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Un pugno. Un colpo inferto con la mano chiusa e le dita ripiegate per infliggere colpi dalla massima efficacia. Espressione di offesa ma, anche di difesa, tutte le volte che si serrano le dita quando fa freddo, o si ha una forte paura… Nel pubblicare il mio ultimo ultimo editoriale che dissertava sul giorno della “memoria”) ho vissuto non pochi momenti conflittuali, fortemente convinto, infatti, della scarsa utilità di celebrare qualcosa che, in un modo o nell’altro si ripete, in qualche angolo del mondo, senza sosta. Tanto, non cambia niente! Un pugno. Personalmente ne ho tirati pochi, in termini assoluti. Ma tanti, in una ristretta unità di tempo. C’è il trucco, però: per quattro anni, ho fatto il pugile. E questo incide non poco. Perché, noi esseri umani, litighiamo? Qual è il motivo per cui non riusciamo a collaborare e condividere? Da dove viene, quello strano dolore che ci porta a seguire il motto del “tanto peggio, tanto meglio”? Forse ha proprio ragione Eraclito quando sostiene che, siccome tutto scorre e gli opposti si attraggono, è proprio dal movimento e dagli scontri che ne conseguono, che nasce la vita. D’altronde, la fisica moderna studia il fenomeno in base al quale è dimostrato che, a furia di collidere, da particelle note, con la loro annichilazione, ne nascono altre, anche di quelle nuove, proprio mai viste! In questi giorni ho potuto incontrare da vicino, grazie al Presidente nazionale dell’Opera Nomadi (il dott. Massimo Converso, nei confronti del quale non posso non nutrire profonda considerazione per l’energia profusa nelle sue campagne di sensibilizzazione) due signori apparentemente antitetici: Antonio Carlomagno e Moshe Lazar. Sindaco di un piccolo paese dell’entroterra calabro (Cerchiara di Calabria), l’uno e Colto Rabbino, scampato alle persecuzioni naziste, l’altro.

Cosa li accomuna?

Precisamente, non lo so. So solo che il 29 gennaio, di domenica (per me, un giorno sacro da non dedicare al lavoro), mi sono ritrovato sui monti del Pollino ad assistere all’inaugurazione di un parco pubblico (dedicato alla piccola Anna Frank). Vabbè, me lo ha chiesto una persona a cui non potevo dire di no… e quindi mi sono recato colà, convinto di vivere una delle tante “sagre” opportunistiche!

Però, di fronte alla targa da scoprire, non c’è la solita schiera di politici nostrani, in mostra per una foto ricordo da mostrare nel momento dell’incetta elettorale…

No, tantissimi bambini, adolescenti professori e genitori. E poi, Massimo Converso con Fabrizio Roccas e Silvia Milani (due ebrei romani, scampati per un soffio ai rastrellamenti nazisti). E poi, il Sindaco (Antonio Carlomagno, appunto) e un anziano signore settantaseienne (il rav Lazar) che viene da molto lontano e che, nonostante le poche ore di sonno, si mostra inappuntabile.

Tutti, nessuno escluso, impeccabili nella composta serietà e partecipazione emotiva. E poi, addirittura, l’apertura al pubblico di una sala consiliare (intitolata al poeta Armeno Daniel Varujan, vittima del genocidio di Costantinopoli, del 1915), alla presenza del Console Generale della Repubblica di Armenia in Italia, il dott. Boris SAHAKYAN.

No, un momento, qualcosa non quadra.

Io sono abituato alla presenza di tante scolaresche annoiate che, svogliatamente, subiscono l’imposizione a presenziare ad assise stereotipate. Qui c’è una gara di solidarietà ed eccellenza ,senza risparmio.

Un pugno, uno di quelli che ti colpiscono alla bocca dello stomaco, che ti fanno piegare le gambe e ti mettono in condizione di accorgerti di quanto sei stato presuntuoso a sottovalutare l’altro…

Il sindaco che si districa in un valido inglese (con maggiore dimestichezza di tanti docenti universitari che, me compreso, dovrebbero “padroneggiarlo” per contratto) nell’accogliere un commosso Console straniero, venuto addirittura da Roma, pur di non mancare al disvelamento di una targa, in una cittadina i cui abitanti sono inferiori, per numero, a quelli di un qualsiasi quartiere della città dove, quotidianamente, svolge le proprie funzioni diplomatiche.

Un pugno, uno di quelli che ti sorprendono al mento e ti concedono di vedere, mentre scivoli giù a provare la polvere del tappeto, pipistrelli che ti irridono e coccodrilli che suonano il sax.

Un signore avanti negli anni, un po’ abbattuto, che tutti omaggiano come “onorevole”. Ma non è il solito politico capitato per sbaglio. Scopro, essere Mario Brunetti, deputato, giornalista e scrittore che, nonostante il grande dolore per un grave lutto non ancora metabolizzato è lì, a testimoniare il suo impegno per il rispetto delle minoranze.

Un pugno, l’ultimo, di quelli che ti prendono quando, con le spalle alle corde aspetti solo di “essere contato” dall’arbitro perché finisca lo strazio e che, invece, magicamente ti rilanciano al centro del ring, con l’avversario che ti concede un’altra chance. L’onore delle armi.

Rav Moshe Lazar che racconta un aneddoto che, da medico, non può lasciarmi indifferente: Una signora, al suo decimo parto, viene redarguita dal proprio ginecologo e diffidata dall’intraprendere ulteriori gravidanze. “Troppi figli. Ora basta!” Il giorno dopo, l’illustre luminare, durante il solito giro di controllo mattutino, trova, nella stanza della puerpera, l’intero gruppo familiare, a fare da corona ad una madre così coraggiosa. “Medico, questi non sono soltanto miei figli, no! Questo è Mario, il più grande, dal folto ciuffo nero; questo è Antonio ed ha delle bellissime lentiggini; questo è Andrea, dagli splendidi occhi azzurri; questo è Dario, il più forte di tutti; questo è Sasha, e mi fa tenerezza con la sua erre moscia; poi c’è Maria, dai riccioli biondi; Valentina col suo bel nasino; Martina, con le treccine; Rita, che da grande farà la ballerina e, infine, l’ultima, la Rosa del mio cuore. Loro non sono soltanto numeri… sono tante gioie, uniche e irripetibili. Medico, dimmi: tu, a chi avresti rinunciato?”

Mi è stato detto che, da piccolo, a scuola, quando non riuscivo a risolvere i problemi di matematica, mi tiravo dei pugni in testa, forse per spremermi le meningi. Beh, credo che dovremmo smetterla di scontrarci gli uni con gli altri. È arrivato il momento di ricordarci che, Eraclito, ha spiegato l’esistenza di un ragionamento logico (un logos, appunto) sottostante al continuo mutamento: un’armonia profonda che governa in modo oscuro e inconoscibile la perenne dialettica fra i contrari, che provoca il divenire perpetuo degli enti sensibili.

Lo scontro, se proprio deve esserci, è bene che avvenga in noi, per generare quella necessaria e salutare crisi interiore che ci farà diventare migliori. Necessariamente. Cattivo come adesso, non lo sono stato mai. E, quando mezzanotte viene, se davvero mi vuoi bene, pensami mezz’ora almeno e, dal pugno chiuso, una carezza nascerà. (Adriano Celentano – Una carezza in un pugno)

Grazie ad Antonio, Boris, Fabrizio, Mario, Massimo, Moshe, Silvia e ai tanti ragazzi che, con la loro “dignitosa” e “totale” partecipazione, mi hanno ricordato che, nonostante la mia presunzione di considerarmi un “Uomo” solo, simile a un Dio sono, in realtà, “Soltanto” un uomo. In mezzo agli altri

G. M.