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… non arrenderti né ora, né mai!


 

A spasso verso un futuro migliore.

 

Caro Dottore, anzitutto vorrei ringraziarla per i preziosi messaggi che lei fornisce sempre coi suoi articoli, in cui riesce a rendere comprensibili argomenti scientifici anche per chi non è esperto in materia. Vorrei, a tal proposito, porre qualche domanda relativa al lavoro sulla “saga” del Grande Network, quello relativo alle spiegazioni su come ritardare l’invecchiamento psicofisico.

Prego, si accomodi…

La prima cosa che mi ha colpito è che, dato il progressivo aumento dell’età media dell’uomo, per evitare che il prolungamento della vita si riduca ad un allungamento delle sofferenze terrene, è necessario impegnarsi per un “miglioramento considerevole della qualità della vita”.

È vero, infatti non avrebbe molto senso procrastinare una situazione di insoddisfazione.

E’ proprio la realizzazione di questa condizione che mi preoccupa…

Perché?

Ho sempre creduto che, oltre una certa età (più o meno 50 anni), per una sorta di decadimento irreversibile generale dell’organismo, non si possa più vivere bene. Cosa succede, in realtà, con l’avanzare dell’età?

Si prendono meglio le “misure”.

Cioè?

Si comincia capire qual è il punto oltre il quale, l’organismo si “snerva”.

E perché non ci capita anche da giovani?

Perché siamo più presuntuosi.

E quindi?

Non calcoliamo bene la potenza effrattiva (relativa al danno, cioè) degli eventi. Procedendo negli anni, invece, cominciamo a stabilire per cosa è veramente utile continuare a lottare.

E se ci si dovesse arrendere del tutto?

Cominceremmo a “vegetare”, perdendo quell’alone mistico costituito dalla magia della vita, con tutti i vari risvolti che ci inducono a sperimentare il bello e il brutto, per essere in grado, poi, di scegliere per il meglio. Ricordo alcuni versi di una delle prime canzoni di Edoardo Bennato dei primi anni settanta: ” Lo so, ti scoppia il cuore ma…non farti cadere le braccia, non arrenderti né ora né mai!”


E’ possibile riuscire a trovare gradevole il proprio aspetto anche con la pelle che ha perso elasticità e tante rughe che solcano il viso?

Si, se dietro questo aspetto non si cela il sipario calato sulle luci delle aspettative che ancora ci restano ma, tutto ciò, rappresenta, invece, il segno evidente della fatica affrontata per vincere e continuare ad aver voglia di esistere. È il modo mediante cui dimostriamo la soggettività della nostra individualità, senza ricorrere ad incongrue “scorciatoie” estetiche che faranno di noi, maschere irreali.

Ma, scusi, non dovremmo continuare ad manifestare interesse per la cura del nostro corpo?

Permette che una domanda gliela faccia io, questa volta?

Si, certo!

Perché, a volte, fa finta di non capire quello che dico?

Non capisco…

Ecco, vede?

Aiuto!

È l’invasione degli ultracorpi…

Ora veramente, ho perso il filo!

Negli anni cinquanta, il regista Don Siegel girò un film di fantascienza intitolato proprio “L’invasione degli ultracorpi”, da cui poi venne realizzato il remake “Totò sulla luna” con Totò, appunto e Ugo Tognazzi. Il copione prevedeva l’invasione della Terra da parte di alieni che, gradualmente si sostituivano agli umani, prendendone le sembianze. Il protagonista scopre con terrore che sempre più persone intorno a lui sono state trasformate in “ultracorpi”… e cerca di combattere.

E come va a finire?

Non importa.

Come, scusi…

È più importante rendersi conto dell’invasione dei falsi ideali che, gradualmente, silenziosamente, si stanno impadronendo di noi. Cosa abbiamo intenzione di fare? È questa la domanda cui dovremmo rispondere, semmai.

Allora…

Aspetti. È fin troppo ovvia l’importanza di prendersi cura di se stessi, in maniera globale, quindi anche della propria esteriorità. Non possiamo dimenticarci che, comunque, ciò che siamo all’esterno, riflette quello che ci alberga “dentro”, in un modo o nell’altro!

E va bene. Allora, dal momento che lo stress è una condizione con cui bisogna convivere, cosa si può fare concretamente per evitare quello che lei definisce “stress cronico”?

Riuscire a stabilire una priorità basta su indispensabilità, utilità e fatuità.

Può essere più chiaro? Non vorrei interpretare!

A questo punto mi prendo una “licenza” alla Luciano de Crescenzo.

In che senso?

Questo scrittore (uno di quelli che amo di più), a volte trasla nei propri libri, brani ripresi da altre sue pubblicazioni. Sono talmente efficaci, che non converrebbe cercare di utilizzare altri termini. Bene, vorrei riprendere alcune mie riflessioni che ho già espresso in qualche occasione: ha mai pensato all’assurda trappola in cui siamo costretti a vivere da un sistema economico “guasto” fin dalle fondamenta?

Non lo so.

Vediamo. Attraverso tutti i canali di comunicazione di massa, mediante spot pubblicitari, veniamo indotti a comprare una infinita varietà di alimenti ipercalorici (ma a basso contenuto di nutrienti come vitamine, sali minerali, etc.) che riempiono, praticamente, tutte le ore della nostra giornata (dalle merendine mattutine, ai pranzi “che sono diventati un mito”, agli snack pomeridiani, fino a tutte le possibili combinazioni alimentari che costituiranno una “cena indimenticabile”); poi, però, sempre attraverso messaggi “mediatici”, ci convincono che l’immagine vincente nel lavoro come nella vita, sia quella consistente in un misto di muscoli e anoressia (uomini dinamici, vagamente “dopati” e donne efebiche, autentici “pali” rivestiti di morbida alcantara); a questo punto, ci vengono in soccorso le pillole cattura calorie, per poter “tranquillamente” trangugiare una Saint Honoré da 5 kg (con buona pace di dentisti e nutrizionisti); a conclusione di ciò, possiamo analizzare (sempre attraverso disinteressati “consigli per gli acquisti”) le enormi opportunità di acquistare (con comodi pagamenti rateizzabili fino al giorno del giudizio universale) intere palestre da trasportare in casa propria per effettuare comodamente tutti quegli esercizi che non faremo mai perché troppo impegnati a lavorare (e logorarci) per pagare tutte quelle comodità necessarie a migliorare la qualità della vita (quella di chi ce le vende, naturalmente!).

Insomma, come possiamo raccapezzarci?

Ricordo le lunghe chiacchierate che facevo con mia madre, in una casa, la nostra, piccola ma dignitosa, prima che il notevole incremento economico reso possibile delle molteplici attività del mio vulcanico padre, ci facesse un po’ “confondere”. Fra tanti messaggi di saggezza mi è rimasta impressa una poesia di Nazim Hikmet dal titolo emblematico “Alla vita”. Credo che da allora sia nato in me il bisogno di “nobilitare” il mio operato, ad ogni costo. “La vita non è uno scherzo. Prendila sul serio come fa lo scoiattolo, ad esempio, senza aspettarsi nulla dal di fuori o nell’al di là. Non avrai altro da fare che vivere. La vita non è uno scherzo. Prendila sul serio ma sul serio a tal punto che, messo contro un muro con le mani legate, o dentro un laboratorio col camice bianco e dei grandi occhiali, tu possa decidere di morire affinché siano in grado di vivere uomini di cui non conoscerai la faccia ma sentirai il valore. E te ne andrai sapendo che nulla è più bello, più vero della vita. Prendila sul serio. Ma sul serio a tal punto che, da vecchio, pianterai degli ulivi non perché restino ai tuoi figli… ma perché non crederai alla morte pur temendola. E la vita peserà di più sulla bilancia”.


G. M. – Medico Psicoterapeuta, Counselor (21 aprile 2006)

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