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Incantevole follia della parola! Con essa, l’uomo, danza sulle cose.”




Il linguaggio come strumento di comunicazione ed interpretazione.

Le parole sono fili che intessono trame, trame di vita che raccontano il soggetto che agisce e il prodotto delle sue azioni, che penetrano l’essere e l’esistenza.

Sapendo “parlare”, leggere, decodificare ed interpretare le parole si può risalire alla loro origine, alle loro motivazioni, ai messaggi chiari o nascosti, alle richieste o alle offerte di aiuto in esse contenute.

Il senso profondo della parola è quello di comunicare a tutti i livelli : dalla semplice informazione alla partecipazione del proprio pensiero e del proprio sentimento di dolore e di felicità.

Per quanto riguarda il campo della ricerca e del linguaggio, la filosofia di Nietzsche è da riconoscersi al di fuori di ogni tradizione ed impostazione teoretica. Cresciuto nello studio della corretta etimologia della parola, profondo conoscitore del pensiero antico, Nietzsche è un attento osservatore dell’evolversi del pensiero occidentale. Il linguaggio parlato della filosofia del suo tempo appare a Nietzsche una vana retorica, ormai priva dei propri contenuti e parole sempre più lontane dalla matrice della loro origine e quindi vuota di concetti, chiusa in una pura scansione astratta.

Nietzsche, con il suo desiderio forte e impellente di comunicare, cerca di usare il linguaggio come strumento di comunicazione e di resa di significato tra l’io e la realtà. La realtà del suo tempo era una realtà di crisi profonda, di cambiamenti, in cui Nietzsche è costretto a ridefinire il proprio ruolo e la propria funzione, con la coscienza che il ruolo, il rappresentare qualche cosa implica cristallizzarsi, pietrificarsi. Ad un certo punto della sua vita, rifiuta il ruolo di professore, in quanto il suo ruolo sarebbe stato quello di rappresentare un assenso a valori oggettivi e, come aveva già fatto Schopenhauer, sceglie di essere pensatore privato.

Il rifiuto dei ruoli come affermazione di autonomia e critica del linguaggio del tempo.

La solitudine di vita e di pensiero, la ricerca esasperata fanno di Nietzsche un uomo che ha scelto di non avere ruoli e che va alla ricerca di emanciparsi attraverso la distruzione di tutte le certezze e di tutte le ottimistiche illusioni del suo tempo.

È dell’estate del 1873 lo scritto (postumo) Su verità e menzogna in senso extramorale, in cui Nietzsche sviluppa delle concezioni, criticando il concetto scientifico e positivistico di realtà, anticipando alcuni temi proprii della critica del novecento.

” Nietzsche afferma che il linguaggio è una convenzione la cui essenza non è quella di rappresentare la natura delle cose. Esso è un sistema di metafore, liberamente prodotto come altri sistemi di metafore, e pertanto non va inteso come l’unico modo corretto e valido di descrivere il mondo. “Nietzsche si muove qui sul terreno indicato dagli antichi sofisti : da Protagora – secondo il quale l’uomo è misura di tutte le cose – e da Gorgia – per cui il reale stesso non è altro che il proliferare di immagini che il linguaggio produce a scopo persuasivo. Ciò che chiamiamo “verità”, di conseguenza, è solo un “gioco di dati” concettuale che si determina nelle infinite interpretazioni del mondo prodotte dall’intelletto umano. Essa è solo il provvisorio configurarsi di determinate opinioni e concezioni, risultato del prevalere a livello individuale e collettivo di determinati criteri, interessi, rapporti di forza. Come già nella Nascita della tragedia, all’uomo “teoretico”, il quale crede che i concetti siano l’essenza stessa delle cose, Nietzsche contrappone anche qui l’artista creatore e forgiatore di immagini che non è guidato “dai concetti” ma dalle intuizioni.”

Nietzsche: “viandante” alla ricerca di una nuova lingua.

Nietzsche per giungere allo “smascheramento” delle menzogne, alla trasvalutazione dei valori come libertà della qualità attiva della vita e come invenzione di nuove forme di esistenza e di nuovi valori, ha bisogno di trovare un nuovo mezzo di espressione, una nuova lingua, dato che le lingue esistenti (linguaggio filosofico, scientifico) hanno dei padroni nelle culture costituite e nei valori riconosciuti. Per arrivare a questo [..] ” sperimenta una grande varietà di generi letterari. Il trattato, il saggio, la considerazione, la lezione, la sentenza, il motto di spirito, l’inventiva sono solo alcune delle forme di scrittura che egli affianca alle raccolte di aforismi propriamente detti. La varietà dei generi riflette un pensiero che si fa gioco della pedante argomentazione logica propria di un sapere dogmatico e pietrificato. Il Nietzsche scrittore è un “viandante” che tenta e sperimenta vie diverse da quelle della scrittura filosofica tradizionale, mosso da una intenzione linguistica che si indirizza verso nuovi mondi, verso orizzonti aperti, la scrittura nietzscheana si caratterizza per l’ambiguità delle formulazioni, l’inquietudine degli interrogativi. Risultano per questo privilegiati tutti quei moduli espressivi – il dubbio, l’interrogazione, l’irrisione, la stroncatura – che sembrano più adatti a rompere gli schemi rigidi della razionalità positivistica.”

Nietzsche, attraverso questa sua appassionata e dirompente ricerca, vuole far nascere un uomo forte, ricco di sentimento, un uomo che non sia personaggio, ma un “uomo oltre uomo” che viva la sua vita, l’attraversi, la superi, che non rifletta e si ripieghi su se stesso, ma che viva se stesso penetrando nelle “cose” e cogliendone l’essenza più nascosta.

Alla fine di questo nostro breve viaggio all’interno “dell’oceano” Nietzsche, appare chiaro il valore ermeneutico dei suoi scritti.

Lo scritto come dialogo empatico con il suo autore.

Attraverso la lettura dei suoi scritti si arriva a lui. Infatti, il testo scritto rappresenta una oggettivazione dello spirito vivente e incontrare un testo significa instaurare un dialogo (empatico) con il suo autore, superando ogni dimensione storica e culturale che può dividere.

” Un segno scritto emerge in assenza del destinatario. Come qualificare quest’assenza? Si potrà dire che nel momento in cui scrivo il destinatario può essere assente dal mio campo di percezione presente [..] è necessario, se vogliamo, che la mia “comunicazione scritta” resti leggibile malgrado la sparizione assoluta di ogni destinatario, affinché abbia la sua funzione di scrittura, cioè la sua leggibilità. [..] Scrivere è produrre una marca che costituirà una sorta di macchina a sua volta produttrice, cui la mia scomparsa futura non impedirà in linea di principio di funzionare. [..] Affinché uno scritto sia tale è necessario che continui ad “agire” e ad essere leggibile.”

Con Nietzsche il linguaggio stesso della filosofia è stato messo in crisi : non più un linguaggio che si nutre di elaborazione concettuale di unità del discorso, ma che riflette, attraverso le modalità del dire, un ordine ideale del mondo che la dialettica filosofica deve solo riprodurre. Gli aforismi nietzscheani vogliono coinvolgere, vogliono essere una forma di educazione della vita e vogliono, con la loro energia discorsiva, renderci capaci di accettare in modo attivo e coraggioso la vita che diventa gioco.


” La vita è un fanciullo che gioca, che sposta i pezzi sulla scacchiera.” Eraclito (frammento 52)

Gli scribi pieni di saggezza, del tempo che venne dopo gli dei,

e quelli che predissero il futuro,

il loro nome dura eternamente :

eppure se ne sono andati, hanno compiuto il loro tempo e tutti i

loro contemporanei sono obliati.

Essi non hanno costruito piramidi di bronzo con stele di ferro,

non hanno progettato di lasciar come eredi

figli che pronunciassero il loro nome :

essi si sono fatti come eredi

i libri e gli insegnamenti che hanno fatto.

Si sono fatti come sacerdote ritualista

il rotolo di papiro,

della tavolozza di scriba

han fatto il loro figlio diletto.

Gli insegnamenti sono le loro piramidi,

il pennello scrittorio è il loro figlio,

la lastra di pietra la loro sposa.

Furon costruiti portici e case : sono crollati.

I loro sacerdoti funerari se ne sono andati,

le loro stele son coperte di terra,

le loro tombe obliate.

Ma è pronunciato il loro nome a causa dei libri che hanno fatto,

perché erano buoni,

e il ricordo di colui che li ha fatti rimane eternamente.

Il corpo di un uomo scompare,

tutti i suoi contemporanei hanno lasciato il mondo,

ma lo scritto farà sì che egli sia ricordato .

Un libro è meglio di una casa costruita,

meglio di una tomba ben edificata.

È più bello di un castello saldamente murato,

più bello che una stele di un tempio.


  1. F. Nietzsche, in Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano, 1992. Vers. di M. Montinari.

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