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Quel giorno che, senza più guerre, puoi prendere un albero e vestirlo di stelle!


Riflessioni

C’era una volta… Iniziano sempre così le fiabe, quei racconti che non hanno bisogno di parole a metà, né memorie da rendere senza troppo impegno. C’era una volta, iniziano proprio così, come se, al sogno, alla speranza, non fosse più possibile incontrarne lo sguardo, dentro una carezza mai spenta, adagiata in una preghiera, in una culla, in un Bambino che nasce, per ritrovare un senso, accoglierne la responsabilità, tutta intera, intorno a una promessa a quel Bambino, di tutti gli uomini che saranno domani. Festa dei gesti, festa dei comportamenti, festa dei sorrisi e dei silenzi, festa della fatica e della gioia, un pensiero che assale e rasserena più di mille traguardi agognati e mai raggiunti. C’era una volta, non è tempo di ieri, è novena oggi, su quella culla di legno nudo, che diverrà croce, e ancora fiamma che arde, negli occhi e nel cuore, come il sogno diventato sentiero, come la speranza divenuta, ancora, ancora e ancora. Il Bambino nasce trascinando via le rese, le paure, le miserie umane, persino il diniego peggiore alla vita. Il Bambino addormentato è Natale che sale, è salvezza che non demorde, in una passione che ci unisce, che ci condivide, ci dona al futuro, nelle orme digitali di Uomini Santi a cui è possibile accostarsi, imparando a distinguere le tracce da seguire. Natale di giustizia e equità, in un Bambino che non cerca luminarie né balocchi di eccellenza, soltanto un momento di attenzione per sentirci meglio, finalmente insieme, per gli altri, per noi, per quel Bambino che sta dentro di noi” (Vincenzo Andraous).

Chissà perché ma io, quest’anno, non riesco a capire che dimensione poter dare al termine “Natale”. Però, anche mia figlia Mariarita mi ha confidato che, per lei, è un giorno come un altro, con la differenza che non deve andare a scuola.

Devo provare a capirci qualcosa di più!

Natale. Di per sé, questa parola identifica (oltre che il giorno in cui è nato Gesù), il luogo o il tempo, in cui sei nato. Forse, allora, è da qui che nasce il problema, dal fatto di vivere in un luogo ambientato in un tempo assurdo in cui tutto perde significato perché viene affrontato generando emozioni incoerenti e inadeguate.



Mi dicevano il matto perché prendevo la vita da giullare, da pazzo, con un’allegria infinita. D’altra parte è assai meglio, dentro questa tragedia, ridersi addosso, non piangere e voltarla in commedia. Quando mi hanno chiamato per la guerra, dicevo: “Beh, è naja, soldato!” e ridevo, ridevo. Mi han marchiato e tosato, mi hanno dato un fucile, rancio immondo, ma io allegro, ridevo da morire. Facevo scherzi, mattane, naturalmente ai fanti, agli osti e alle puttane, ma non risparmiavo i santi. E un giorno me l’ han giocata, mi han ricambiato il favore e dal fucile mi han tolto l’intero caricatore. Mi son trovato il nemico di fronte e abbiamo sparato, chiaramente io a vuoto, lui invece mi ha centrato. Perchè quegli occhi stupiti, perché mentre cadevo per terra, la morte addosso, io ridevo, ridevo? Ora qui non sto male, ora qui mi consolo, ma non mi sembra normale ridere sempre da solo, ridere sempre da solo!

Però, nonostante tutto, in alcuni momenti non è male lasciarsi condizionare dai messaggi che ci invia la televisione. Probabilmente, non c’è spot più indicato, in questo periodo, di quello di un noto amaro siciliano, quello che ti ricorda che “Nell’aria, stasera, si respira più amore e la vita è più vita, tutti insieme così… a scaldarsi il cuore!” È dagli anni 80 che ci emoziona, per la sua colonna sonora molto particolare che fa da sottofondo all’incontro tra un padre e il proprio figlio, “distratto” nella sua attività a tal punto da non riconoscere più il genitore. D’altronde, come ci suggerisce il Jingle magistralmente interpretato da un “profondo” Enrico Ruggeri…


Dimmi quand’è l’ultima volta che ti sei fermato un po’? Dimmi, quand’è l’ultima volta che ci hai riso su? E quella volta che, tuo padre era lì, ancora accanto a te a sorreggerti, a darti una mano? Allora, dimmi, ti ricordi quand’è che hai saputo dire di no? Insomma, dimmi, quand’è che hai vissuto le piccole cose… col gusto pieno della vita?”



Cos’è il Natale? Forse quello stato d’animo che ti rimane dopo aver ascoltato, di notte, sotto un cielo di stelle qualche melodia della migliore tradizione celtica; forse quella condizione di quando eri bambino e trepidavi nell’attesa che arrivasse il signore vestito di rosso a lasciarti il suo dono come segno tangibile dell’amore di chi ti stava accanto con discrezione…

Dal vestito della notte è caduta una stellina. Mentre lenta, scende la neve di dicembre, nella grotta, davanti al bambinello, felice, sorride anche il poverello…”


Bello, caldo, avvolgente, il ricordo di tanti bambini in scena a rappresentare una realtà fatta di momenti felici, “come quelli di quando tu piangi… e non sai perché” (Giacomo Leopardi). Benvenuti in una dimensione nuova, che si ripete da più di duemila anni, sotto un cielo bianco sopra un mondo affamato d’amore.

Alla deriva di un oceano interiore, come consumatori di idee e sensazioni da fast food, all’approssimarsi del Natale ci incupiamo senza apparente motivo.

Come una piccola ferita che non si rimargina, come il vento che allontana un fiocco di neve, come le occasioni perdute di potere partire, magari senza biglietto, per andare dove piove un po’ di meno su quelli che non hanno ombrello, per sentirsi finalmente liberi, lontano dagli affanni che spengono la nostra voglia di guardare la vita che passa in una dimensione corretta, felice di arricchirci per quello che ci dà.

Perché?

Bisogna avere, dentro il proprio cuore, il bambino di un tempo, capace di fondersi nell’adulto con tanti giorni ancora da passare, che ad ogni compleanno sa guardare il cielo e riesce ad essere d’accordo con se stesso, con la paura alle spalle solo come un lontano ricordo.

“Non tutte le prigioni hanno le sbarre: ve ne sono molte altre meno evidenti da cui è difficile evadere, perché non sappiamo di esserne prigionieri. Sono le prigioni dei nostri automatismi culturali che castrano l’immaginazione, fonte di creatività”. (Henry Laborit)


C’è un libro, “le rane che si credevano pesci” che è bello perché, attraverso la descrizione di questi anfibi, consente di studiare diverse categorie di persone (le lamentose, le apparentemente rivoluzionarie, etc) che, di fronte ad una situazione critica, non riescono a reagire…

Trama


Stagno Tranquillo è il posto ideale in cui trascorrere la propria vita: il clima è ottimo, c’è cibo in abbondanza, non ci sono in giro famelici predatori. Si sta così bene che le rane che lo abitano neppure sanno di essere rane e vivono da sempre come se fossero pesci. Convinte che il mondo abbia i confini angusti del loro stagno, guardano con sospetto chi, come la giovane Lara, non crede minimamente al vecchio adagio secondo cui “chi si accontenta gode”, ma, anzi, è persuasa che solo attraverso il cambiamento si possa dare un senso alla vita. La curiosa e intraprendente ranocchia decide così di andarsene, appena prima che un grave evento colpisca l’immutabile habitat di Stagno Tranquillo. E se le rane rimaste passeranno il tempo a litigare fra loro senza trovare una soluzione, Lara compirà un viaggio che la cambierà per sempre: troverà chi le sarà d’aiuto, scoprirà nuove cose, farà errori, riconoscerà il suo talento e imparerà passo dopo passo a scegliere la propria meta. Lontano o vicino al punto di partenza…


Una vita senza ricerca, non è degna di essere vissuta (Platone – Apologia di Socrate)


E se questo Natale, lo trascorressi, in compagnia di amici che vengono dall’Isola che non c’è (e che, quindi non vogliono invecchiare, “dentro”) a capire come si sente chi vive in povertà estrema ma, al tempo stesso, è più ricco di noi che ci perdiamo dentro il vuoto spinto dell’immoralità inumana?

E se, per caso, riuscissi a convincere qualche bambino a donare, non un giocattolo qualsiasi ma, piuttosto un amico cui ha impresso, indelebilmente, il suo marchio d’amore?

E, già che ci siamo, se provassi a consegnare questo “ambasciatore” affettivo a chi vive peggio che in una mangiatoia? Cosa potrei scoprire?

Perché non andiamo a vedere? Usiamo l’immaginazione!


Il Bambino nasce per ogni uomo libero, per tanti altri ai ceppi, qualcuno dimenticato, per ciascuno che ritorna alla propria casa. E’ un tempo di ricongiungimenti auspicati, di separazioni schiodate ai legni,

di una pena che non possiede cadenza, dei domani che bussano alla porta. Natale è festa sprovvista di timbri sul passaporto, non concede autorizzazione né rilascia vacanze pagate al miglior offerente: è attesa che non regala favole inventate, lettura di qualche pagina consunta dalle dimenticanze, usurate nell’indifferenza. E’ Avvento di perdono che non teme tradimenti, non lascia scampo alle attenuanti: quelle comode di ieri, di oggi che è già domani. Non sta nascosto alle parole, ai gesti, ai comportamenti. Non sarà Natale delle solite promesse, delle rese, delle perdite consistenti. Non sarà percorso di gara da affrontare con il numero UNO in bella mostra sulla pettorina; quel Bambino nasce per tutte le colpe che non sono facili da raccontare, per formare un sentiero dalle radici piantate profonde, affinché l’albero della vita non tema il vento né la tempesta. Che pure ci saranno.



E allora, il posto più “difficile” dove poter andare per tentare l’esperimento, quale potrebbe essere? Un campo di profughi! Siccome, nella mia città, di ambienti così estremi, non ce ne sono, potrebbe andar bene anche un accampamento di nomadi Rom. Ma si, tanto, con l’immaginazione (e un po’ di fantasia), qualunque cosa può diventare realtà. Anche Babbo Natale.



Uh, che bello, c’è anche la stampa!

Pare che i piccoli gradiscano l’idea…

E allora, entriamo in questo “nuovo” mondo, dal sapore antico

Non vi si scalda il cuore, di fronte a questi meravigliosi sorrisi?

Guarda guarda, c’è anche una fata che crea giocattoli e vestiti con quello che capita!

No, evidentemente mi sono sbagliato… in questo posto c’è qualcuno con la bacchetta magica che può infondermi la magia di quell’attimo d’eternità, chiamato NATALE.

Condivisione, integrazione, adattamento.

Tre “parole magiche” per spazzare l’inverno dal volto e riempire la “casa”, di festa e di incontri, per sorridere di nuovo, capaci di vedere nell’alito delle ore più fredde, un copione di sogni ancora troppo belli per essere ammainati. Per confonderci nella gente dimenticando egoismi traditori, basta un po’ acqua e un po’ di pane. Solo qualcuno che ci abbracci per non avere freddo. Senza questo, la vita passa accanto e non ci aspetta. Noi, con gli occhi asciutti nella notte scura, derubati e colpiti al cuore in una terra metà giardino e metà galera…


È legge di natura avere bisogno di sentire qualcosa di triste che ci culli mentre salutiamo i pezzi del nostro mosaico che si dissolvono per fare posto al buio che incontra il giorno, magari quando più nessuno ci crede, quando andiamo avanti sentendoci soli. Sapremo comunque, di non correre, inutilmente, dietro un miraggio.

“Nella misura in cui l’amore cresce in te, cresce anche la tua bellezza, poiché l’amore è la bellezza dell’anima” (Sant’Agostino)

Nessuno viene al mondo per sua scelta. E’ bene, però, che qualcuno ci insegni a combattere non per creare in noi, un campo di battaglia, ma per capire che, in verità, la vita è un dono legato a un sospiro, a un’emozione che ancora ci sorprende, all’amore verso qualcosa o qualcuno, che è sempre diverso e che, all’apparenza, la ragione non comprende. Anche il dolore intenso in grado di farci capire quanto è il bene che proviamo, è un dono che si deve accettare, condividere. Poi restituire. Quando, un giorno, faremo il resoconto di quanto è stato, scopriremo che, in fondo, non si scrive la parola FINE… MAI.

Un giorno quando, guardando dalla finestra, non vedrò più guerre, prenderò un albero e lo vestirò di stelle. Quel giorno sarà Natale (Anonimo).

Testimoni di una vita fa, sembra ieri che ci dicevano che pochi spiccioli tanta fame e molta ingenuità arricchivano molto di più dell’opulenza dei nostri disvalori. È inutile nascondere la propria nostalgia, a certe condizioni le difficoltà rendono migliori. Il tempo ci cambia ma non perde nell’oblio la memoria dei ricordi più belli, tutti in fila, posso restare a fare bella mostra di sé nei meandri della nostra memoria. Ecco, magari una risata in più. Quella ce la dobbiamo concedere.

E’ Natale… e allora… e forse, essere più buoni, sta a significare che non sono sufficienti i diplomi, né i corsi brevi, per raggiungere quella dimensione che questa festa ci dona. Quest’Avvento sia finalmente gioia che non smette mai, lo sia fino in fondo, affinché questa vita che non arretra, consenta a ognuno e ciascuno una laurea assai più ambita, quella della pazienza della speranza. Proviamo veramente a pregare per un Bimbo che nasce e che vorremmo incontrare all’angolo di ogni strada buia, proviamo a essere mussulmani, ebrei, cristiani, scambiamoci reciprocamente i solchi fino a che non ci dividono più.

E infine ritroviamoci nel Bimbo che non ha cittadinanze imposte, ma si espande dal principio alla fine per essere davvero insieme (Vincenzo Androuss)

Cosa non ci siamo ancora detti?

Avremmo potuto parlarci del vuoto che si è creato tra quello che saremmo dovuti essere e ciò che non ci è riuscito di fare, in un “gioco” irriverente che non sfugge ai pregiudizi e ci impedisce di essere come realmente si potrebbe. Schiavi della legge dell’orgoglio, bravi a farci male e a nasconderci, nell’angolo buio che si pone fra il dubbio e la sincerità.

A Natale puoi… fare quello che non puoi fare mai: riprendere a giocare, riprendere a sognare, riprendere quel tempo che rincorrevi tanto. È Natale e a Natale si può fare di più, è Natale e a Natale si può amare di più, è Natale e a Natale si può fare di più … per noi: a Natale puoi! A Natale puoi dire ciò che non riesci a dire mai: che bello è stare insieme, che sembra di volare, che voglia di gridare quanto ti voglio bene. È Natale e a Natale si può fare di più, è Natale e a Natale si può amare di più, è Natale e a Natale si può fare di più per noi: a Natale puoi! Luce blu, c’è qualcosa dentro l’anima che brilla di più: è la voglia che hai d’amore, che non c’è solo a Natale, che ogni giorno crescerà, se lo vuoi. A Natale, puoi ! È Natale e a Natale si può fare di più, è Natale e a Natale si può amare di più, è Natale e a Natale si può fare di più, è Natale e da Natale puoi fidarti di più. A Natale, puoi… puoi fidarti di più! (Alicia)


G. M.




Non posso non ringraziare, per aver reso possibile questo sogno, i “grandi” bambini che hanno donato i loro giocattoli, tutti gli abitanti del campo Rom di Vaglio Lise, a Cosenza e i loro splendidi figli. In aggiunta, oltre a Vincenzo Androus (che rappresenta l’esempio, in Terra, di una redenzione possibile), in ordine alfabetico, Alessandro,Carmen, Emanuela (anche per tutti i suoi “suggerimenti”), Enzo, Erminia, Fernanda, il piccolo Gino, Giovanna (che ha ideato questa nobile raccolta giochi), Giuliana, Giuseppe, Graziella, Lina (che ha sopportato i nostri nervosismi da stress), Maria Antonella, Mariella, Maurizio, Nunzia, Pasquale, Serafino (e la sua compagna). Vengono dall’Isola che non c’è… è per questo che non invecchieranno mai!

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