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Quante volte ho guardato al cielo… ma il mio destino è cieco e non lo sa! A Daniel Pennac, noto scrittore di origine francese, è stato chiesto, in un intervista: “Qual è, tra i suoi libri, il romanzo che preferisce?” – “L’occhio del lupo, la storia di un piccolo africano che incontra, in uno zoo, un vecchio lupo guercio catturato in Alaska”. Il benessere sostanziale degli esseri umani contemporanei, risente in maniera considerevole dell’andamento di quella complessa contrattazione fra domanda e offerta che, i più, chiamano “Mercato globale”. Gli analisti finanziari individuano il trend economico rifacendosi allegoricamente a due tipi di animali, l’orso (quando l’andamento vira al ribasso) e il toro (in caso di rialzi). A ben guardare, però, nessuno dei due ricalca le speranze di certezza che ognuno si porta nel taschino di sinistra, quello vicino al cuore. L’orso, infatti è un “infingardo” e il toro si “accontenta” di accoppiarsi a comando o di andare incontro al destino, col tripudio di chi cerca il sangue nella sabbia dell’arena. Il Mercato, all’apparenza è impassibile e serio come le dune di un deserto ma, dentro, si emoziona. Ti accetta o si schermisce. In realtà il Mercato porta in sé la fierezza del lupo, che ti guarda con quell’unico occhio che gli resta, dopo essere stato irretito, braccato e catturato dai falò delle vanità… PER LEGGERE TUTTO IL TESTO, CLICCARE SUL TITOLO.

…di tanti vuoti a perdere mentali. E bisogna renderselo amico perché, in fondo, il lupo è solo. Ha bisogno di qualcuno cui raccontare i sogni della gente che spera in lui ma non lo rispetta. Però quando lo maltratti, non reagisce… semplicemente, ti ignora attivandoti, nelle stanze delle paure ancestrali, l’ansia dell’abbandono, della non accettazione… dell’emarginazione. Ma siccome “anche la notte vede occhi in ascolto”, grattando il fondo del barile, puoi trovare qualcuno che ha capito come parlare alle stelle, senza dimenticarsi dei coyote in agguato, perché ama le amache, letti fra cielo e terra dove si possono concepire le idee più geniali. Ed ecco che appare all’orizzonte, controvento, un signore che porta sulle spalle un certo numero di primavere, che non è affatto influenzato da quel mercato che affama la gente e, in più, è in grado di guardare il lupo ferito nell’orgoglio, nel modo migliore… chiudendo anche lui un occhio, quello della mediocrità e lasciando bene aperto quello della sfida, del coinvolgimento e della voglia di riuscire… senza danno per nessuno. In genere, un nome non significa nulla senza la sua storia, così come un animale nello zoo, anonimo e mortificato. Ma Andraous non passa inosservato a chi porta con sé una qualche reminiscenza linguistica che sta a mezzo fra l’Italiano e l’Oltralpe…

“Perdonare è liberare un prigioniero e scoprire che quel prigioniero eri tu” (Sacre Scritture).

2 Agosto 2003. Un messaggio nel mio server di posta elettronica. Una freccia scoccata con la precisione di un arciere che sa cosa colpire, quando e perché. Così conosco Vincenzo Andraous, nato a Catania nell’ottobre del 1954, una figlia, Yelenia che definisce la sua rivincita più grande, ospite (almeno all’epoca) nel carcere di Pavia da oltre trent’anni e condannato all’ergastolo. “FINE PENA MAI”. Non avrei mai immaginato che una simile sequenza di lettere avrebbe generato in me un senso di angoscia legato alla consapevolezza di un’impossibile via d’uscita. Un evento contro cui è inutile lottare. Troppo, per chi non è abituato ad arrendersi. Nemmeno all’evidenza.

Comincio a leggere alcuni dei suoi libri, autentici pezzi d’arte nel panorama della saggistica sul carcere e la devianza. “Autobiografia di un assassino: dal buio alla rinascita”. Forte, come un pugno nello stomaco. Amaro, come le lacrime di chi soffre con dignità. Dolce, come la speranza di chi sa che può rappresentare un simbolo di riscatto per intere generazioni di sbandati: dannati come chi vaga nelle tenebre della propria coscienza ma, al tempo stesso, “teneri come grissini al primo imbocco”.

È sempre il più furbo che, alla fine della corsa, pagherà per tutti invecchiando “dentro”, come il pezzo di carcere che lo ha sepolto…

Riflessioni a proposito di Marco, falco dagli occhi lucidi. ” Voglio essere tuo amico, Vince. Mi piace quando mi racconti le tue cadute e sono contento che ora sei cambiato, ma io non posso cambiare, perché sono fatto così”. Marco che teme il domani. Che cerca nella tua mano un segno di accettazione, nei tuoi occhi, un cenno di benevolenza. ”Quando ritorni Vince? Ho bisogno di te!”

Capisco che non è uno scrittore, Vincenzo, né un poeta. È “solo” uno che ha qualcosa da comunicare, senza alcuna presunzione di insegnare nulla a nessuno, o salvare alcuno dal proprio destino. Il suo essere diventato qualcuno da osservare, nel corso dei tanti giorni con “il sole a spicchi” per capire che si può diventare diversi e, addirittura, migliori dei tanti che stanno “fuori” ma, al tempo stesso, chiusi “dentro” i propri egoismi. È una persona che disegna con le parole ciò che sente, senza perifrasi o falsi moralismi. Ha imparato a scrivere leggendosi “dentro” e lascia impronte che inducono ad ascoltare le note del cuore. Inizia, così, una collaborazione tecnica che dura fino ad oggi e che mi ha portato a concludere che là, dove sovente muore la civiltà, dove il popolo delle galere non ha più generazioni da consegnare alla storia… c’è lui, per non sentirti un numero, né un oggetto ingombrante ma un uomo da aiutare per diventare a tua volta, un perno su cui far girare tanti altri in difficoltà. È lui, col suo modo di trasmettere chi era e cosa è diventato, ad insegnarmi ogni volta che leggo i suoi pensieri, che il destino, a certe condizioni, disegna la propria trama, ai bordi delle vie maestre, dove si “interpreta” la vita alla stregua di un rettilineo privo di uscite di emergenza, dove l’inciampo è a un tiro di schioppo, dove non è possibile gridare:

“Ehi regista, sono stanco, fammi uscire dalla storia! “

Ora rivive una seconda giovinezza, accanto ad una bella Margarita capace di riaccendergli scintille di nuove motivazioni…

A queste condizioni, può darsi che, come nel romanzo di Pennac, il lupo si convinca ad “aprire” completamente il suo sguardo. Tanto, nei suoi occhi, il “ragazzo” non ha l’aria di volersene andare. Auguri caro Vincenzo!

Giorgio Marchese (Medico Psicoterapeuta, Counselor) – Direttore “La Strad@”

Vincenzo Andraous è un guerriero (del bene, ormai da diverso
tempo). Uno di quelli che a Sparta, ad esempio, sarebbe tornato “con”
lo scudo o “sopra” lo scudo, perchè caduto da
eroe. Questo, infatti, imponeva l’onore. Ogni combattente, è
inevitabile, porta con sé tante cicatrici per vecchie ferite
che, ogni tanto, risvegliano qualche problema. L’augurio, per
Vincenzo, è quello di rimettersi, presto, in piedi. Molte
battaglie lo (e ci) attendono. A presto… Vince!

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