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Come ci si sente nell’apprendere la notizia “annunciata” della scomparsa di un padre “scomodo”?


Una vita al buio (c)

Con la maestosità del “silenzio”, ci accingiamo ad ascoltare rimpianti e realtà “nude e crude”, da Fabrizio Poggi Longostrevi. Ci siamo resi disponibili a dar voce all’autore perché riteniamo giusto dargli l’opportunità di non sentirsi “in diaspora”: ci sarà sempre qualcuno de La Strad@ a vegliare affinché non abbia nulla da temere!

Come sempre, precisiamo che le valutazioni espresse, sono soggettive e, a tratti (volutamente), romanzate.

Quando arrivò il secondino ad informarci che il tempo a nostra disposizione era scaduto e a fischiare la fine della “ricreazione”, mio padre non aveva alcuna voglia di tornarsene mesto mesto in cella. Aveva, anzi, una sola, unica, preoccupazione: procurarsi urgentemente una sigaretta perché le aveva finite e aveva una gran voglia di fumare…

Cercai di convincere il secondino a dargliene una delle sue (le mie le avevo dovute lasciare nell’armadietto dello spogliatoio e tutti i secondini fumano…) dicendo le testuali parole: “anche ai condannati a morte si concede una sigaretta..”

Anche questo sarà sicuramente rimasto impresso nel nastro di quella”…canzone” tragicomica lunga un’ora che avevamo appena registrato, inconsapevolmente ed in maniera per noi fantasiosa; una canzone strepitosa, sensazionale perché le parole le avevamo scritte ma la musica che le aveva accompagnate e in parte anche prodotte, recava la firma del non inedito trio R./P./C. con T. agli arrangiamenti. si tratta naturalmente di una voluta parodia, senza eccessi e pretese d’alcun tipo, relativa all’intercettazione del colloquio con mio padre avvenuto durante il colloquio in carcere.

La mia “conferenza stampa” in diretta nazionale era finita.

Dopo un bonario “Suvvia, andiamo” della guardia carceraria, mio padre mi convinse a malincuore a seguirlo e poco dopo capii che quest’ultima frase apparentemente sciocca che dissi al secondino racchiudeva in sé un oscuro, inconscio presagio, una lugubre, inconsapevole, profetica constatazione perché proprio mentre si chiudeva dietro di loro la porta del parlatorio realizzavo che mio padre, a più di tre anni di distanza dalla morte fisica, era in realtà già morto…

Era troppo vistoso, evidente, lampante, insormontabile e ineluttabile il divario, il gap che sussisteva tra lui, il suo mondo, le sue certezze, la sua percezione della realtà e la situazione reale, oggettiva, che si era consolidata nei fatti: era veramente la fine… Solo un cretino avrebbe potuto rifiutarsi di capire infatti in quel momento che TUTTO, PROPRIO TUTTO era perduto per sempre.

Di solito in questo caso contano moltissimo gli avvocati ma visto che mio padre alla mia domanda sull’assistenza e la strategia del suo difensore “il divino” mi aveva risposto testualmente “Eh si mi ha detto che posso avvalermi della facoltà di non rispondere…” c’era ancora ben poco da sperare.

Io ero troppo giovane, solo e avevo le spalle troppo fragili e piccole per poter pensare di farmi carico di una situazione spaventosamente più grande di me, mia sorella era persa a rincorrere i suoi sogni di gloria artistica e canora ed era sovrastata dalla disperazione anche per il suo arbitrario (per usare un eufemismo…) coinvolgimento giudiziario nella vicenda…

Solo un folle avrebbe pensato di scommettere una lira su un uomo che in quelle condizioni doveva fronteggiare tutte le leggerezze, gli errori e le macchie del suo passato, la sua stessa malattia acuitasi a dismisura per le circostanze ed un castello di accuse da brividi, insormontabili senza avere nemmeno più la lucidità sufficiente a comprenderle, sostenute però da persone determinatissime, lucide e ben presenti a se stesse e che vogliono vincere anzi stravincere e in certi casi si vince solo quando si vede la testa del nemico che cade che rotola per terra…anche se è vero che è il lavoro che svolgono a farli comportare così, o almeno credo.

Avevo anche cercato di impostare un discorso degno di questo nome durante quell’oretta scarsa che avevamo appena trascorso insieme: consigliai infatti a mio padre di “mettere le mani avanti”, di ammettere le sue responsabilità, operando però sin dal principio una distinzione, possibilmente netta, tra la parte del patrimonio che nella sua quarantennale carriera professionale aveva costruito in maniera lecita e quella che invece era di provenienza illecita ed andava quanto prima restituita.

Non potrà avere sempre e solo dalla mattina alla sera rubato in 40 anni di lavoro febbrile quest’uomo, pensai infatti…

E allora perché gli stavano togliendo tutto, ma proprio tutto?

Ma come si fa a ragionare con chi non ha nemmeno capito la rilevanza penale dei suoi comportamenti, convintissimo di avere commesso solo degli “illeciti amministrativi” (così li chiamava lui) per i quali poteva al massimo essere prevista secondo lui una sanzione di tipo pecuniario, un’ammenda, una contravvenzione, una multa….?

Lui amava ripetere infatti che per cose di questo genere in Italia era finita in carcere giusto S.L. (perché faceva spettacolo e poi solo per pochi giorni…) e poi lui aveva il cognato che da un punto di vista giuridico-legale-formale in teoria essendo Amministratore unico delle varie società e presidente del C.d.A. della Casa di Cura avrebbe dovuto rispondere di tutto e A. Z.(detto “Lo Sparviero” per via dei baffetti ribattezzato poi nei giorni della detenzione dai compagni di cella, che si era ingraziato grazie alla sua abilità ai fornelli; “Sanità” sa fare un risotto allo zafferano che fa invidia a Vissani, dicevano) gli aveva garantito una copertura di circa 6 mesi di galera prima di cantarsela…

Quindi lui riteneva (forse anche a ragione) di essere in una “botte de fero” come dicono a Roma memore della parole di sua “Sanità”: “Si, Giuseppe, io fino a 6 mesi te li faccio senza problemi”…

Come dice Bruce Chatwin in “anatomia dell’irrequietezza” “a volte il reale è assai più fantasioso del fantastico”…

La gente dovrebbe sapere che stiamo parlando di una persona che quando il carcere fu sostituito ahimè (mio padre si pentì amaramente di aver ottenuto la scarcerazione perché stava meglio al centro clinico di Opera che a casa) dagli arresti domiciliari essendo (come credo tutti sappiano) assolutamente vietato fare telefonate non espressamente autorizzate dal giudice ed essendogli stata concessa la sola presenza in casa della suocera (che gli portava da mangiare, in casa non aveva più nemmeno la cucina visto che il primo piano della villetta era in ristrutturazione quando fu arrestato), mio padre non potendo sottrarsi all’impulso di alzare la cornetta e chiamare chiunque gli venisse in mente, per “aggirare il divieto” faceva procedere ogni conversazione dalla frase ” buongiorno, sono C.N”. (Cognome e Nome della suocera) perché era convinto che i magistrati che indagavano avrebbero avuto e letto solo la trascrizione letterale delle parole pronunciate nelle telefonate intraprese dalla sua utenza telefonica e che quindi bastasse dire di essere la suocera con tanto di cognome e nome per far attribuire a quest’ultima e non a lui le telefonate….

E non si sforzava nemmeno di fare la voce da donna…

Veramente un genio….Ma come si fa a voler processare un uomo in queste condizioni?

In certi casi è del tutto chiaro che quando una squadra vince 10-0 alla fine del primo tempo si dovrebbe sospendere la partita per manifesta inferiorità, sospendere l’incontro per KO tecnico…

Come possono gli inquirenti, anche di fronte alla sua morte, dire ai giornalisti che avrebbero preferito vederlo in aula a difendersi?

Poteva essere ancora in grado di difendersi da qualcosa un uomo in queste condizioni?

Io credo che un uomo in queste condizioni vada difeso solo (e soprattutto) da se stesso… E poi si può anche di fronte alla morte continuare a pensare alle aule di giustizia?

Vale forse più un processo della vita di un uomo?

Ma come disse Mark Twain “le differenze di opinioni sono ciò che rende possibili le corse di cavalli” ma se mio padre avesse solo lontanamente immaginato ciò che sarebbe stata la sua vita del poi l’avrebbe certamente fatta finita subito il giorno dell’arresto: la sua esistenza infatti (“vita” è una parola del tutto inappropriata in questo caso) dal 28/5/97 all’11/9/2000 (la sera che ingerì la dose letale di barbiturici) è stata solo atroce sofferenza oltre che un’umiliazione incommensurabile e continua, un insulto tremendo a se stesso, alla sua intelligenza e a tutta la sua vita precedente.

E poi, può un uomo difendersi se non ha più non dico il denaro per pagare gli avvocati, ma nemmeno il denaro per tirare a fine mese: gli fu sequestrato infatti anche quanto ricevuto qualche anno prima dell’ENPAM (L’ente previdenziale dei medici) come liquidazione anticipata della pensione…Doveva vivere con la minima sindacale:1.100 000 mila lire al mese.

Può un uomo abituato a girare con l’aereo privato ridursi a fare l’edicolante (edicola comprata coi soldi avuti in prestito dal fratello)? Uno che quando la sua Ferrari nuova di zecca lo aveva piantato in asso per strada per il timore che gliela zanzassero aveva pagato “il Basco” per fargli per una notte intera da antifurto umano mentre lui se ne era tornato a casa in taxi…

Mentre i miei amici pensavano in quei giorni a dove trascorrere le vacanze estive io cercavo senza successo di dedicarmi allo studio temendo che non sarei nemmeno più riuscito visto la situazione apocalittica a trovare la forza e la concentrazione per terminare gli studi: quando mio padre fu arrestato mi mancavano tre esami per laurearmi e l’anno prima nel ’96 avevo superato (da gennaio al 10 luglio) nove esami con ben due 30/30 e la media esatta del 28: beh per dare quegli ultimi tre esami ci ho messo quasi tre anni…

Vivevo solo insieme ad un meraviglioso esemplare di ara ararauna sudamericano (pappagallo di grossa taglia giallo e blu) che avevo chiamato Corinto ( come il toro dell’omonimo indimenticabile film di Carlo Mazzacurati con una strepitoso Diego Abatantuono)in un bilocale composto da due unità immobiliari (unite in qualche maniera… anzi diciamo “all’italiana” da un impresa edile che lavorava per mio padre nel ’95) ma ancora catastalmente distinte di cui una di 19 mq era di mia proprietà e l’altra di circa 25 mq era di proprietà di una società di mio padre (le società hanno ovviamente tra i requisiti quello della pluralità dei soci ma mi esprimo così solo perché rende meglio l’idea) sottoposta da poco ad amministrazione giudiziaria e quindi una cospicua parte di casa mia, la parte più grande di colpo tutto a un tratto non era più mia…Anche se io ci vivevo dentro. Era però mio tutto quello che si trovava all’interno di quell’immobile formalmente intestato al centro medico milanese: mobili (creati su misura), arredi, suppellettili e ovviamente il pappagallo….

Una situazione insomma di difficile qualificazione da un punto di vista giuridico, di quelle che avrebbero fatto la gioia degli avvocati, risoltasi poi recentemente con l’acquisto (riacquisto?) da parte mia all’amministratore giudiziario dell’immobile (accorpato al mio) “conteso”.

Gli animali sentono e vedono cose che sono precluse agli esseri umani, e Corinto che in quei giorni divenne stranamente inquieto era la mia chiave d’accesso, la mia password per il mondo dell’invisibile, dell’impalpabile, dell’ignoto.

Nella mia casa (quasi esclusivamente per la verità nella porzione della stessa di proprietà, di fatto, dell’amministratore giudiziario) avvenivano cose strane: cadevano i quadri, si accendeva da sola la luce, lo stereo o il televisore, una volta addirittura tutti e quattro i fornelli elettrici della cucina si accesero insieme contemporaneamente ai faretti sovrastanti di colpo senza spiegazione….

E poi Corinto, che proviene dal Suriname (come sta scritto sul CITES), non si saprà mai se è un animale di cattura o nato in cattività come mi era stato assicurato dal titolare dello Zoo di Varese (se no non lo avrei comprato), il commerciante che me lo aveva venduto un anno prima per 1,5 mln di lire, iniziò a mandarmi sinistri messaggi pronunciando parole appartenenti (forse) ad idiomi a me sconosciuti ma che sicuramente comunque non aveva potuto imparare a casa mia. La convivenza tra noi divenne sempre più difficile anche perché non potevo lasciarlo solo se no si spiumava istericamente e quando ero in casa dal trespolo spiccava sempre il volo verso la mia schiena e non riuscivo a tenerlo distante da me nemmeno mentre dormivo o tentavo di studiare. A chiuderlo in una gabbia non ce l’ho mai fatta, mi piangeva il cuore al solo pensiero anche se mi ha devastato tutti i mobili, la chitarra Ramirez da “estudio” regalatami da mia madre quando avevo 12 anni, i libri, il parquet, video e musicassette tutto quello che si poteva devastare insomma….

Ricordo che iniziai in quei giorni a studiare il primo in ordine di difficoltà (Statistica metodologica) dei tre esami che mi mancavano poi, dopo qualche giorno, accantonai l’idea in favore del secondo, che mi sembrava più facile. Quindi, siccome non cavavo un ragno dal buco mi affrettai a comprare i libri per dedicarmi al terzo e poco dopo mollai definitivamente e del tutto la presa perché capii che tanto la musica era sempre la stessa e che potevo continuare finché volevo ma non avrei combinato assolutamente un accidente: passavo le ore seduto alla scrivania, sfogliavo e risfogliavo le pagine, mi sforzavo di leggere con attenzione e memorizzare qualcosa, ma in testa non mi restava assolutamente niente…Encefalogramma piatto: ero diventato di colpo un mentecatto!

Io mi sono sempre rifiutato categoricamente di credere a ciò che non si può vedere, toccare con mano, sperimentare….Ma mi sono sempre sbagliato.

 

La notte che morì mio padre mi trovavo steso sul letto a scrivere (a mano stavolta!) il mio diario all’interno di un faré in paglia e bambù molto spartano privo di servizi igienici e illuminato dalla sola luce fioca di un’unica lampadina centrale appesa con un filo al soffitto che si trovava situato quasi in bilico a metà di un pendio immerso nella fitta vegetazione della campagna occupata dalle abitazioni per gli ospiti del festaiolissimo Club Med di Cefalù in Sicilia: credo che non esista posto peggiore al mondo per venire raggiunti dalla notizia della morte di un genitore…

Avevo passato le serate precedenti a conversare fino all’alba con una professoressa di Fisica di origine salernitana di nome Monica appena conosciuta (se per caso dovesse leggere queste righe la prego accoratamente di scrivermi) della PNL (programmazione Neurolinguistica) di Richard Bandler, del nulla e dell’infinito, di sfere celesti, di costellazioni, di buchi neri ( si parlava di un libro di Hawking) e di teorie sull’origine del cosmo.

Ma quell’ultima notte ero solo, solissimo e il vento che prese improvvisamente a soffiare con una forza inaudita, sovrannaturale faceva continuamente mancare la corrente e riusciva persino a far saltare il leggerissimo e malfermo chiavistello della porta del faré che si spalancava continuamente…

E così, in quella specie di camera da letto in quella notte siciliana di fine estate il buio era rotto solo da uno spiraglio di meravigliosa, inquietante, sinistra luce lunare che unita al sonoro fruscio del vento che si infilava tra le canne di bambù delle fragili pareti soffocando la voce del mare poco distante da me metteva davvero i brividi creando un’atmosfera a dir poco esoterica…

Non ci sono parole per descrivere quello che sentii quella notte, le parole sono “chiodi ai quali appendere le idee” ma a volte i chiodi non tengono e le parole appaiono contenitori vuoti di fronte a quello che si vorrebbe potessero esprimere…

Ci sono parole in grado di esprimere quello che si prova guardando l’urlo di munch o il bar notturno coi tavolini di Van Gogh?

Il pensiero è visione, è energia, è materia.

Quando finalmente riuscii a prendere a sonno ebbi un’attività onirica sconvolgente, indimenticabile forse rivelatrice…

Prendo congedo con una citazione del grande Luigi Pirandello:

“Una notte di giugno caddi come una lucciola sotto uno gran pino solitario, in una campagna d’olivi saraceni su un altipiano d’azzurre argille affacciato agli orli del mare africano”

Fabrizio Poggi Longostrevi – 5 APRILE 2003


P.S. Non So bene se continuando a pubblicare questo diario possa rischiare o di diventare un “desaparecido” o peggio che mi accada qualcosa di poco piacevole ma come disse Salvador Allende “Vale la pena morire per le cose senza le quali non vale la pena vivere”.

Fabrizio Poggi Longostrevi

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