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Il malato immaginato. I rischi di una medicina senza limiti, edito da Einaudi (nel 2010), è un interessante pamphlet del cardiologo Marco Bobbio (primario di Cardiologia all’ospedale Santa Croce di Cuneo, ricercatore negli Stati Uniti e già responsabile a Torino per i trapianti di cuore), scritto contro chi inventa nuove patologie e prescrive farmaci a chi non ne avrebbe bisogno. “Chi ha la salute, ha la speranza e chi ha la speranza, ha tutto” (Proverbio arabo). Si parte dalla timidezza, si passa per la gravidanza, si arriva alla menopausa e alle difficoltà nel rapporto di coppia. Per esempio, è davvero lungo l’elenco delle giornate di sensibilizzazione su determinate “condizioni”, a volte anche del tutto fisiologiche nella vita delle persone. Così come, al tempo stesso, colpisce il costante mutamento dei valori dei principali fattori di rischio, in particolare quelli cardiovascolari, con conseguente ampliamento del bacino dei potenziali pazienti. Cari lettori, siamo davvero in un’epoca che, tra le campagne informative e pubblicitarie e le rivalutazioni dei parametri, da parte delle società scientifiche internazionali, punta a renderci tutti un po’ malati, spingendo verso il “Disease Mongering” (la mercificazione della malattia), con evidenti ricadute sulla spesa PER LEGGERE TUTTO IL TESTO, CLICCARE SUL TITOLO



…farmaceutica? Secondo edott.it (della casa farmaceutica Glaxosmithkline), le cifre dicono che, in effetti, qualcosa del genere sta accadendo. Ogni Italiano acquista mediamente 28 confezioni di medicinali ogni anno: il nostro paese è al sesto posto per consumo di farmaci, prima del Brasile (che ha più del triplo degli abitanti) e del Regno Unito.

“Per far riflettere sul meccanismo del Disease Mongering basti pensare alla comparsa di giornate o addirittura settimane di sensibilizzazione su una determinata condizione: eventi ampiamente reclamizzati che possono essersi estinti nel momento in cui sono venuti meno gli interessi commerciali di qualche azienda. Nell’articolo si fanno diversi esempi, così come si parla dei mutamenti dei valori dei fattori di rischio e della creazione dello stato di pre: prediabete, preipertensione e altre condizioni oggi considerate parafisiologiche e un tempo del tutto normali” (edott.it)

Insomma, medicine a ogni sintomo per i prigionieri della salute, tanti test, spesso inutili e costosi, con il rischio, poi, di negare, per mancanza di fondi, un esame a chi davvero ne avrebbe bisogno.

Forse è arrivato il momento di riflettere su una Medicina che, se da una parte (per ristrettezze imposte da una Politica dissennata e truffaldina) nega l’assistenza più elementare, dall’altra sempre più invadente, non in grado di riconoscere i propri limiti.

Ed effettivamente, cari lettori, proviamo a porci le seguenti domande: quanto siamo sani? quanto siamo malati? Di che cosa abbiamo veramente bisogno per sentirci bene?

Ci deve essere qualcosa che non funziona se una persona, quando non ha alcun problema, va a farsi visitare da un medico. È veramente questo, il progresso della medicina che desideriamo? Siamo così ben curati che ci sentiamo tutti ammalati?

Siccome “Nel paese della bugia, la verità è una malattia” (Gianni Rodari), è comprensibile e spiegabile tutto quello che è potuto accadere qualche inverno fa, a proposito delle speculazioni circa l’influenza H1N1 di cui (noi de La Strad@) ci siamo occupati, in maniera oggettiva e disillusa quando era ancora attivo l’allarme globale, in un apposito editoriale.

Ci sono due cose che esigono una buona salute per essere fatte: l’amore e la rivoluzione (Gesualdo Bufalino).

Il controllo e il condizionamento delle case farmaceutiche agisce a livello planetario ma, per l’Italia, la situazione è paradossale: da una parte, detiene uno dei record europei per consumo di farmaci pro-capite, dall’altra, i tagli alla sanità hanno messo in crisi quello che era un welfare consolidato.

Cari lettori, forse col termine “sostenibile” non dovremmo considerare soltanto l’aspetto economico ma, semmai, qualcosa di calibrato verso ogni sofferente in base, non solo alla sua patologia ma, anche, alla sua storia personale, al suo stato emotivo.

Anche se, come sosteneva Voltaire “l’arte della medicina consiste nel divertire il paziente mentre la natura cura la malattia”, non possiamo fare a meno di sostenere la migliore strategia terapeutica, in un’ottica che riscopra l’alleanza tra medico e paziente, riportando al centro l’umanità di ammalati troppo spesso ridotti a casi clinici.

Sarà possibile?

Ce lo auguriamo… anche se non possiamo dimenticare quanto andava dicendo un certo signor Marcel Proust in base al quale “La malattia è il dottore a cui si dà più ascolto. Alla gentilezza ed alla saggezza noi facciamo soltanto delle promesse al dolore, noi obbediamo”.


 


Giorgio Marchese (Medico Psicoterapeuta, Counselor) – Direttore “La Strad@”