si dà” (Isabel Allende)

Cammina il buio.

Grida, lacrime, “ascoltatemi”, sono qui… sono qui, “guardatemi”.. Cosa vedete di fronte a voi?

Quando i “muscoli del cervello” sono stanchi e non desideri che spegner la luce..

E ogni rigo è di troppo anche se il cesto, da secoli, è vuoto..

Se il corpo cerca, fra molecole glucidiche, una cura quantomeno sintomatica..

E la speranza diviene merce per ricchi.. e non puoi più contemplar l’attesa perché anche di pane vive l’uomo..

Quando, esausto, guardi fuori ma urge serrare le finestre, deluso da una mancata aspettativa che, in fondo, sapevi sarebbe rimasta inappagata..

Se il viso di un estraneo, riflesso in un finestrino sporco, rimane l’unico contatto..

E il profumo dei limoni non è più questa gran cosa..

In questo tempo di morte.. in cui quella del corpo è il male minore e quanto più democratico ci sia su questa terra..

Tempo in cui urli e sei protagonista di un film muto, in un’epoca in cui non esistono i sottotitoli..

In un’epoca in cui non li inventeranno mai..

Oggi, che il cielo non vuol decidere se sorridere o piangere..

E la prospettiva dei prossimi giorni mi atterrisce..

Oggi che il vento insiste fra le fronde e non sa perché..

Che il mio tempo finì e pur da allora non rallenta..

Che il domani è adesso e non fa per me..

E mi guarda, tenero, chi non so..

Adesso, che i soliti pensieri si fanno compagnia, come da una vita..

Che tutto quello che non ho.. quasi non lo voglio più..

Che le fibre, cinte da fibbie che non si allentano, sono rotte..

Ora, che la resistenza mi mostra le sue pecche, mi svela i suoi sbagli e si sveste di gloria..

Ora, che non voglio dare un senso alle ferite solo perché taluni, prima di me, non sopportavano il non senso..

Ora che non ho motivi per eluderlo perché nuda e schiava..

Guardo in faccia le catene e taccio..e la libertà si spoglia dei suoi aurei abiti di seta e non rimane che un canuto vecchio smunto, spaurito..

Oggi, che Fantaghirò è invecchiata e non va più a cavallo col suo bel principe..

E rammenta le battaglie, le avventure, i duelli e gli incantesimi con una Strega Nera ormai rabbonita..

Oggi che non vedo più sorridere mia madre.. perché annega in una promessa che non posso più mantenere e osserva il mio futuro evaporare in essa..

E l’inquietudine le solca, marcandola quasi brutalmente, la fronte..

Consapevole che, presto, anch’io erediterò quel solco..

Proprio ora che si scaglia addosso me, violento, l’avvenire.. dove troverò riparo?

Eppure un giorno bevvi il tè da Caterina.

A casa di Caterina c’è sempre una torta cominciata, quelle intere non vi trovano posto.

Se hai freddo Caterina ti copre con un poncho marrone, uno scialle grigio o una sciarpa bianca.. oppure con le parole, dipende dal gelo che ti affligge.

Lei ha mani nodose, un candido sorriso e prepara un buonissimo tè inglese in foglie che, poi, filtra con invidiabile maestria, trasformando in sinfonia di gesti un atto, in apparenza, povero.

A casa di Caterina il tempo si ferma a metà fra il trasparente e il giallino soffuso, tutto si tinge di antico e solenne e mai una pentola di latta ammaccata, appesa al muro, mi pare tanto amabile.

Le pareti, dall’intonaco volutamente grossolano, ricordano le antiche, modeste abitazioni di campagna in cui gradevolissimi aromi e odori plebei danzano in misteriose fragranze che, indugiando nei varchi sensoriali, stordiscono i ricordi.

Il piccolo tavolo, nel centro della stanza da giorno, amplia lo spazio tutto intorno, regalandomi la sensazione di sostare nel buco di un’enorme ciambella.

Quando sto da Caterina, una consapevolezza ch’è già in me.. galoppa, frenetica, nelle vene: ogni persona che per noi abbia contato qualcosa, anche quando decidiamo che non pesa più nulla, in realtà conta per sempre. Perciò.. si rassegnino i narcisi, povere bestie senza grazia, destinate alla fame eterna e vittime, nel ricordo, delle loro stesse prede, derubate e poi uccise.

Oh incantevoli petali dal travolgente, spietato profumo.. Suppongo non sappiate che “quando facciamo il male, tutti pensiamo che si fermi lì, fin dove l’abbiamo voluto, entro quei confini: invece quel male che abbiamo voluto, che abbiamo smosso noi, cresce, cresce… non lo controlliamo più… ci travolge… diviene irreparabile…“. E, tuttavia, apprenderete ineccepibilmente il concetto.

Il dolore, però, non assolve.

Subire non rende necessariamente migliori e pensarlo è, tuttavia, un errore in cui spesso s’incorre per colmare di senso le piaghe. E ancora.. non si comprende appieno lo strano meccanismo mentale per cui.. l’aver sofferto ci esporrebbe meno ad eventuali, futuri, nuovi mali.

Malgrado ciò.. è un bisogno al quale ci è quasi impossibile sottrarci.

Caterina mi ricorda che, comunque vada e per quanto duri, la nostra vita non resterà che un libro interrotto. E sapere che rimarrà tale, qualunque atto si compia, è in realtà il propulsore che spinge a impugnare la penna. Il problema (ch’è, poi, anche la salvezza) è.. che non sai mai a che punto sei e, per paura di rimanere indietro o, forse, per una più ragionevole motivazione, non puoi smettere di scrivere.

Non puoi.

Da Caterina il cortile vuoto si riempie di vita, di fiori, di rumori e quei pochi alberi spogli si moltiplicano, rinvigoriscono e abbondano di frutti.

E la vecchia poltrona, di là in salotto, diventa il trono di una fiabesca reggia interiore, immersa in chiare fresche e dolci acque.

Ho bisogno degli occhi di Agostino, quando mi porge la mano il giovedì.

Delle pause fra le parole di padre Pino. Mi serve che il suo leggero strabismo si poggi su un sorriso sempreverde, lo stesso che dura sempre un po’ più di ciò che t’aspetti.

Mi serve l’ottimismo di Marcello, che dispensa consigli mentre porta in mano le sue medicine.

Necessario è il timbro grave e modulato della voce di Marisa mentre, raccontandomi di sé, narra anche di me.

Fondamentali i passaggi logici di Gabriella e il suo metodo scientifico personalizzato; indispensabile la sua aria svagata, specchio di una mente in perpetua ricerca. Mi occorre che scavi nel marmo come solo lei sa fare, mi servono i suoi capelli al vento sempre spettinati, le sue spiegazioni incredibilmente esaurienti, le sue riflessioni ostinatamente originali e così vere.

Ho bisogno che Giuseppe mi dica, ogni volta, quel “ti voglio bene” in più che protegge la mia giornata dall’insicurezza.

E poi Andy che, troppo giovane, si presta ad un’opaca rassegnazione ravvivata, in seguito, da una nota di speranza che disorienta e che somiglia alla sorpresa nell’ovetto kinder.

E’ bella Anna, quando mi accarezza il capo come quando eravamo piccole e avevo sempre un motivo per piangere.

Di Cvetka mi auguro non riesca mai a decifrare il colore degli occhi che, lasciando spazio a un sorriso insinuatosi ormai durevolmente fra graziosi lineamenti, si riducono a due minuscole fessure.

Mi piace respirare la semplicità di Lorenzo che, a volte, si addormenta davanti a tutti, accompagnandoci col suo piacevole russare.

Ho bisogno che padre Stefano mi narri ancora di foreste in crescita, di ostili, salvifiche barriere, di ponti rotti e pescecani incastrati negli angusti confini di una rete metallica.

Vincenzo, che ogni tanto impreca, non sopporta quando si parla di soldi e spera tanto che, prima o poi, lo ascolti cantare, mi regala stille di gioia.

Ho bisogno di Nino e Maria Teresa quando litigano sulla quantità di pasta da cuocere in pentola. Mi serve che bisticcino fino all’inverosimile, che non trovino mai un’ adeguata soluzione al “problema”, che non conoscano i compromessi, spesso indispensabili, che si accusino a vicenda della superficialità dell’uno e della pignoleria dell’altra. Che dopo una “guerra”, assolutamente povera di reali motivazioni, sussurrino: “Amore, mi passi il sale”?

Ho bisogno che, rosso in viso, Francesco s’infervori durante le discussioni circa il calcio o la politica, dalle quali mi estraneo per deficit d’interesse e, soprattutto, per meglio gustare le “rappresaglie” col fratello, inevitabilmente e ostinatamente contrario alle sue tesi.

Ho bisogno dell’allegria di Massimo, che spero abbia coscienza del medico che è e ravviva di linfa vitale ciò, che un tempo, fu anche mio.

E di Vale.. quando m’informa sulle battaglie contro una bestia che c’importuna quasi in egual misura. Dal confronto, spesso per entrambe non proprio incoraggiante, nasce la speranza che il domani sia più clemente, che l’oggi, ahinoi, è andato così.. forti, però, del fatto che l’incertezza della vita renda incerti anche i suoi mali.

Oscar scrive: “La gente ama molto dare quello che avrebbe più bisogno di ricevere; è quello che io chiamo un abisso di generosità“.

Sei proprio certo si tratti di “generosità”?

Ognuno è figlio di ciò che è. Nient’altro e non meno. A volte è poco, altre troppo. Spesso è momentaneamente adeguato ma.. l’equilibrio, nella sua fittizia, ombrosa, sfuggente parvenza, ci ricorda che avremo sempre un motivo per sperare in qualcosa di meglio. “Generosità” o, vista la premessa, “egoismo”?

Sono i nostri bisogni che muovono le fila dell’amore?

Non voglio cercare in me, nelle acute sintesi di Giorgio o nel mondo una risposta che potrebbe deludermi e che, purtroppo, si rivelerebbe di un’esagerata esattezza.

E’ un dubbio che voglio conservare.

L’unico punto interrogativo che custodirò e difenderò con una forza che adesso non possiedo e che tenterò di conquistare, forse fra lacrime grigie, nonostante le pietre addosso, la bocca riarsa, il passo incerto.

Vestiti solo della firma di Dio, i restauratori di anime narrano, scalzi, la trama delle nostre esistenze; scavalcano il dolore e lo cospargono d’inebriante olio di nardo; cuciono i tagli; rassettano i vani in disordine; distillano l’aria diffondendovi note di saggezza; riempiono l’assenza con bottoni colorati; ballano coi mestoli; cantano la musica; leggono le rughe e incidono nei cuori; decriptano le più celate attese e intuiscono il senso veridico di una chiamata a cui non sai rispondere.

E’ deplorevole e meraviglioso che il loro Maestro sia anche il mio.. perciò, in una cecità per ora ottusa, lascio che afferrino la mia mano, in attesa che impari a riconoscere, da sola, i Suoi passi accanto ai miei.

Parole incancellabili, gesti indistruttibili e temerarie, intramontabili, benevole espressioni mi cingono le spalle, mi chiedono di me, m’invitano a guardare, mi vestono di ali che non so, poi, mantenere.. Mi affidano colori e bulbi da piantare, mi donano terra e pioggia perché possano germogliare i semi, offrendomi pensieri troppo impervi da accarezzare, ed io respiro e osservo e gioco e sento e, insieme, si arriva incredibilmente a un dunque.

E ci spiamo sorridere di gioia e tenera complicità, assaporando il privilegio di una reciproca compagnia che lascia i segni sulla pelle, negli occhi e dentro le parole.

Guardo la mia piantina dai fiori gialli e capto il tenue profumo di un possibile domani.

Come quando desidero il cemento nel cuore.

Giunge, improvvisa, una placida tristezza a rammentarmi un egoismo che non volevo riconoscer mio. Non altra sofferenza all’infuori di me, resami conto che non esiterei a prendermi l’amore senza la certezza di poter esternare alcunché. E poi? Io che bramo l’affetto.. potrei ucciderlo nella durata di un bacio. E cosa rimarrebbe se non altra devastazione?

Turpi, questi pensieri cattivi fluttuano nel tempo della mia esistenza, si spacciano per veri senza concedermi la possibilità del perdono. Così potenti da impedire il moto, così veloci da spezzare i rami, così temuti da infonder terrore, talmente ombrosi da annientare la luce.

Però.. mi chiedo..

E se non fossi così distante dal resto..?

Se, in fondo, queste.. non fossero che parole..?

Parole destinate a perdersi nel niente, alle spalle di un’ancor sconosciuta felicità..?

Se tutto ciò fosse solo apparentemente insormontabile e appartenesse alla viva normalità..?

Come perdonerei i miei anni?

Come concedermi il riposo?

Il sospetto che niente sia poi tanto fuori posto, perché utopia è il posto giusto, mi dona leggerezza, voglia d’inghiottire l’aria a morsi per recuperare qualcosa che, forse, non ho perso.

Un suono positivo mi restituisce alla vita.. dopo averla, ancora una volta, offesa con artigli e ghigni e voce di ghiaccio. Guardo fuori e non mi occorre più alcuna protezione. Altri visi indugiano dietro i vetri, altre mani tremano d’incertezza e ci si scopre più simili di quanto si creda.

Così mi sento adatta, in un posto che, stavolta, è anche il mio.

Lieve.

Come quando fluttuo in acqua.

Grave e tiepida..

..come quando prendo il tè da Caterina. (2 Maggio 2012)

“Chi amo,
ed ama me
mio nemico
amara gioia .
L’amor,
non ha più pietà :
è nemico mio
ma chi amo
può ferirsi se,
se aprirà
la ferita in noi.
Dal petto,
l’anima
può fuggirgli
ed io
la colgo;
io la rapirò
e,
sarà mia.
E la mia,
la sua …
Mio nemico
sa,
d’amare me .
Tu lo sai
che ferita è.
Col respiro a me
A te catturerò
Col primo e l’ultimo.
Mio nemico,
sei tutto il bene mio .
Col cuore e l’anima,
anche tu lo sai
che ferita è
Tu sai …
Io t’amo
e tu,
ami me .
Mio nemico
e bene mio
L’amor
non ha più pietà.
E’
ferita in noi”

(A. M. – R. C.)

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