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Che rapporto c’è fra un cappuccino e l’entropia?

Questo
articolo è stato scritto nel lontano 9 Agosto del 2008, in
risposta a domande postemi durante un colloquio di analisi didattica.
Con qualche aggiustamento, viene riproposto e se ne suggerisce la
lettura perchè, in frangenti fuorvianti (come quelli attuali)
non guasta rifarsi alla Logica e alle Leggi di Natura!

 

Una bussola facile facile!

Da persone bene informate ho saputo che, quando Dio cacciò Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre, non si limitò a dire: “Tu uomo lavorerai con sudore e tu donna partorirai con dolore”, ma aggiunse “e tutti e due sarete perseguitati dal secondo principio della termodinamica, ovvero dall’entropia”.

Ecco il principio: “Ogniqualvolta in Natura la materia viene trasformata in energia, una buona parte di questa energia diventa non più utilizzabile e va ad aumentare il disordine che è già nell’ambiente. La misura del disordine si chiama entropia”. E facciamo subito un esempio. Quando trasformiamo il petrolio in energia cinetica per consentire a mio cugino di andare da Milano a Monfalcone, la maggior parte di questa energia si perde sotto forma di anidride carbonica e va a inquinare l’atmosfera. Ora, se si trattasse di mio cugino soltanto, pazienza, il guaio è che siamo in tanti a voler andare tutti i giorni da Milano a Monfalcone.

L’uomo per migliorare la proprie condizioni di vita, ha inventato l’automobile, l’aeroplano, il frigorifero e tutto quello che, secondo lui, avrebbe potuto rendere più comodo e ordinato il suo mondo. Sennonché il disordine connesso a ognuna di queste scoperte è maggiore dell’ordine prodotto. Se all’inizio nessuno ci ha fatto caso è perché il disordine è sempre stato esportato, o in altri Paesi (vedi le carrette del mare che vengono affondate col loro carico di veleni), o in altre zone dell’atmosfera (vedi buco nell’ozono) o addirittura rimandato a epoche future (vedi scorie radioattive).

“Per la legge dell’accrescimento dell’entropia – mi dice il fisico Francesco Grianti – ogni sistema in natura evolve spontaneamente da uno stato più ordinato a uno più disordinato. Le faccio due esempi: 1) Se lei lascia una tazza di tè bollente su un tavolo e torna dopo un’ora, troverà che il tè si sarà raffreddato, in quanto ha ceduto spontaneamente il suo calore all’ambiente. 2) Se lei versa in una tazza del caffè e del latte, le molecole dei due liquidi non resteranno separate, le une di fronte alle altre come due armate contrapposte, ma si mischieranno spontaneamente fino a formare il cappuccino”.

“E questo cosa c’entra con l’entropia?”

“C’entra, perché in entrambi i casi sarà aumentato il disordine!”

Insomma, se ho ben capito come stanno le cose, il nostro mondo tende spontaneamente a omologarsi e a diventare sempre di più una massa uniforme. Ogniqualvolta una sostanza si sminuzza, finisce col mischiarsi con tutte le altre fino a creare un guazzabuglio indescrivibile. Il mondo non viene dal Caos, ma va verso il Caos. È come se io lasciassi una mattina il mio guardaroba tutto in ordine e lo ritrovassi la sera con i calzini in mezzo alle cravatte, le mutande tra le giacche e così via. Per il secondo principio della termodinamica, infatti, il disordine è irreversibile: aumentare ma mai diminuire.

Ciò premesso, possiamo immaginare fin da adesso come sarà la fine del mondo: l’Universo diventerà un unico, immenso, uniforme cappuccino dove, non essendoci più alcuna diversità tra un punto e l’altro dello spazio (né di temperatura né di energia o di altro) non ci sarà nemmeno un buon motivo per muoversi. In quell’attimo, non essendoci più movimento, con buona pace di Parmenide e dei suoi seguaci, non ci sarà nemmeno la vita. Che fare per ritardare la fine del mondo? Muoversi quanto meno possibile, dicono i fisici, e questo lo avevano già capito i guru indiani.

Tutti tende all’omologazione, non solo la materia, ma anche il modo di comunicare, di vestirsi e il pensiero. Una volta Gianni Vattimo scrisse un articolo in cui incolpava la panna di rendere dello stesso sapore sia i tortellini fatti in Emilia sia quelli preparati nelle Puglie.

Più passa il tempo e più diminuiscono le differenze tra gli esseri umani: spariscono i dialetti a favore dell’italiano, spariscono le lingue (e con esse l’italiano) a favore dell’inglese. Il consumismo, vera minaccia entropica del nostro secolo, coadiuvato dai cani pubblicitari, c’impedisce di uscire dal gregge.

“Bisogna per forza andare a vedere Michael Jackson” – dice una bella ragazza a un giovanotto.

“Perché?” – chiede lui.

“Perché ci vanno tutti!” – risponde lei.

Visto il pericolo, più che ambire al titolo di dottore, ognuno cerchi di guadagnarsi almeno quello di egregio (da exgregis = fuori dal gregge) e di pensare con il proprio cervello, avendo in massima cura le tradizioni.

La maggioranza degli americani è convinta che l’umanità si stia muovendo verso una situazione migliore, solo perché non tiene conto che l’ordine realizzato in una parte del globo è stato ottenuto a spese di un maggior disordine seminato in tutto il resto del mondo.

D’altra parte, come non dare ragione ai paladini del progresso quando ci sbandierano i parametri dei loro successi: allungamento della vita media, diminuzione della mortalità infantile, epidemie debellate e via dicendo? Un secolo fa in Italia, quando nacque mio padre, la malattia più diffusa era la tisi, ovvero la fame: eppure eravamo sì e no venti milioni di abitanti.

A chi dobbiamo il fatto che oggi riusciamo a metterci a tavola in 58 milioni di persone e a godere di un alto tenore di vita? Al progresso, ai concimi chimici, ai refrigeratori che conservano gli alimenti e ai Tir che li trasportano su e giù per l’Italia.

Ma allora: tutti i discorsi di prima? L’entropia? Il disordine? Il secondo principio della termodinamica? La risposta giusta è come sempre quella di Periandro: “Ottima è la misura, a voi il compito di trovarla”. (Luciano de Crescenzo – Il caffè sospeso – Mondadori Ed. – Milano 2008)

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È possibile dosare la nostra energia vitale? In che modo?

Lo facciamo costantemente, solo che a volte avviene in maniera inconsapevole. Quanto parliamo, ad esempio, adattiamo il timbro, la tonalità, i volumi della nostra voce, al tipo dei discorsi che facciamo, all’interlocutore, in funzione dell’ambiente; qualcosa di simile accade per tutte le manifestazioni comportamentali dell’essere umano.

Il “dosaggio” come lo definisce lei, fa rima spesso con autogestione, ricordandoci che, mentre produciamo psicobiofenomeni da comunicare all’esterno, abbiamo da far funzionare l’intero sistema composto da psiche e corpo.

Non possiamo dimenticarci di “attivare” inconsapevolmente (mediante opportune stimolazioni ipotalamo – ipofisarie) nella giusta maniera il sistema neurovegetativo, per non rischiare di avere ripercussioni negative. Questo è possibile quando viviamo a basso tenore di conflittualità. Nel caso in cui gli elaborati risentano di disturbi di relazione con se stessi o con il mondo esterno, il sistema nervoso autonomo risente di questa dinamica e produce scompensi della funzionalità degli organi e degli apparati: i cosiddetti disturbi psicosomatici.

È vero che la logica ci aiuta a mettere da parte l’energia affettiva, mettendoci al riparo da conflitti sentimentali?

La logica serve a verificare gli elaborati di pensiero, in maniera asettica, per sapere in quale direzione orientare le proprie scelte di vita, senza dubbi o tentennamenti di sorta. Nel momento in cui si elabora (in tempi vicini al milionesimo di secondo), la logica impedisce che gli aspetti affettivi inquinino le decisioni. Questo non vuol dire che, usando la logica si diviene freddi, ma semmai, si riesce a gestire meglio i propri sentimenti.

Se, per esempio, io litigo con la mia ragazza e quindi ho uno scombussolamento affettivo, come posso coinvolgere la logica per frenare il tumulto sentimentale nei confronti della partner?


C’è una premessa da fare. Se a seguito dello scontro che ha avuto con la sua partner lei è turbato, non è in grado di usare la logica, perché quest’ultima si attiva in presenza di quiete mentale. In una situazione critica come quella che mi ha descritto, corre il rischio di andare incontro ad un’alta possibilità di commettere errori. Non si può essere sufficientemente lucidi, è come camminare senza una bussola.

Su una scala da zero a 100, affettività, aggressività e neutrergia, sono poste tutte sullo stesso piano?

Precisiamo che stiamo parlando degli aspetti della nostra mente che danno vita a pensieri ed emozioni attraverso sfumature che vanno dagli aspetti dei sentimenti (la componente affettiva) al variegato dinamismo (a carico dell’aggressività) fino ad approdare alla base della razionalità (di pertinenza della neutrergia, neologismo coniato dal prof. Giovanni Russo per indicare un lavoro della mente, tendenzialmente “neutro” e privo di perturbazioni emotive disturbanti).

, Comunque, per rispondere alla sua domanda, i tre elementi, manifestano valori differenti, in maniera sensibile. Un valore teorico non raggiunto fino ad oggi e difficilmente raggiungibile, prevede la prevalenza la neutrergia, pari a 40% con un’equivalenza fra affettività e aggressività, relativa al 30%: ma questo appartiene più ad essere umani ad un mondo migliore. La nostra situazione è ribaltata invece, perché prevale sempre l’aspetto affettivo o quello aggressivo, con percentuali che superano il 40%, con un margine di neutrergia al di sotto dl 20%.

A queste condizioni siamo condannati, se vogliamo vivere bene, a migliorarci costantemente, tenendo attiva la mente in maniera neutrergica. In questo modo la neutrergia, qualitativamente più performante, riesce a gestire l’affettività e l’aggressività. Appena abbassiamo la guardia ritorniamo ad essere delle belve, vale per tutti, dal delinquente allo scienziato.

Può essere questo il motivo per cui esiste gente che non si accontenta e non si accetta?

Il non volersi accontentare, può essere propedeutico ad un protendere verso traguardi migliori. Il non sapersi accontentare è foriero di una vita tribolata, caratterizzata da una corsa senza fine. È importante migliorarsi ma, anche e soprattutto, godere dei risultati raggiunti: è la base della corretta autoaffermazione.

Invece se una persona “produce e non gode”?

Potrà anche stimarsi e non autoaffermarsi, vivendo prevalentemente in conflitto.

La neutrergia per manifestarsi dal mondo esterno, si serve dall’aggressività e dall’affettività: in che modo?

Se lei non parlasse, non si muovesse, non assumesse un aspetto temperamentale e non si rendesse sufficientemente accettabile, difficilmente riuscirebbe a trasmettere il contenuto dei suoi pensieri, per cui la sua neutrergia rimarrebbe confinata all’interno delle cellule celebrali. Per trasmettere ciò che pensa, ha bisogno di muoversi e parlare, grazie all’attivazione aggressiva, “colorando” i suoi pensieri neutrergici, con l’affettività.

Cercando il termine energia sul vocabolario, ho trovato la seguente definizione: vigore dell’animo e risolutezza nell’operare. Sicuramente una cosa positiva, ma com’è possibile che l’energia affettiva può provocarci disturbi conflittuali?

Ogniqualvolta sorge un conflitto nel momento in cui non riusciamo ad ottenere quello che ci siamo proposti nei nostri confronti, oppure tutte le volte che riceviamo indisponibilità da parte di altri. Nel primo caso, può accadere che, per apprendimento, ci addossiamo le colpe dei mancati successi, quindi sviluppiamo ostilità nei nostri confronti. Nel secondo caso, sempre per apprendimento, addossiamo prevalentemente le colpe ad altri, quindi vediamo gli altri in chiave negativa. Dal momento che ci eravamo creati delle aspettative nei confronti del mondo esterno, su basi prevalentemente affettive, scaricheremo emozioni conflittuali, a causa di sentimenti feriti. Siccome l’affettività svolge una funzione di coesione o disaggregazione, nel momento in cui non si manifesta al positivo, tende a determinare la seconda opzione, cioè a lavorare in opposizione alla forza di coesione. Questo si manifesta all’interno di ognuno di noi infatti, quando siamo affettivamente in conflitto, produciamo uno stato d’animo di “allontanamento” dagli altri, rendendoci ostili.

Quasi sempre la logica e la razionalità ci indicano la strada per capire le Leggi di Natura, ma parecchie volte facciamo finta di non voler capire, dentro di noi cosa succede?

Accettare la realtà molte volte richiede uno sforzo per diventare maturi. Se ci aggiungiamo i condizionamenti sociali che ci vengono trasmessi insieme al latte materno, avremo come risultato, una grande confusione rispetto a ciò che è giusto ed a ciò che è sbagliato. Potrà trarre vantaggio dalla lettura dei miei articoli che parlano proprio di logica e Leggi di Natura, per capire come stanno veramente le cose.

In che modo sbagliamo ad usare la nostra energia?

Sbagliamo tante di quelle volte che faremmo prima a puntare l’attenzione su come usare meglio la nostra energia. A questo proposito, le segnalo l’articolo [“Alla scoperta dell’energia mentale”-> https://www.lastradaweb.it/article.php3?id_article=594
]

. Comunque, la risposta alla sua domanda è molto complessa, diventa semplice osservando quali sono i bisogni primari per migliorare lo sviluppo dell’identità, in maniera armonica ed equilibrata, tutto ciò che ci porta verso questi elementi ci consente di usare bene la nostra energia.

Soddisfacendo i nostri bisogni sfruttiamo la nostra energia al meglio senza rendercene conto?

Se l’appaghiamo in maniera matura si, possiamo non rendercene conto consapevolmente, ma percepiamo una sensazione di benessere.

Abbiamo detto che i pensieri negativi fanno male a chi li “produce” ed a chi gli sta intorno. Mediante l’uso di logica, li possiamo trasformare in pensieri positivi, sdrammatizzando il tutto?

Con la logica smettiamo di pensare in negativo, perché un pensiero che poi sarebbe, in sostanza, un’idea o una serie di idee, rappresenta degli elementi in movimento, non sono strutture solide. Rimangono vive ed attive finché continuiamo a pensarle. Nel momento in cui attiviamo la logica questi pensieri spariscono, queste cose vanno immaginate come un filmato proiettato sul muro, se tu spegni il proiettore sparisce il filmato, non si mantiene più il film sul muro, quindi attivando la logica smettiamo di pensare in negativo e l’idea negativa non c’è più.

Credo che, per questa volta, possiamo accomiatarci soddisfatti: è dello stesso avviso?

Ogni volta che posso rendermi utile, spiegando i reconditi dell’animo umano, sento di aver trascorso il mio tempo in maniera utile e costruttiva. Arrivederci, allora e faccia tesoro di questi dialoghi.

“Cento sono le scale per salire in paradiso. Novantanove per quelli che sanno vivere bene… e sono sempre deserte! Una per tutti gli altri… ed è sempre affollata” (Proverbio orientale).

 


G. M. – Medico Psicoterapeuta

Si ringrazia Giuseppe Dattis per la formulazione delle domande e Adelina Gentile per la collaborazione nella stesuara del datiloscritto.

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