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Un pomeriggio della vita ad aspettare che qualcosa voli, ad indovinare il viso di qualcuno che ti passa accanto. Tornare indietro un anno, un giorno, per vedere se per caso c’era e sentire, in fondo al cuore, un suono di cemento mentre ho già cambiato uomo un’altra volta. Come si cambia, per non morire, come si cambia… per amore, come si cambia… per non soffrire, come per ricominciare. Con gli occhi verdi e brillantina sento il duemila, certo che verrà… agile la pioggia sopra le mie spalle nude. E dentro un taxi, nella notte, avere freddo e non sapere dove, sopra un letto di bottiglie rotte strapazzarsi il cuore e giocare a innamorarsi come prima. Come si cambia, per non morire… Quante luci dentro ho già spento, quante volte gli occhi hanno pianto, quante mie incertezze ho già perso, oh no… Come si cambia per non morire, come si cambia… Sentire il soffio della vita su questo letto che fra poco vola, toccarti il cuore con le dita e non aver paura di capire che domani è un altro giorno. Come si cambia per non morire, come si cambia per amore, come si cambia per non soffrire, come si cambia per ricominciare…(Fiorella Mannoia)

Quanto conta fermarsi, ogni tanto? Anche durante un viaggio, capita di avvertire il momento di sgranchire le gambe, anche se per poco.

Esiste un cammino complesso che ci vede affaccendati a combattere contro l’inerzia delle nostre abitudini: i più, lo chiamano vita.

Che strano…

Il meglio di noi, lo diamo nel momento dell’estasi creativa, eppure ognuno tende a replicare azioni e situazioni, ripetendole fino ad eseguirle ad occhi chiusi. Queste, sono le abitudini. Sottoprodotti che si muovono in oscure stanze del nostro mondo inconsapevole, anatomicamente al confine coi centri dell’attenzione ma molto lontane dai luoghi del cervello dove, sulla porta, trovi il cartello con su scritto: “innovazione e sviluppo”.

La saggezza degli Arabi ci suggerisce che, ogni parola, prima di essere pronunciata, sarebbe opportuno che passasse da tre porte. Sull’arco della prima porta dovrebbe esserci scritto: ” È vera?” – Sulla seconda, campeggiare la domanda: “È necessaria?” – Sulla terza, essere scolpita l’ultima richiesta: “È gentile?”

Però, gli stati d’animo con cui siamo costretti a confrontarci, risentono in maniera preponderante di tutti gli errori che, chi ci circonda, spesso, determina nell’utilizzo delle proprie facoltà mentali; di conseguenza, risulta difficile misurare e commisurare quanto si ha da dire (e da fare) per cui, per evitare frasi (o gesti) inconsulti, meglio tuffarsi nei propri pensieri. E cercare di camminare fino al confine dell’immaginazione, fino a trovare se stessi. Nell’essenza più profonda.

Qual è il rapporto tra consapevole ed inconsapevole? E da dove nasce quel contrasto interiore che, spesso, ci altera il tono dell’umore?

Il mondo del consapevole, che giunge a “scomodare” molte zone dalla corteccia cerebrale, consente di visualizzare, di volta in volta, piccole porzioni di tutto quel grande lavoro che si crea nella maggior parte del “sistema encefalo” e che si chiama mondo dell’inconsapevole.

Ognuno di noi può dialogare, consapevolmente, con se stesso immaginando delle situazioni, visualizzando mentalmente dei dialoghi, o facendoli anche ad alta voce, ma sempre sfruttando la possibilità dell’immaginazione. Possiamo considerare, questa funzione dell’intelligenza, come uno strumento simile ad un videotape assoggettato, quindi, ai limiti dinamici del meccanismo percettivo, infinitamente più lento delle oscillazioni elettronucleari che, invece governano i meccanismi del mondo inconsapevole.

Quindi, l’inconsapevole gestisce e controlla tutto l’andamento psicofisico, il consapevole consente di visualizzare aspetti di questo lavoro mediante un dialogo continuo che non sempre siamo in grado di evidenziare, ma che determina i cambiamenti dei nostri stati d’animo.

Il contrasto, si crea nel momento in cui agiamo, sulla base degli eventi e di quanto ci hanno insegnato, in maniera difforme dalle Leggi di Natura, in base alle quali, l’inconsapevole è “mappato”.

Che cosa pazzesca!

Noi siamo stati costruiti, progettati, da Madre Natura (dal Padreterno o da chi per lui), per funzionare secondo certi principi, rispettando determinate leggi che, però, non conoscendo, dobbiamo acquisire dall’ambiente circostante. Una Società ancora immatura e scombussolata come la nostra, ci fa introiettare dati “devianti”, per cui costringiamo il nostro mondo inconsapevole a funzionare in maniera anomala. L’intera struttura si ribella a questo funzionamento anomalo e, se non impariamo a capire bene, quello che ci “gira” dentro, inconsapevolmente produrremo dei sintomi (disturbi di vario genere che possono coinvolgere sia l’aspetto psichico che quello organico) per costringerci a dedicarci del tempo, alla ricerca di ciò che non va.

In questo preciso momento, (domenica 14 aprile 2013, ore 16,25) sto osservando uno spaccato della Società in cui mi trovo: una struttura sanitaria che ospita persone in difficoltà, per lo più neurologiche, che si ritrovano a fare i conti con quello che resta, fra l’orizzonte e la notte più buia.

Individui che giacciono in letti di dolore, un’anziana signora che, in continuazione richiama l’attenzione con disperate (e snervanti) richieste d’aiuto. I parenti che, combattuti fra i sensi di colpa e il fastidio (peraltro legittimo) dell’essere stati costretti a modificare radicalmente la programmazione esistenziale, imperversano a turbare precari equilibri che si creano nelle menti dei pazienti (resi tali da fatti imprevisti ma, considerata la condotta irresponsabile di se stessi, ampiamente presumibili)

Ora, io mi domando…

Ne sarà valsa la pena? Se, chi attende la propria sentenza, da infermo, potesse scegliere, rifarebbe tutto allo stesso modo?

E, io stesso, sempre in questo momento (alle 16,37 del 14 aprile 2013) mi sto chiedendo quanto sia saggio, necessario e gentile, restare in questo (alquanto costoso) girone dantesco, a trasfondere una parte di me a chi “mi ha consentito di venire al mondo”, intossicandomi e aggravando i disequilibri psicometabolici che, l’età e una vita tirata al limite, mi pongono come dazio di scelte irresponsabili ma necessarie.

A me piace molto camminare da solo, in mezzo alla Natura, fra piante rigogliose e ruscelli non contaminati. Provo un piacere immenso, nel poggiare un piede dopo l’altro “sentendo” la meraviglia dell’erba che si abbassa, per diventare sentiero. Sono questi, i momenti in cui avverto che, tutta l’esistenza è qualcosa di prodigioso e misterioso, in cui non ci sono soltanto protoni e neutroni ma molto, molto di più.

E solo quando mi trovo in armonia con me stesso, comprendo che, probabilmente, quello che anima le liti o le incomprensioni che, spesso, alimentano i rapporti interpersonali, altro non sono che il riconoscimento dell’abisso che, in realtà, spezza in due l’animo della gente.

Ma l’inconsapevole, seguendo più strettamente le Leggi di Natura, di fronte a situazioni paradossali, non si dovrebbe ribellare, rendendo impossibile l’adattamento?Ad una data età nessuno di noi è quello a cui Madre Natura lo destinava; ci si ritrova con un carattere curvo come la pianta che avrebbe voluto seguire la direzione che segnalava la radice, ma che deviò per farsi strada attraverso pietre che le chiudevano il passaggio.”(Italo Svevo)


Le cose possono non essere, come sembrano…

Due angeli in missione si fermarono, per riposare, in una casa di persone benestanti.

La ricca famiglia fu davvero molto sgarbata e negò loro la possibilità di dormire nella stanza degli ospiti, relegandoli in un piccolo angolo della cantina. L’angelo più anziano, vide un buco nella parete e lo riparò, richiudendolo.
L’angelo più giovane si arrabbiò, chiedendogli come mai avesse riparato quel buco, dal momento che la famiglia era stata tanto poco generosa? Come risposta, ottenne: “Porta pazienza, le cose, spesso, non sono come sembrano”. La notte successiva dormirono da una modesta famiglia di contadini. Tutti furono molto generosi: divisero con i due angeli il poco cibo che avevano e li ospitarono nella propria camera da letto. All’alba, comunque, quella brava gente era in lacrime perché la loro unica mucca era morta.

L’angelo giovane allora si adirò con quello più anziano, chiedendogli il perché di una così palese ingiustizia.

“Mio giovane e inesperto collega, come ti ho già detto, le cose, spesso, non sono come sembrano! Adesso ti spiego. Nella casa dei ricchi, ho intravisto, dal buco di un muro, dell’oro nascosto. Vista la loro maleducazione, ho provveduto richiudere il tutto, in maniera da non farglielo scoprire mai. In casa di quei bravi contadini, invece, la notte arrivò l’angelo della morte per prendere la moglie del padrone di casa. Riuscii a convincerlo a prendere la mucca, al posto della tanto gentile signora!”

Il valore del silenzio

Un uomo si reca da un monaco e gli chiede: “Che cosa impari, dalla tua vita di silenzio?”.

Il saggio, che sta attingendo acqua da un pozzo, gli risponde con una domanda: “Guarda giù nel pozzo! Che cosa vedi?”.

“Nulla”.

Restando imperturbabile per un po’ di tempo, il monaco ripropone la domanda: “Guarda ora! Che cosa vedi nel pozzo?”.

“Ora osservo me stesso: mi specchio nell’acqua”.

Il monaco, allora, conclude, “Vedi, quando io immergo il secchio, l’acqua è agitata. Ora, invece, l’acqua è tranquilla. E’ questa, l’esperienza del silenzio. l’uomo vede, finalmente, se stesso!”.

La vita mi ha insegnato come l’Amore sia in grado di sfidare il tempo, perchè può addormentarsi in un angolo di cuore e ritornare, senza essere mai partito. Può morire al tramonto ma, puntuale, rifiorisce al mattino, senza troppe Leggi da rispettare. È il tempo, che muore. L’Amore resta, fintanto che noi esistiamo.

Ecco, fermarsi ogni tanto, serve a ristorare la sete e la fame del nostro mondo “di dentro”. Dandogli ascolto ed imparando ad amarlo, potremo, finalmente, lasciarci cullare da quell’incredibile silenzio che (alla stregua del bianco, che contiene tutti i colori dell’arcobaleno), racchiude tutti i suoni dell’Universo.

G. M.

Si ringrazia Emanuela Governi, per gli aforismi segnalati

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