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Una volta, ai piedi del grande monte Ozar, viveva un’asina poverissima che, dopo un lungo e doloroso travaglio, diede alla luce un dolcissimo cucciolo. Disperata per una vita di stenti, sola e incapace d’avventurarsi al di là dell’imponente montagna, ch’era da sempre la sua casa, decise di porre il piccolo nel cesto di una mongolfiera, finita proprio lì vicino l’inverno appena trascorso. La disancorò dal terreno non prima d’averla riempita di tutto ciò che possedeva: una vecchia coperta, due radici, una bisaccia piena d’acqua e l’augurio che le creature del cielo si prendessero cura del neonato finchè non fosse stato in grado di farlo da sé.

Passarono i mesi e l’asinello, grazie alle attenzioni degli amici uccelli che, oltre a sfamarlo, gli davano affetto e istruzione, cresceva sano e forte. Non sapeva, però, cosa significasse correre felice e a perdifiato sulle terre selvagge che trasvolava.

Un giorno, però, disquisendo con i suoi compagni di viaggio di Pitagora, Talete e Anassimandro, l’asinello asserì con fermezza che non gli bastava più conoscere le ipotesi circa l’origine e la forma della Terra, la Natura e la forza degli elementi o la trasmigrazione delle anime post mortem.

Lui voleva conoscere il cuore dell’uomo.

All’udire tale richiesta, un’aquila gagliarda, possente e valorosa dispiegò le sue magnifiche, enormi ali dalle piume color argento e si avvicinò alla mongolfiera talmente in picchiata che l’asinello temette per la sua incolumità.

Cos’è che vuoi sapere, piccola creatura? – domandò l’aquila.

Quello che c’è nel cuore degli uomini – ripetè, convinto, l’asinello.

E perché una simile esigenza? Tu non vivi con costoro.

Perché, spesso, ravviso inquietudine sui loro volti. Vorrei capirne il motivo. Ciò non dipende, forse, dalle emozioni che abitano il loro cuore?

Esaudirò, per quel che posso, il tuo desiderio. A patto che tu, in seguito, decida di vivere sulla terra, perché quello è il tuo posto.

Ma io, signora Aquila, so vivere solo in cielo, laggiù morirei di certo.

Ogni ambizione ha un prezzo. Ti raggiungerò all’alba di domani e mi comunicherai la tua scelta.

L’asinello trascorse intense ore di agitata tensione, tormentato dal dubbio, dalla paura di una vita ignota, piena di nuovi pericoli e dall’urgenza di conoscere, per quanto possibile, quegli esseri umani di cui tanto aveva appreso tramite i libri.

Compì l’ardua scelta nell’ora più fredda della notte, decidendo così di accettare le condizioni dettategli dall’aquila.

Così, osservando il mondo dall’alto, ella cominciò ad istruire l’asinello su quella natura umana che tanto lo affascinava.

Vedi quell’uomo sorridente laggiù – disse l’aquila – ben vestito, affannato, di corsa, circondato da tutta quella gente che lo acclama con fervore per i suoi averi terreni?

Quella è la solitudine.

E la vecchia signora rugosa, con le lacrime arse dal sole, china sul suo piccolo orto spoglio?

Quello è il coraggio di vivere.

E chi è, signora Aquila, il bambino che innaffia quella pianta scura e rinsecchita?

Lui.. è il seme della sapienza. E’ attesa, pazienza, fiducia.

C’è un vecchio alla finestra, laggiù, fra quelle case arroccate sulla collina. Ha il viso grinzoso, gli occhi blu e osserva il cielo col solo potere della sua vista sbiadita.

Assorto e immobile, chi è costui?

E’ potenza nel ricordo. Vita che si disseta di memoria.

Esistenza riflessa nel suo tempo che si arresta.. e che poi riparte a passi lenti, incostanti, necessari.

Di tanto in tanto, l’aquila spiava di sottecchi le reazioni somatiche del suo piccolo allievo.. ogni volta che riceveva delle risposte.

C’era l’urgenza elettrica, nello sguardo di quest’ultimo, di disporre ordinatamente le parole della sua maestra, al fine di costruire pensieri rettilinei e collocarli in ragionamenti esatti, sfruttando la logica dei sillogismi, smontando ogni sfumatura sibillina, sostituendo tutti i dettagli probabilistici con sinonimi schietti.

La vaporosa evanescenza lo atterriva. A lui piaceva il ferro.

Si ma.. ci sono alcune cose che non capisco- disse, pensieroso, l’asinello. Nei libri, maggiormente in quelli improntati alla religione cristiana, si legge sulla fratellanza, sull’amore, sull’amicizia, sulla tolleranza, sul sorriso come forma di accoglienza verso il prossimo, sull’importanza di un dialogo aperto, trasparente e su molti altri nobili valori, condivisibili appieno.

Ma le guerre parlano di odio, non di condivisione.

La diffidenza ha sfigurato il sorriso.

La rabbia cieca, sovrastato irrazionalmente la lucidità.

La fraternità, ceduto il posto all’indifferenza, al timore infondato, al funesto sospetto.

La libertà, morta un po’ ogni volta che, in nome di essa, si è lasciato spazio a quel libero arbitrio che ha umiliato, ignorandola, la dignità del fratello nostro.

Perché tutto questo accade?

Perché “pretendere”.. quando questo è l’esatto opposto dell’amore?

Perché lasciare che la paura uccida?

Perché mai.. – mi chiedo- tale bruta inversione di rotta rispetto alla giustezza?

Non vivrebbe meglio, l’uomo, perseguendo il bene e gli insegnamenti di Dio?

Non avrebbe, forse, un’esistenza più lieta?

Tutto ciò che dici è vero – sentenziò l’aquila. Le tue sono domande giuste, lecite. Ma è difficile formulare risposte valide in modo assoluto. In un certo senso è il relativismo che domina la verità, così com’è vero che l’univocità del cuore è leggenda.

Proverò, comunque, a soddisfare la tua anima sitibonda.

Guarda laggiù, tra gli alberi di quella fitta foresta. Riesci a scorgere l’uomo, dalla lunga barba grigia, che taglia la legna?

Si, credo di vederlo – rispose l’asinello.

Perdette la sua famiglia e la sua casa in un incendio, intenzionalmente provocato da un usuraio al quale doveva restituire del denaro, servito al sostentamento dei suoi cari durante il rigido periodo invernale. Nonostante tagliasse la legna da mattino a sera, per poi venderla al mercato più vicino, non guadagnava abbastanza da assicurare il necessario alla sua consorte e ai suoi quattro bambini. Così.. pagò ingiustamente e atrocemente la sua estrema povertà.

Tanti anni fa, quando giunsi con mia madre su queste terre, ebbi un incidente che quasi mi tranciò di netto un’ala. Precipitai rovinosamente a terra, finendo proprio vicino all’abitazione di questo anziano signore. Lui mi vide sofferente, mi raccolse con delicatezza e, con pazienza e dedizione, curò e fasciò la mia ferita. Mi offrì acqua, cibo e fuoco finchè non spiccai nuovamente il volo, perfettamente guarita.

Da quel giorno torno spesso a rendere omaggio al mio amico e salvatore, lasciando un ramo di ulivo sul davanzale della sua finestra.

Kabur, l’albero da cui stacco abitualmente questi rametti, è secolare.. e le antiche storie, tramandate dai miei antenati, narrano di poteri magici ad esso attribuiti.

In una notte piena di stelle decisi di far visita, in sogno, al mio amico, esortandolo ad esprimere un desiderio ogni qualvolta avesse trovato un nuovo rametto alla finestra.

La richiesta sarebbe stata esaudita, di lì a poco, a danno di una mia piuma.

Lo spirito dell’albero, devi sapere, è in grado di dispensare fortuna, salute, oggetti preziosi.. ma, ahimè, non di far tornare in vita i morti.

Però.. l’unica richiesta formulata dal mio amico fu quella di poter ricevere in dono una nuova ascia per continuare a tagliare la legna (visto che la sua era quasi del tutto consumata). Chiese, inoltre, di poter conservare la piuma sacrificata in mio ricordo e in memoria della nostra bella amicizia.

Perché non ha chiesto ricchezza, dandosi finalmente al riposo? – chiese, ansioso, l’asinello.

Perché lui è dignità – rispose, commossa, l’aquila.

Perché non ha desiderato vendetta nei confronti di quell’assassino?

Perché ha compreso la miseria della vita di costui. Condurla è già grave punizione.

Come trova la forza di alzarsi ogni giorno prima dell’alba ed affrontare tante ore di duro lavoro.. sapendo poi di dover tornare in una vuota dimora, senza l’affetto di nessuno?

La sua stessa esistenza testimonia e alimenta la speranza nella vita, nonostante tutto.

L’attesa, infatti, è il pneuma del suo spirito.

E il suo volto.. tradisce la serenità del cuore.

Basta.. bastaaa!!! – urlò, disperato, l’asinello.

Tutto questo mi sembra solo un enorme, vano sacrificio che percorre la via dell’autolesionismo.

Praticare il bene vuol dire forse punirsi? Vuol dire accettare un destino cattivo senza renderlo roseo, pur avendone la possibilità?

Perché il taglialegna insiste nella sua condizione?

Non gli hai forse offerto l’opportunità di cambiare vita?

La dignità, l’attesa, la speranza, il perdono di cui parli.. in questo caso mi paiono infruttuosi, addirittura nefasti.

Sembra quasi che lui voglia espiare una colpa che non ha.

Sembra quasi non sia riuscito a perdonarsi d’essere sopravvissuto ai suoi cari.

E se ciò non “sembrasse” ma “fosse”? – chiese l’aquila, quasi indignata. Che diritto hai di giudicare aspramente un uomo che, nel suo modo di vivere, non danneggia nessuno?

E se lui trovasse realmente bellezza nella sua esistenza.. e non rassegnazione, come affermi animatamente, perché dovrebbe mai cambiare la sua condizione?

Una cosa da osservare e accettare.. circa il cuore dell’uomo.. è che esso non risponde sempre linearmente ai dettami della logica. Una cosa da capire e interiorizzare, invece, è che fluttua in un mondo solo parzialmente conoscibile. Una dimensione proteiforme, la sua, fatta di strani disegni, a volte comprensibili, altre no. Un varco spiritualistico dove.. colori invisibili, parole inascoltate, anime perdute e poi salvate, suoni mai uditi e paesaggi ribaltati.. pulsano di vita, si specchiano nella diacronia dell’evo e delle sue immagini, rimbalzano in ruoli inventati, mascherati di non senso, e spiano i pensieri origliando ai confini della ragione.

Una realtà incantata che infonde, nel corpo del possibile, l’anima del proibito.

Un universo in cui ciò che sembra, spesso, non è.

Ciò che è, forse, non sarà mai.

Ciò che non esiste, sovente, fiorisce.

Dunque, il cuore di ogni uomo.. sarebbe un luogo magico? – domandò, impressionato, l’asinello.

Magico e imprevedibile – rispose l’aquila, lanciando ancora uno sguardo al suo caro amico.. che, dai boschi, la salutò con calore, levando in aria le braccia e dedicandole un sorriso pieno di luce..

Allora – pensò ad alta voce l’asinello – tutto quello che c’è da sapere sul cuore dell’uomo.. è che non si posseggono, forse addirittura non esistono, mezzi efficaci per indagarlo..

Si, è probabile che sia come dici.. mio piccolo amico.

Non sono poi così male.. gli umani, sai.. Queste strane creature dalle fragili certezze di cristallo, spesso dominate dall’incoerenza di una vita che non appartiene loro, frequentemente guidate da vampireschi disvalori che le dissanguano, tante volte incapaci di ascoltare la loro stessa voce, di comprendere le loro stesse parole.. sono, in realtà, esseri magici.

E’ quasi affascinante che non ne siano coscienti.

A volte avrei voglia di svelar loro questo segreto, in realtà poco arcano, tanto palese..

E tu – disse l’aquila, strizzando l’occhio al suo piccolo allievo – non azzardarti a farlo, una volta laggiù. Non sta a te rivelarlo.

E’ ovvio – sorrise, complice, l’asinello. Farò come dici. Chissà che un giorno non lo scoprano da soli. Nel frattempo, tramanderò questo segreto ai miei discendenti, interpretando, insieme a loro, il ruolo di “ciuchino” tonto, sbadato, citrullo e babbeo.

Quale “lucchetto” migliore di questo per custodire un segreto di tale portata? Chi crederebbe mai a degli esseri così stolti?

E voi, amici cari, non pensate neanche per un istante di interrogare un quadrupede dal pelo grigio, dalle lunghe orecchie e dall’aria svanita perché vi sveli l’identità delle creature magiche..

Potreste non reggere il colpo.

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