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…bussa alla porta, entra, ha bisogno di aiuto e ti chiede di ascoltarlo: e mentre si racconta, non riesci più a capire se parla di lui o…di te…


Ero tranquillo, contento di essere in pace, mi stavo godendo la torrida giornata di giugno, quando un mio carissimo e vicinissimo amico bussa alla porta, mi abbraccia e, tra le lacrime, ( non le vedevo ma le sentivo) mi chiede di ascoltarlo…

‘Caro Francesco, avevi ragione, oh se ne avevi!…l’ambiente mentale condiziona tutto, portandoti dovunque, e se non te ne accorgi puoi sbandare…di brutto.

E così oggi ho preso atto della famosa massima di Totò, che tu spesso citi: “…cavaliere!…è la somma che fa il totale!”

Volevo dirti che il dialogo con la persona che più ha determinato la svolta nella mia vita sino ad un certo punto è, ormai, prosciugato. E non c’entra nulla il lasciar perdere o l’abbattersi: è l’accettazione della realtà.


Non si combatte la realtà a meno di non essere in grave squilibrio psichico. Lei non c’è l’ha con te. Anzi. è ciò che accade quando tu ,anche tu, lo hai voluto.

È la presa d’atto di fatti; ed i fatti accadono, nonostante te, ed a volte proprio perché tu li hai in qualche modo previsti e determinati.

Non mi sento male, ma amareggiato: non essere riuscito al momento a dare il meglio senza far pesare il mio passato energetico…

Passerà…e sarà meglio che passi in fretta. Non voglio permettermi tale stato d’animo.

La vita è qualcosa di magico e mi sono accorto che non si può sprecarla in malinconia e tristezza. Il problema è…la motivazione a risolverlo.

Nel corso degli anni, come tu sai, ho assaporato molte volte l’amaro delle pendenze: con gli affetti, negli studi, nelle mie azioni. “…Il tempo non ti perdona…non ti perdona niente…” come canta Pino Daniele nel suo brano dal titolo Pigro.

Non ho avuto contraccolpi tali da mettere a repentaglio la mia esistenza, ma parlo di me: non so se ad altri avrebbe prodotto eccessive difficoltà…da non poterle superare.

La mia aggressività è il mezzo che uso per restare a galla attuando l’ordine mentale di restare vivo…mi si potrebbe – io non lo faccio ancora abbastanza – chiedere perchè mi vada a ficcare in tali situazioni.

Molteplici le risposte. Ma una sola quella più calzante alla realtà:

Per non pensare a ciò che effettivamente devo modificare della mia personalità…darmi, insomma, un “alibi” per rinviare la mia crescita psicologica, verso la maturità.

Bisogna che io ne prenda atto.

Tutto ciò che svolgo nella mia vita spinge all’incremento dell’energia aggressiva, dal mio lavoro alle mie relazioni interpersonali, è tutto ambiente assorbente di energia conflittuale.


Ed io mi chiudo nella mia tana. Nella zona protetta, quella che non deve essere intaccata. Ho perso la voglia di giocare come un bambino quando ero bambino ( accidenti se ora mi manca…!) ed ho innestato al posto della gioia prolungata…il senso di colpa. Ne sto uscendo, ma mi sento ancora oggi di dover dimostrare qualcosa un pò a tutti per farmi accettare.

Quando ero bambino e, poi, adolescente, soffrivo per le mie fattezze ( ero grassoccio) perché i coetanei ed i più grandi mi schernivano…ed allora mi sono dovuto inventare un pò…cabarettista per far loro distogliere l’attenzione dai miei problemi, per loro fisici, per me, psicofisici.

Poi, cresciuto e scoperto che era facile bluffare, ho continuato; ma sono stati tanti i botti ed i tonfi nella mia autostima…sentire la incapacità di laurearmi, il tutto, condito dai sani(sic…) rimproveri dei miei familiari…, mi ha prodotto un eccesso di peso psichico tale che cercavo di autoaffermarmi sugli altri con la lotta ed i combattimenti (praticavo con regolarità agonistica un arte marziale da combattimento, diciamo così, molto tosta, vincendo anche qualche gara regionale…) però, sempre con uno sfondo orientale ( in me c’era l’idea della riflessione lontano dagli affanni del quotidiano…) rifuggendo l’edonismo occidentale.

Quando ho preso atto che non sarei diventato un campione ( nel senso che non si guadagnava per vivere bene praticando quell’arte marziale) ho deciso di trasferirmi ad altra sede universitaria dove in tre anni solari ho sostenuto e superato – alcuni brillantemente, anche – 17 esami e la tesi, laureandomi, però, con 16 giorni di ritardo ( mercè qualche altro mio bluff scoperto…) ai fini del tempo utile per sostenere l’esame da avvocato, e così perdendo un anno intero ( poi recuperato nel senso dell’esperienza utile). Credevo di essere sempre un mediocre e mascheravo la mia condizione di mediocre con un armatura ben strutturata, impenetrabile.

Fra alti e bassi, e con la mia voglia di emergere a tutti i costi, impattai con uno studio civilistico molto inefficiente, proprio come il titolare…me ne allontanai dopo qualche mese e mi diressi verso uno studio penalistico – assai strutturato ed accorsato: si diceva, e per certi versi lo credo anche oggi, che fosse il migliore della regione – lì inizio il mio libero sfogo e la mia simbiosi osmotica con l’aggressività di stampo conflittuale tendente al negativo: onnipotenza, disprezzo, arroganza, superbia erano soltanto alcune delle espressioni che più utilizzavo nel mio rapportarmi con gli altri. Fino ad un certo giorno, quando, mi raggiunsero, tra milioni di occhi, due occhi incredibilmente straordinari, volitivi, sicuri, fattivi, delicati e dolci, mascherati anch’essi da aggressività: ci si unì, poi si inizio insieme l’evoluzione della mia personalità mentre la sua era già in evoluzione ( “non possiamo stare insieme altrimenti” mi disse un giorno di marzo). Anni tremendi per lei e per me: si costringeva ad aiutarmi e mi costringeva a migliorarmi, ed anche lei si migliorava, ma, per lunghi anni, tutto il “problematico” accumulato ha coperto quello di buono che avevamo in comune.

Ora siamo lontani.

Ma se mi trovo dove sono lo devo anche a lei che mi ha spinto, sempre. E, per questo motivo, non riuscirò mai a pensare a me senza di lei, ma, allo stato, è così.

Mi ha sempre indotto al miglioramento, mentre lei si beccava il fastidio della sua oppressione positiva nei miei riguardi: non mi ha mai detto che cosa di buono io ho fatto, stando con lei, per lei, ma ci deve essere stato: non saremmo rimasti insieme per così tanto tempo:…o si è trattato solo di un’abitudine affettiva? È il momento di scoprirlo.

Siamo lontani e lei ora ride con altre persone ( cosa che mi fa enorme piacere) e con me soffre, è sempre in sofferenza ( la qual cosa mi disturba assai, non il fatto che rida con altre persone ) ho la sensazione ( ma è un impatto energetico chiaro ) che è sempre lì lì per decidere se accettarmi o meno, e se facendolo si accontentasse o meno, e col pensiero che io, sentendomi accettato, decidessi di non progredire più, se se ne andrà ed io sarò un problema o meno…ecco ciò che sento quando ci incontriamo, ed i nostri occhi si guardano.

È assai dispiacevole pensare di essere un pensiero conflittuale per la persona cui più vuoi bene. Ma tant’è.

Modificare verso l’alto verso il meglio è necessario per me quanto per la nostra unione, ma c’è qualcosa che non so spiegare, che mi consiglia di stare lontano da lei in questo momento, per rispettarla e per ritrovare la motivazione, quella giusta, per evitare la sofferenza da parte dell’una e dell’altro, Con il rischio concreto, che lei non sia più libera…lo so.

Ma devo tentare…’

Per onor di cronaca ( così da evitare di indurre nel lettore l’idea che il mio amico sia davvero un poco di buono ) sino ad oggi dal momento in cui la sua relazione con la sua compagna è iniziata, è così cambiato che, a stento, lo riconosco io stesso, sta facendo davvero un buon lavoro su di sé, come direbbe il mio amico medico-psicoterapeuta prof. Marchese; ogni cosa che poteva essere d’ostacolo tra lui e la sua compagna so che è stata in qualche modo risolta ( anche con sofferenza da parte di entrambi, ma è stata risolta ), è una persona abbastanza gradevole, ma il fatto è che lei è una donna molto avanzata e lui non è al suo livello…al momento.

Tra abbracci e silenzi se ne va e voltandosi sull’uscio della porta dice ” Lei cerca altro; spero, egoisticamente (perchè, al suo posto cosa sperereste?) che non lo trovi a breve…” mi ringrazia per averlo aiutato – non ho fatto altro che ascoltarlo – ed io lo guardo mentre scende le scale e sparisce…io resto solo, a pensare, il caldo è attenuato, ma ho una netta e strana sensazione: che lui non sia mai venuto da me e che io me lo sia immaginato…ma che dico!

“Sono in cammino, il mio viaggio prosegue, forse la raggiungerò prima di quanto io stesso mi aspetti. Ma ora…ora le nostre strade si sono divise ( da qualche tempo più o meno…) e non so cosa fare, come comportarmi…sono ad un momento cruciale, lei dice che è una scelta comoda per non crescere, io dico che non è solo questo, c’è la voglia di riassaporare quelle pendenze di cui ho detto sopra: è sbagliato, perchè si può e deve migliorare senza passare dalla sofferenza…ma chi può dire di averlo fatto davvero? Ci risentiremo presto…”

Chi ha parlato?!?

fc – 27 giugno 2004

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