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Il grande freddo. Col sole all’orizzonte.



A spasso verso un futuro migliore.

Con questo lavoro, si è cercato di parlare di un problema tanto diffuso quanto poco capito, soprattutto per quanto riguarda le motivazioni. Al di là di qualche indicazione sui farmaci (doverosa per completezza di informazione), si è andato ad approfondire i perchè di tale problema, analizzando la vita di un grande personaggio della vita culturale italiana: Vittorio Gassman.


Volano le libellule, sopra gli stagni e le pozzanghere in città; sembra che se ne freghino, della ricchezza che ora viene e dopo va. Prendimi, non mi concedere nessuna replica alle tue fatalità; eccomi: son tutto un fremito… ehi! Passano alcune musiche, ma quando passano, la Terra tremerà. Sembrano esplosioni inutili, ma in certi cuori qualche cosa resterà; non si sa come si creano, costellazioni di galassie e di energia. Giocano a dadi gli uomini, resta sul tavolo un avanzo di magia. Sono solo stasera senza di te, mi hai lasciato da solo davanti al cielo e non so leggere, vienimi a prendere. Mi riconosci: ho le tasche piene di sassi. Sono solo stasera senza di te, mi hai lasciato da solo davanti a scuola; mi vien da piangere, arriva subito, mi riconosci ho le scarpe piene di passi, la faccia piena di schiaffi, il cuore pieno di battiti e gli occhi pieni di te. Sbocciano i fiori sbocciano e danno tutto quel che hanno in libertà. Donano, non si interessano, di ricompense e tutto quello che verrà. Mormora, la gente mormora, falla tacere praticando l’allegria. Giocano a dadi gli uomini, resta sul tavolo un avanzo di magia. Sono solo stasera senza di te; mi hai lasciato da solo davanti al cielo e non so leggere… vienimi a prendere: mi riconosci ho un mantello fatto di stracci. Sono solo stasera senza di te, mi hai lasciato da solo davanti a scuola. Mi vien da piangere, arriva subito, mi riconosci: ho le scarpe piene di passi, la faccia piena di schiaffi, il cuore pieno di battiti e gli occhi pieni di te. (Jovanotti)

Dopo tutto quello che si è scritto e di cui si è detto, possiamo parlare di depressione, senza doverci, per forza, angosciare?

La depressione, connota un insieme di elementi disturbanti del tono dell’umore, in senso di abbattimento, angoscia e confusione. Dal momento che non si può identificarne un sintomo ma una frastagliata manifestazione (fatta di tanti elementi disturbanti, a volte in contrasto fra loro) si può parlare di “sindrome”.

Due espressioni diverse di Vittorio Gassman, in una stessa immagine. La prima, sulla sinistra, lo evidenzia in maniera autoprotettiva, tenera (a metà, fra l’angosciato e il “ripiegato su se stesso”); prima di analizzare l’altra faccia della medaglia, notiamo al centro, una didascalia che spiega che la depressione può essere “reattiva” a qualcosa che ci turba nell’immediato(un lutto, ad esempio) o “endogena”, senza apparente motivo (ma, in realtà, conseguenza di un programma esistenziale di cui si è smarrito il filo conduttore). In basso a destra, un altro momento “gassmaniano”, che lo mostra sempre molto riflessivo… ma sta salutando e ci piace pensare che stia salutando il malessere che lo ha abbattuto per tanti anni.

Quale che sia la motivazione intrinseca, per potersi manifestare, è necessario che si crei uno squilibrio neurotrasmettitoriale che, volendo, può anche essere affrontato (almeno sul piano sintomatologico) con l’uso di farmaci appropriati.

Gli antidepressivi

Il principio d’azione comune a tutti i farmaci antidepressivi risiede nel controllo dei livelli cerebrali di alcune sostanze, i neurotrasmettitori, la cui variazione determina cambiamenti dell’umore. I neurotrasmettitori sui quali agiscono più o meno selettivamente i farmaci attualmente disponibili sono tre: dopamina, serotonina e noradrenalina, per cui si parla di farmaci dopaminergici, serotoninergici e noradrenergici per indicare su quale o quali neurotrasmettitori agiscono.

Le molecole disponibili

In ordine storico le quattro classi di farmaci antidepressivi sono:

    • litio (sotto forma di sali) nato verso la fine degli anni ’40 a tutt’oggi consigliato per le forme depressive maggiori, specie quelle caratterizzate anche da episodi maniacali; viene classificato tra i neurolettici. Il meccanismo d’azione del litio, non è ancora del tutto chiaro, ma è probabilmente da attribuire alla sua interferenza sul trasporto del sodio nel sistema nervoso e quindi nella neuro-trasmissione

    • antidepressivi triciclici (imipramina, amitriptilina, nortriptilina) comparsi, anche loro, negli anni ‘40, molecole più specifiche per riequilibrare la neurotrasmissione. Agiscono inibendo la ricaptazione (cioè il riassorbimento dagli spazi tra un neurone e l’altro) delle amine biogene, in particolare la noradrenalina.

    • anti-MAO (anti-Mono-Amino-Ossidasi) questa classe di farmaci, molto meno usati oggi perché l’efficacia non è conciliabile con le pesanti controindicazioni, ha un meccanismo d’azione simile ai precedenti, ma anziché impedire la ricaptazione, impedisce che i neurotrasmettitori siano degradati troppo velocemente, degli enzimi deputati a questa funzione, che sono appunto le MAO.

    • Gli SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina) come fluoxetina, sertralina, fluvoxamina, paroxetina, citalopram. Questi farmaci agiscono selettivamente sulla serotonina, impedendone il riassorbimento.

  • SSNRI (inibitori selettivi del reuptake della serotonina e della noradrenalina). Analoghi ai precedenti, svolgono la loro azione anche sulla noradrenalina.

Come si stabilisce la terapia

Mai come in questo caso la scelta viene personalizzata, nel senso che è ben possibile che col tempo sia necessario cambiare dosaggi, somministrazioni e anche farmaco. Ciononostante alcune linee generali sono state individuate. Di solito si inizia con le molecole più recenti (SSRI, SSNRI) perché presentano alcuni vantaggi: hanno meno effetti collaterali, sono efficaci già a basso dosaggio, non richiedono il controllo periodico dei livelli che il farmaco raggiunge nel sangue. Nel caso non si ottenga il controllo dei sintomi, si procede a cambiare la molecola all’interno della stessa classe, o il tipo di farmaco.

Va però tenuto presente che gli antidepressivi, soprattutto quelli di ultima generazione, richiedono un certo tempo prima che si instauri l’effetto: di norma tre o quattro settimane. Questo rende, spesso, necessario associare, all’antidepressivo, un farmaco ansiolitico che ha il compito di contrastare le manifestazioni collaterali della depressione, quali ansia, agitazione, insonnia. A questo scopo si usano principalmente le benzodiazepine, che hanno il vantaggio di una notevole rapidità d’azione.

A volte l’antidepressivo, in particolare quelli ad azione mista serotoninergica e noradrenegica, può effettivamente “attivare” il paziente e allora può essere utile associare un ansiolitico.

Quanto dura la terapia farmacologica

Il trattamento della depressione viene diviso in tre fasi: il trattamento acuto, il consolidamento, il mantenimento. La lunghezza della terapia con antidepressivi è determinata in larga misura dalla durata della fase di mantenimento. Questa a sua volta dipende da molti fattori: la gravità dei sintomi, la tendenza a ripresentarsi degli episodi, la capacità del paziente di poter continuare a “funzionare” sul piano famigliare e sociale anche se si ripresentassero i disturbi. Il pericolo viene però soprattutto dalla sospensione prematura del farmaco e non da un prolungamento dell’assunzione, anche perché a differenza degli ipnotici/ansiolitici, gli antidepressivi non danno dipendenza. Siccome, comunque, si crea un condizionamento chimico (che, in parte, riduce la fiducia in se stessi) il rapporto col medico deve essere costante e periodico, così da rivalutare l’andamento del suo “paziente”.

L’interruzione del trattamento, ad ogni modo, non deve essere brusca e improvvisa, ma va attuata gradualmente, soprattutto per le sostanze di più recente introduzione.

Gli effetti collaterali

I più comuni sono relativamente lievi e non determinano disagi insostenibili: cefalea, secchezza delle fauci, più raramente agitazione e insonnia. Recentemente è stata sollevata la questione dell’aumento di peso, che riguarderebbe soprattutto i pazienti in trattamento con SSRI per lunghi periodi e con dosaggi elevati. In realtà questo effetto non riguarda tutta questa classe di farmaci, ma solo alcuni. E’ quindi possibile cambiare la molecola o, se questa scelta non produce risultati (diminuisce l’efficacia oppure non diminuisce la spinta al cibo), è possibile intervenire sul piano dietologico o dell’attività fisica.

A questo punto, una riflessione. Se preferite non fermarvi al silenziamento del disturbo ma, al contrario, volete andare alla radice del problema, per diventare soggetti attivi del vostro cammino esistenziale, continuate la lettura: troverete gli spunti necessari.

La Madonna che ride…

– Don Pietro, i soldi del pullman.

– Ah! Va bene! Grazie! Allora venite solo voi ?

– Eh per forza, Don Pietro, Patrizia ha la creatura e a chi la lascia!

– Ah! E i giovanotti?

– No! Grazie, padre, io parto!

– Vincè?

– Cioè, dove? Io non so niente!

– Come non sai niente! Bugiardo! Io te l’ho detti: a vedere la madonna che piange!

– Mi hai detto della madonna che piange? Ma quando mai!

– La verità è che a te non ti smuovono nemmeno i miracoli!

– Eh no! Non parliamo di miracolo! Il vescovo non si è ancora pronunciato e poi c’è stata la dichiarazione di un professore di Napoli il quale ha detto che le lacrime potrebbero essere la trasudazione del legno stesso, avvenuta per un improvviso cambiamento di temperatura!

– E guarda la combinazione, questo legno trasudava proprio al posto degli occhi? Con tutto il corpo a disposizione proprio negli occhi? Vorrei parlarci io con questo professore!

– Va bene, va bene, poi si vedrà! Allora venite solo voi?

– Si!

– Vincè?

– No padre! Cioè, l’ho detto già! Non è per cattiveria che non voglio venire e che io non mi sento proprio, cioè è un periodo che, loro lo sanno, mi sento, capito, abbattuto, triste, non lo so, non ce la faccio a vedere altra gente che piange e cosa, veramente!

– Come, gente! La Madonna che è gente?

– No! Che c’entra, mica voglio dire che la Madonna è, non ce la faccio! È un fatto mio, cioè sono io che sto così e vorrei vedere gente un po’ più che si fanno, cioè, non lo so, se la Madonna, sinceramente, se rideva ci venivo!

– Si! La Madonna rideva!

– Perché, non poteva? Cioè, sempre miracolo era! La Madonna, una statua, o ride o piange è un miracolo, però, non lo so, pare che uno va a vedere mette, non lo so! Eh! Cioè, secondo me era meglio pure per voi perché così il professore di Napoli si deve stare solo zitto! Cioè, il professore! Zitto! Perché il legno! No, zitto professò! Perché il legno può trasudare, mica può ridere! Si è mai visto un albero o una sedia che per improvviso cambiamento di temperatura: ah, ah, ah! L’albero e la sedia: hai visto è cambiato. No! Perché è impossibile!

– Eh! Caro Vincenzo, la colpa è nostra! Vuol dire che non le diamo troppo motivi per ridere! La pace sia con voi!

Cosa ci evidenzia Massimo Troisi?

A volte cerchiamo situazioni che rinforzino il nostro stato d’animo… e questo accade prevalentemente in maniera inconsapevole. Cioè, scegliamo senza renderci conto dei perché e accade come fatto legato o dettato da motivazioni varie. Per esempio: se riteniamo di avere qualche responsabilità in un accadimento del cui risultato abbiamo sofferto anche noi, oppure perché siamo abituati a vivere in determinate circostanze e determinate situazioni (e quindi le andiamo a cercare quando ci sentiamo in difficoltà anche quando, paradossalmente, poi finiscono con l’essere sulla stessa sintonia del nostro dolore), questo è un modo per riconoscere e riconoscersi, è un modo per vivere a pieno quel tipo di sofferenza.

Allora, cosa si dovrebbe fare?

Cercare altro? Forse si! Ma dopo aver capito i motivi per cui stiamo soffrendo, dopo aver fatto pace con noi stessi e con quei motivi e quindi, leccandosi le ferite, rimettersi in marcia.

Anche tanti personaggi famosi hanno sofferto di quello che molti hanno definito il male oscuro: la depressione.

Ci vuole una buona dose di umiltà per uscire dalla depressione?

Ci vuole una sana dose di realismo. Aggiungendo un pizzico di egoismo e presunzione. Nel momento in cui io voglio fare qualcosa, perché ritengo che mi faccia bene (anche a spese di tutti, anche a spese mie), questo diventa una “sublime” forma, negativa tra l’altro, di autodanneggiamento basato sulla presunzione di aver ragione.

Poi, dopo aver combattuto senza un motivo plausibile e concreto, ti accorgi, nell’arco del tempo, che hai utilizzato male le tue risorse e, soprattutto, la tua vita (che è la risorsa principale senza la quale nulla, almeno per te, ha più senso) e allora ti abbatti, come si dice in gergo comune “scendi da cavallo” (vieni disarcionato, in verità) ti fai male, mangi la polvere, controlli la presenza di eventuali ferite e, finalmente, studierai il modo per poterti rialzare camminando da persona “libera” e adulta, con le proprie gambe, come un fante e non più come un cavaliere. Da quel momento, sarai più accorto nell’andare a scegliere i tuoi obiettivi e, soprattutto, utilizzando dei propositi migliori.

Sono Gassman!

P. Villaggio “Sentivo che lui ispirava una naturale, ma dico, direi quasi, antipatia.

A. Gasman “Perché aveva questa faccia con questo naso aquilino arcigno, questa faccia da cattivo.

V. Gassman “Perché non andava bene la faccia?

V. Gassman “Era troppo rigida come faccia?”

Regista: “No, no!”

V. Gassman: “Non ti vedo convinto”

Regista: “Va benissimo!”

V. Gassman: “Una faccia da stronzo?”

Regista: “Facciamone un’altra. Eh!”

M. Costanzo: “Fra i personaggi, come dire, di gaglioffi!”

V. Gassman: “Risparmia il fiato, imbecille!”

V. Gassman: “Un mostro insomma, un mostro!”

Ettore Scola “Certo, era alto due metri questo severo interlocutore, però era anche molto timido e molto discreto, fragile.”

V. Gassman: “Ma io, quando rimango solo ho paura, comincio a parlare da solo. Io non so stare da solo!”

A. Gassman: “Dietro questa corazza di guerriero si nascondeva in realtà una marmotta impaurita!”

Monicelli: “Tutta questa sua sicurezza, spavalderia, provocatorietà dimostrava insicurezza!”
V. Gassman: “Scusa, fammi parlare! Sono Gassman!”

A. Gassman “Papà era un uomo molto vulnerabile, era assurdo! Un uomo di settanta e passa anni di età, con il successo che aveva, venerato e premiato in tutto il mondo, vincitore di Cannes, qualunque tipo di premio possibile, bastava una critica negativa per mandarlo in depressione.”

Moltissime indicazioni interessanti. Eppure, noi spettatori, vediamo un uomo bello, forte, ricco, famoso, molto amato ma, in realtà… così fragile!

Ed è uno dei motivi per cui ha prodotto per tanti anni quel disturbo che gli specialisti chiamano depressione, in questo caso di tipo endogena. Che cosa possiamo notare da ciò che abbiamo osservato nel filmato? La rappresentazione di un uomo costretto a vivere in maniera difforme rispetto a quello che sentiva di essere, ma ciò che sentiva di essere era, a sua volta, il risultato di una serie di condizionamenti che avevano plasmato il carattere in maniera da renderlo non molto equilibrato.

Il fatto che, in realtà, fosse una persona timida, come lui stesso afferma, una marmotta impaurita, come dice il figlio e che una qualsiasi critica potesse generare in lui profondi disturbi, evidenzia comunque delle difficoltà di base: cioè, la paura di essere giudicato negativamente dagli altri o di essere, comunque, giudicato perché, se ti distruggono dal punto di vista critico non reggi a ciò che hai sentito o che hai letto. Ma, anche se ti osannano, per te sarà un peso perché avrai il timore di non riuscire a replicare quel tipo di risultato e, allora, è una fase di personalità immatura, la paura del giudizio degli altri: il costruire la stima di sé sulla base di quello che gli altri dicono.

Questo ti porta ad avere costantemente timore di perdere ciò che gli altri ritengono che tu sia, quello scettro che tu dovresti avere e, soprattutto, ti rendono schiavo di qualsiasi forma evolutiva e ti privano della possibilità di avere un buon rapporto con te.

Alcuni shisha erano lì invece di essere sul lettino di uno psicanalista (in India questi sono rari); altri c’erano perché il ritirarsi dalla vita è parte della tradizione e speravano, con l’aiuto del Swami, di fare il salto che avrebbe permesso loro di liberarsi dall’eterna ruota del nascere e del morire.

Questo lo spiegarono bene, presentandosi, vari shisha: uno che era stato direttore delle poste, un cardiochirurgo e un elegante, piccolo, compunto signore che era venuto nell’ashram con la moglie e che parlò anche a nome di lei. Lui era stato il primario pediatra di una città nello Stato dell’Andhra Pradesh, lei la direttrice della Scuola per Infermiere. Avevano tutti e due superato i sessant’anni e, dopo una vita dedicata al lavoro e alla famiglia, avevano deciso di rivolgere lo sguardo su se stessi e di “andare nella foresta” assieme, come sta scritto nei testi sacri. (Tiziano Terzani – Un altro giro di giostra)

Può accadere, a volte, che la sofferenza possa essere solo fine a se stessa?

Alcuni ritengono, in buona fede, che sia qualcosa che serva per espiare delle colpe, delle responsabilità; e questo, in parte è vero perché, se io sbaglio e sono una persona coscienziosa e responsabile, devo per forza soffrire ma, soffrirò se sono, appunto, in grado di rendermi conto dell’errore che ho commesso e, soprattutto se, a seguito di quell’errore, ho fatto soffrire qualcuno.

Io soffrirò ogniqualvolta avrò bisogno di riflettere per cercare e trovare delle soluzioni, perché non avrebbe senso produrre una reazione emotiva senza poterne poi utilizzare, in maniera decorosa, i risultati al positivo.

E allora, perché soffrire?

Se io, seduto sulla poltrona, dovessi avvertire un disagio legato alla circolazione (per via delle gambe accavallate) potrei resistere fino ad un certo punto, dopo di ché sarei costretto a cambiare posizione per ripristinare un corretto flusso sanguigno. E allora, la sofferenza nascerebbe come richiamo di attenzione, come campanello d’allarme per ritrovare un equilibrio.

Questo vale da un punto di vista corporeo. Ma anche dal punto di vista psicologico, il principio è simile! Se io ho un disagio che mi porta ad annoiarmi in un determinato ambiente, in un determinato momento, farò qualcosa (o si presume che farò qualcosa) per cercare altro e, quindi, riprendere ad avere piacere; il problema nasce quando non sono messo nelle condizioni (perché l’ambiente non me lo consente, non mi fornisce le giuste indicazioni, anche con gli esempi di vita) da capire che esiste “altro” di meglio per cui, se mi convinco che non c’è null’altro oltre quello che vivo… perderò, via via, interesse, chiudendomi all’interno di un guscio protettivo che, alla lunga verrà identificato come manifestazione depressiva legata a fattori di protezione.

Quindi io, paradossalmente, ho generato un sistema di protezione per non vedere quello che c’è fuori perché non mi piace e poi, siccome soffro (ma non sanno spiegarmi perché sto soffrendo e, probabilmente, neanche io metto in condizione gli altri di capire perché sto soffrendo), si farà qualcosa per eliminare il disturbo, senza affrontare i motivi che lo hanno generato.

Eppure, grazie alla grande fiducia che abbiamo nella scienza, diamo ormai tutto per scontato. Si crede di sapere e non si sa.

Viviamo come se questo fosse il solo dei mondi possibili, un mondo che promette sempre una qualche felicità. Una felicità a cui ci avvicineremo con un progresso fatto sostanzialmente di più istruzione (che istruzione!), più benessere, e ovviamente più scienza. Alla fine dei conti tutto sembra ridursi a un problema di organizzazione, di efficienza. Che illusione! Ma è così che ci siamo tarpati le ali della fantasia, che abbiamo messo il bavaglio al cuore, che abbiamo ridotto tutto il mondo al solo mondo dei sensi, con questo negandoci l’altra metà.

Per i saggi, specie quelli indiani, il mondo visibile non è mai stato l’intera realtà, ma solo una parte. E nemmeno la parte più importante, dal momento che è mutevole e sempre in balia del distruttivo scorrere del tempo.

Eppure, a volte basta poco per rendersi conto anche del resto. Tagore, il grande poeta bengalese, lo dice con una semplice similitudine. Una sera è a bordo di una casa galleggiante sul Gange e al lume di candela legge un saggio di Benedetto Croce. Il vento fa spegnere la fiamma e improvvisamente la stanza è invasa dalla luce della luna. E Tagore scrive:

La bellezza era tutta attorno a me,

Ma il lume di una candela ci separava.

Quella piccola luce impediva

Alla bella, grande luce della luna di raggiungermi.

La nostra vita quotidiana è piena di piccole luci che ci impediscono di vederne una più grande. Il campo della nostra mente si è ristretto in maniera impressionante. Così come si è ristretta la nostra libertà. Quello che facciamo è soprattutto reagire. Reagiamo a quello che ci capita, reagiamo quello che leggiamo, che vediamo alla TV, a quello che ci viene detto. Reagiamo secondo modelli culturali e sociali prestabiliti. E sempre di più reagiamo automaticamente. Non abbiamo il tempo di fare altro. C’è una strada già tracciata. Procediamo per quella.

Nell’ashram non era così. Si aveva il tempo di vivere con attenzione ogni momento. Ci si esercitava ad agire, non a reagire; a tenere all’erta la mente, a essere consapevoli di ogni gesto. Delle zanzare mi ronzavano attorno agli orecchi? Facile reagire distrattamente, sovrappensiero, con una manata. Mi costringevo invece a non ucciderle. E mi piaceva.

Sì, l’ashram era, per tanti versi, uno strano posto. Strano certo per me che, abituato da una vita a stare in mezzo alla gente e a scorazzare per il mondo per raccontarne le storie e i mille problemi, improvvisamente mi ritrovavo lì, isolato da tutto, senza radio, senza televisione, senza giornali, con un unico problema su cui riflettere, ora dopo ora, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana: “Io, chi sono?”

I sassi non se lo chiedono. Non se lo chiedono le piante. E neppure gli animali, che per tanti versi sono gli esseri più vicini a noi nel creato, sembrano domandarsi: “Io, chi sono?”

Una mucca non cerca di avere un’opinione di sé, un corvo non si arrovella a capire che cosa lo distingue da una rana. Ma l’uomo? L’uomo -disse il Swami per presentare il Vedanta – l’uomo si è sempre interrogato sulla natura del suo essere. E, da sempre, è angosciato dall’incertezza della risposta.

La domanda nasce dall’esperienza. L’uomo si guarda attorno, vede il mondo e fa alcune considerazioni. La prima è che tutto ciò che vede è fuori da lui. Il mondo gli appare come distinto da sé, come qualcosa da cui si sente separato. Siccome tutto ciò che vede è infinitamente più grande di lui, l’uomo si sente misero, isolato, vulnerabile come una piccola onda che, intimorita dalla vastità dell’oceano, sogna solo di essere un’onda più grossa, più possente che per non venire schiacciata dalle altre onde. In questa percezione di due entità distinte – colui che vede e ciò che viene visto, colui che conosce e ciò che viene conosciuto – è radicata la perpetua insoddisfazione dell’uomo. E la sua tristezza.

La seconda considerazione che l’uomo fa è che il mondo esiste solo quando lui lo vede. Quel mondo, poi è messo assieme in maniera così intelligente che lui non può esserne stato l’artefice. Non può esserlo stato suo padre, o suo nonno. Chi dunque? l’uomo si mette allora in cerca del Creatore, in cerca di un Dio, anche quello necessariamente fuori da sé, capace d’aver fatto l’intero universo, compreso l’uomo stesso. (Tiziano Terzani – Un altro giro di giostra)

Ognuno ha la sua croce. Per farne che?

A questo punto proponiamo una sequenza di immagini abbastanza significative che sono nate per avere un risvolto di tipo religioso, però calzano benissimo per ciò che riguarda la vita di tutti i giorni… e ci aiuteranno nel percorso della riflessione.

In questa prima slide, si vede un signore che porta, come tanti altri, il proprio fardello, si dice comunemente “la propria croce”. E sta soffrendo perché, comunque, ha un peso. Sulle spalle.

La didascalia è in Inglese ma si intuisce quello che vuole significare. Sta chiedendo: “Signore scusa, non è che per caso potrei tagliarne un pezzettino? Sai com’è… mica per altro, la porterei meglio!”

Ha tagliato la croce; si vedono i pezzi a terra e, rispetto agli altri, ora ha un fardello più leggero. Qualcuno gli ha consentito di alleggerire questo tipo di problema che si porta dietro. E cammina meglio.

A un certo punto, ci prova un’altra volta: “Scusa Signore, si, effettivamente è più leggera ma se io ne tagliassi un altro pezzettino, sicuramente andrei veloce come un treno, starei meglio e svolgerei meglio il compito che in fondo in qualche modo tu mi hai affidato!”

“Grazie Signore! Grazie tante!” In effetti è quasi la metà (se non di più) rispetto alle altre; e lui sicuramente andrà molto più leggero. Questo significa che qualcuno lo ha messo in condizione di risolvere i propri problemi senza faticare più di tanto.

Ecco, a questo punto si trova di fronte ad un ostacolo da superare… sarebbe semplice se si fosse allenato a portare (misurandosi con esso) quel problema, sminuendolo e non risolvendolo. Si trova di fronte ad un burrone che gli altri supereranno (e questo spiega, la metafora della croce) perché si sono allenati a faticare, impegnandosi e diventando più forti.



Allora, a che serve soffrire?

A cercare una soluzione perché, se non soffri e stai bene, il motivo per cui ti devi dare da fare… qual è? Abbiamo mai visto un animale, che sia da cortile o allo stato brado, impegnarsi faticando per andare a cercare cibo e acqua quando è sazio e dissetato? Non ne avrebbe alcun motivo! Ma, una cosa balza agli occhi: si muoverà ogniqualvolta sentirà un bisogno il cui mancato appagamento lo farà soffrire. Si muoverà, andrà a cercare di risolvere il problema, in qualche modo affronterà gli ostacoli che lo separano dall’obiettivo da raggiungere e, se ci riuscirà si sentirà appagato.

La nostra vita si spende in questo tipo di cammino.

Generiamo degli equilibri che ci dovremmo godere (altrimenti non ha senso);

l’equilibrio non dura molto perché consumiamo sia dal punto di vista chimico (biochimico, organico) ma anche psicologico (perché c’è il meccanismo dell’assuefazione);

man mano che nasce il disagio in noi perché quell’equilibrio è saltato (lo abbiamo consumato, ce lo siamo goduto, etc.) ci mettiamo prima a riflettere e poi a cercare…e quindi ci muoviamo per andare ad appagare quello che serve per costruire un nuovo equilibrio che ci renderà migliori del precedente, dal momento che avremo impegnato le nostre capacità e saremo più allenati.

Dovremo goderci anche il successivo equilibrio in maniera tale che, quando ci sarà la necessità di andare a ripristinarlo, saremo motivati a continuare. Altrimenti la vita diventa un non senso che passa da un fastidio all’altro.

La mia vita andrà così, rendendomi migliore e diventando un ottimo esempio per gli altri. A queste condizioni non si è mai sentito qualcuno che abbia sviluppato la depressione.

Secondo la visione tradizionale indiana, la vita di un uomo è divisa in quattro stagioni precise e distinte, ognuna coi suoi frutti, i suoi diritti e i suoi doveri.

La prima stagione è quella dell’infanzia e dell’adolescenza, il tempo dello studio in cui uno impara tutto quello che gli servirà poi. La seconda stagione è quella della maturità in cui l’uomo diventa marito, padre, assume il proprio ruolo nella famiglia e con questo contribuisce al mantenimento e alla continuazione della società. Questo è il periodo in cui è giusto e lecito perseguire desideri come la ricchezza, il piacere, la fama e la conoscenza del mondo. Dopo di questo, quando i figli diventano a loro volta mariti e padri, viene la stagione del distacco, dell’andare nella foresta. Con questo ritirarsi l’uomo si lascia dietro gioie, preoccupazioni, successi, delusioni – tutto ciò che è passeggero, che è illusorio nella vita – per dedicarsi a qualcosa di più reale, qualcosa di più permanente.

Ultima, se così sceglie, viene la stagione in cui, ormai slegato da tutto, diventato un semplice mendicante, l’uomo si fa sanyasin e, vestito del colore del fuoco nel quale ha simbolicamente bruciato tutto quello che era dell’Io temporale, compresi i desideri, cerca ormai solo moksha, la liberazione definitiva dal samsara, il mondo dei mutamenti, l’oceano della vita e della morte.

Ogni passaggio dall’una all’altra stagione della vita è marcato formalmente da un rito nel corso del quale, come in ogni iniziazione, da una morte simbolica nasce la vita, dal vecchio nasce il nuovo.

A suo modo, anche la società occidentale moderna, perseguendo le sue mete -ormai tutte esclusivamente materiali – ha istituzionalizzato questo passaggio all’ultima stagione della vita: con la pensione. Dopo i sessanta o i sessantacinque anni uno smette di lavorare e viene pagato per andare a pescare, a dipingere o, molto più spesso, per annoiarsi nel rimpianto di non essere più quello che è stato: il direttore, il capo reparto, l’avvocato, il cassiere. A tanti capita così di essere vittime di un infarto e di smettere definitivamente di essere qualsiasi cosa. (Tiziano Terzani)

Gassman e il rapporto con la madre


V. Gassman: “Ho fatto i primi dieci anni della mia professione, ho costruito la mia macchina, ho costruito la mia voce, facevo gli esercizi come un pianista tutti i giorni. La mia natura, quando ero un ragazzino per esempio, era l’opposto (in un certo senso lo è tuttora) di questa professione estroversa. Ecco, io ero un ragazzino molto timido, tranquillo, così, e infatti non ho deciso io di fare l’attore ma lo ha deciso mia madre, siccome, secondo me, lei aveva un germe istrionico compresso dentro di sè, ha preso una specie di rivincita postuma o di vendetta postuma, mi ha messo in testa di fare il teatro perché voleva farlo lei da ragazza e lei, quando feci la licenza liceale mi obbligò, quasi, ad iscrivermi all’accademia d’arte drammatica nello stesso tempo in cui frequentavo gli studi di giurisprudenza. Ho dovuto forzare la mia natura vera, Dio l’abbia in pace, non me ne lamento certo ma insomma, non era forse il mestiere nato per me.”

V. Gassman: “Vi chiedo di non applaudire troppo perché la mamma è molto timida, è di famiglia, siamo tutti così… riservati vero! Io, ecco, volevo adesso, col vostro aiuto un attimo di raccoglimento, pregarti di dirci una cosa, farci sentire l’inizio della divina commedia, quello che sapevi così bene. Ti aiuto io mamma non c’è niente di male, comincia. Nel mezzo… dai, dai! Abbiate pazienza! Posso?”

P. Baudo: “Puoi, puoi!”

Luisa Ambron Gassman: “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita. Ahi quanto a dir qual era, è cosa dura esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinnova la paura Tant’è amara che poco è più morte; ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai, dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte. Io non so”.

Voce narrante:Pochi giorni dopo questa puntata di Canzonissima, in cui Gassman ha finalmente offerto alla madre un plcoscenico per il suo inespresso talento istrionico, Luisa Ambrom Gasman muore. È la parola fine ad un dialogo che per tutta la vita è stato tanto importante quanto conflittuale”

P. Gassman: “Una madre estremamente presente, incombente, possessiva e un padre molto affascinante”

Cosa notiamo, in maniera molto evidente?

Una madre che ha condizionato il figlio, in maniera altamente conflittuale. Questa non vuole essere la solita critica nei confronti delle mamme, infatti… se una mamma ha delle aspettative è vero anche che il figlio, arrivato ad un certo punto, può cominciare a pensare con la propria testa e se non si trova in accordo può cambiare, mettendosi addirittura in contrapposizione alle aspettative del genitore; quindi, in questo caso, c’è una forma di corresponsabilità.

Per quanto concerne Gassman, il problema nasce non solo perché lui non avrebbe voluto (almeno secondo ciò che dice) seguire quel tipo di strada… ma avrebbe voluto seguire un percorso più tranquillo;

Egli aveva dall’altra parte (opposta a quella della mamma) la figura di un padre che era molto diverso: un tedesco, un ingegnere (quindi, due elementi di “rigidità” mentale) per nulla istrionico; viene descritto come un individuo altissimo che incuteva timore con la sua sola presenza, di un rigore morale estremo.

E allora, dentro Vittorio Gassman coesistevano questi due elementi:

    • da una parte, il rigore;

  • da un’altra, il bisogno di esprimersi per avere il consenso degli altri.

Quando si sommano fattori così diversi, in una stessa personalità, si innesca una pericolosa deflagrazione: non si può vivere senza il consenso degli altri, e quindi lo si va a cercare; però, per la paura di perderlo si attiva tutto il rigore che abbiamo imparato fin da piccoli; tale rigore diventa eccessivo e comincia a far sviluppare dei disturbi nevrotici come, per esempio, le ossessioni e le compulsioni.

Di conseguenza, non puoi fare a meno di mettere in atto un determinato comportamento perché tu vuoi meritare quel tipo di successo che gli altri ti andranno a tributare; nonostante tutto, tu ti sentirai inadeguato qualunque cosa farai, perché vorrai fare sempre di più e sempre meglio e ti sentirai schiavo del giudizio degli altri.

All’interno di questo sistema, dopo la deflagrazione, per proteggere la struttura che ti distacca dal mondo esterno e che in un certo qual modo impedisce l’ingresso a chiunque, tu riduci la pressione dentro di te perché non ce la fai più a sostenere il peso e pian piano, pian piano quel pallone biosferico, all’interno del quale tu vivi, comincia a decomprimersi, a deprimersi: è questo il principio della depressione.

Poi è chiaro che, per manifestarsi, una problematica simile, ha bisogno che dei neurotrasmettitori o dei neuromodulatori alterino il loro funzionamento sia nelle velocità di secrezione, sia nella qualità chimica, sia nella velocità di assorbimento. Questo è un dato che va accettato. Sarebbe sciocco e antiscientifico non evidenziarlo ed è lì che vanno ad agire i farmaci: nell’andare a riequilibrare quei neurotrasmettitori che si sono alterati.

Però, di fatto che cosa accade?

Il neurotrasmettitore è un mediatore cioè, colui il quale trasporta delle informazioni. È come se io chiedessi a qualcuno di rendersi latore di un’informazione fastidiosa. Nel tragitto, costui potrebbe essere disturbato da fattori esterni (persone, circostanze, etc.) “dissuasori”: e questi sono i farmaci. In tal modo, il messaggio non viene più portato ma, alla lunga se mi accorgo di questo subdolo “doppio gioco”, cercherò un altro interlocutore o minaccerò chi avrebbe dovuto eseguire il compito, affinché la mia forza decisionale sia superiore alla paura inibente del malcapitato.

Insomma, anche scegliendo il percorso farmacologico, è necessario operare in maniera da modificare gli aspetti salienti e “critici” della propria vita.

Quanto riportato nell’aforisma proposto, è una logica conseguenza perché, nel momento in cui io mi rispecchio negli altri per cercare una conferma o anche una critica che mi metta in condizione di cambiare, plasmandomi su quello che penso essere la scelta altrui, il giudizio altrui, l’intenzione altrui… io, poi, in quello specchio finirò con l’incontrare chi?

Una folla di maschere che non mi apparterranno perché, per un certo periodo della mia vita, soprattutto se sono spinto da una forza consistente, perché mi hanno messo in grado di poter camminare a prescindere dal dolore che provo, dalla sofferenza che provo, ecco farò leva proprio su questa forza e su un considerevole quantitativo di presunzione.

Andando avanti nel tempo, le forze cominceranno a ridursi perché, oltre all’avanzare dell’età, soprattutto comincio a perdere motivazione e mordente nel continuare a combattere quando poi scopro, a volte, che mi ritrovo al punto di partenza o, almeno, credo di trovarmi al punto di partenza.

Quindi, la presunzione da sola non basterà perché non saprò più dove poggiarla: forza non ne avrò o non sarò più disponibile ad attivarla… e, allora, mi fermerò e le problematiche mi raggiungeranno.

Quali problematiche?

Per esempio: domande semplici ma al tempo stesso opprimenti: “Ma io chi sono? Che cosa ho fatto nella mia vita? Ma, essenzialmente, cosa avrei voluto fare? Partendo da dove? Ma mi sono mai soffermato a parlarmi? Ma mi sono mai guardato in quella fonte per stabilire perché mi sono sentito un narciso? Ho mai domandato a me stesso come mai ho imposto allo specchio, servo delle mie brame, di farmi dire che io ero il migliore del reame? Me lo sono inventato? Ho voluto vederlo? Ho voluto credere a quello che gli altri dicevano? Ho voluto pensare che gli altri pensassero di dirmi alcune cose?”

Perché poi, spesso, siamo noi a muovere le fila della nostra vita convinti che gli altri vorrebbero quello da noi… e magari, gli altri, pensano a tutt’altro! E quindi, poi, diventa tutto un discorso nostro che ci complica ulteriormente la vita e, alla fine, scopriamo che lo specchio non ha più alcuna immagine perché noi non sappiamo chi siamo.

È come un bambino piccolo che si vede in uno specchio e si domanda: “E adesso, costui chi è?” Tutto ciò che noi non riconosciamo come nostro, non ci appartiene e finirà che vivremo un paradosso: gli altri ci “appartengono” e saranno “noi”, anche se ci distruggeranno, almeno, ci distruggerà il rapporto con gli altri; noi non ci apparterremo perché non ci siamo mai “visti” veramente… ed è questo il vero problema!”

Era una mattinata movimentata, quando un anziano gentiluomo di un’ottantina di anni arrivò per farsi rimuovere dei punti da una ferita al pollice. Disse che aveva molta fretta perché aveva un appuntamento alle 9:00. Rilevai la pressione e lo feci sedere, ben sapendo che sarebbe passata oltre un’ora prima che qualcuno potesse medicarlo. Lo vedevo guardare, continuamente, il suo orologio e decisi, dal momento che non avevo impegni con altri pazienti, che mi sarei occupato io della ferita. Ad un primo esame, la ferita sembrava quasi guarita; andai a prendere gli strumenti necessari per rimuovere la sutura e rimedicargli la ferita. Mentre mi prendevo cura di lui, gli chiesi se per caso avesse un altro appuntamento medico, dato che aveva tanta fretta. L’anziano signore mi rispose che doveva andare alla Casa di cura per far colazione con sua moglie. Mi informai della salute e mi disse che Lei era affetta, da tempo, dall’Alzheimer. Gli chiesi se la moglie si preoccupasse nel caso facesse un po’ tardi. Lui mi rispose che Lei non lo riconosceva più, già da 5 anni. Fui sorpreso, e chiesi “E va ancora ogni mattina a trovarla, anche se non sa, chi é lei?”. L’uomo sorrise e mi batté la mano sulla spalla, dicendo: ”Lei non sa più chi sono io, ma io so ancora, perfettamente, chi é Lei per me” ..

Gassman e le nevrosi

A. Gassman: “Si, il rapporto con mio nonno per mio padre credo che sia stato il trauma iniziale, nel senso che mio nonno è morto quando mio padre aveva quattordici anni, era un tedesco, era un ingegnere era, come del resto gran parte della nostra famiglia, un gigante, ma lui lo era veramente, era veramente una montagna umana, era un uomo di oltre due metri; nel libro di mia sorella Paola viene descritto l’arrivo di mio nonno, per chiarificare di chi stiamo parlando, un uomo che appena laureato in ingegneria, dalla Germania con un suo amico decise adesso che ci siamo laureati dobbiamo fare la cosa piùimportante della nostra vita, dobbiamo trovare le donne dalla nostra vita. Dove sono le donne più belle del mondo? Sono in Italia! Andiamo in Italia! E a piedi, dalla Foresta Nera arrivarono a Genova attraversando le Alpi a piedi e, per curare le vesciche che avevano sotto i piedi andarono da un medico a Genova e quel medico era il padre di mia nonna. Non era uno dotato di tantissima pazienza anzi, era spesso e volentieri nervoso e anche aggressivo nei confronti dei suoi figli e anche dei suoi attori. Era molto famoso da lanciare scarpe sugli attori anche da lunghissima distanza e data la sua, come dire, il suo passato sportivo come cestista spesso coglieva il segno, prendeva in fronte l’attore anche dalla platea”

Voce narrante: “L’unica passione di Gassman in fondo, è il teatro. Per ore e ore ogni giorno esercita ossessivamente la voce e la memoria spesso studiando anche di notte. Si acuiscono così le piccole nevrosi di cui soffre e riesplode una malattia che egli si porta dietro dall’infanzia: il sonnambulismo”.

P. Villaggio: “Manie, manie, manie, manie, oltretutto del tutto irrazionali per un uomo razionale com’era Gassman, lui era un cartesiano puro”.

A. Gassman: “Era un igenista, disinfettava sempre le forchette, i coltelli e i bicchieri con il limone”.

A. Gassman: “In città che riteneva non sufficientemente pulite, a suo modo di vedere, fingeva sempre un male alla mano e quindi quando gli chiedevano la mano diceva: “scusi le do il dito ho una mano rotta” “scusi!” dava sempre il dito, o il gomito addirittura”.

M. Monicelli: “Scriveva, scriveva sempre e allora a un certo momento, gli chiesi: ma cosa scrivi sempre? E lui disse: Mi scrivo quello che farò, quello che devo fare fra… E si scriveva quello che avrebbe fatto anche fra sei mesi.”

Manie irrazionali in un uomo così razionale!

Ma la sua razionalità lo ha portato a vivere in maniera illogica per proteggersi da se stesso e da quella spinta che aveva grazie a quel tipo di padre. Insomma, dalla Foresta Nera a Genova a piedi per cercare la donna della propria vita!

Doveva essere difficile vivere con un uomo del genere, perché la sua determinazione andava oltre il comune sopportabile e questo lo costringeva (a Vittorio Gassman) a spingersi oltre i limiti del consentito per avere dei risultati.

Nel filmato precedente, abbiamo visto come allenava la voce! Noi apprezziamo alcuni personaggi quando declamano poesie o copioni all’altezza della situazione però non sappiamo che cosa c’è dietro perché, dietro una voce di quel tipo c’è molto allenamento, altrimenti si avrebbe una voce “comune”.

Possiamo fare un esperimento, chiunque può farlo. Basta prendere un foglio e una penna e disegnare una circonferenza. Questa, più o meno, rappresenterà un essere umano in equilibrio, senza virtù particolari, senza elementi di debolezza in particolare e sufficientemente in equilibrio, perché la sfera è il corpo più in equilibrio che ci possa essere.

Se noi prendiamo una parte di questa circonferenza e la allunghiamo, per mantenere una sorta di lunghezza di circonferenza uguale alla prima, dalla parte opposta dobbiamo creare una specie di slargamento all’interno e, quindi, avremmo due specie di “nasi”: uno verso fuori e uno verso dentro. Ora, se proviamo ad osservare il foglio dalla parte opposta, ci sembrerà di avere in mano una specie di tenaglia, un packman, che mangia tutti.

Cosa è accaduto?

Che la punta del naso all’infuori è l’eccellenza che noi vediamo, per cui diremo di quella persona: “E’ fuori dal comune, è eccezionale, è veramente un’opera d’arte!”

Dalla parte opposta, però, lui (o lei) avrà creato un punto di estrema vulnerabilità perché, comunque, per restare con le stesse dimensioni, accanto a punte di eccellenze, ci saranno elementi scarsamente coltivati e, quindi, con scarso rendimento, perché ci si sarà occupati solo di un aspetto e non di tutto il resto della propria personalità.

Ma chi ci vede dalla parte opposta, non capirà che quello sprofondo è un problema perché vedrà quell’abisso, come una bocca che lo vuole mangiare. Ecco perché, a volte, non siamo capiti dagli altri e, quando chiediamo aiuto, gli altri pensano che ce li vogliamo inglobare mentre invece, ironia della sorte, stiamo crollando.

Il risultato finale, per provare a farci intendere dagli altri, sarà quello di collassare deprimendoci, perché soltanto a quel punto gli altri, probabilmente, arriveranno a concludere che non costituiamo più un pericolo.

Ogniqualvolta cerchiamo di raggiungere il successo per elevarci dalla massa, pagheremo un prezzo legato al fatto che per salire, avremo inventato qualcosa che ci consente di volare ma, siccome non siamo nati per volare con le nostre ali, o fingeremo o saremo attaccati ad un filo o avremo utilizzato un elastico e il nostro volo sarà una parabola che immancabilmente ci farà precipitare facendoci star male.

La morte non è niente. Sono solamente passato dall’altra parte. Quello che eravamo prima, l’uno per l’altro, lo siamo ancora. Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato. Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, delle cose che ci piacevano quando eravamo insieme. Prega, sorridi, pensami! La nostra vita è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza. Non sono lontano, sono dall’altra parte. Rassicurati, va tutto bene. Ritroverai il mio cuore, ne ritroverai la tenerezza purificata. Asciuga le tue lacrime, se mi ami: Il tuo sorriso è la mia pace. (S. Agostino )

Gassman e la depressione

E. Salce: “E’ la sua crescità, è un po’ tardiva è come una malattia esantematica fatta, invece che a sei anni, a sessanta.”

P. Gassman: “Direi che io me ne sono accorta, appunto cioè ce ne siamo accorti, in qualche modo, verso i cinquant’anni, però erano fasi, erano periodi, erano esaurimenti nervosi come si è sempre detto! Però poi finivano e poi in realtà queste fasi si sono poi allungate.”

V. Gassman: “In verità è che effetivamente finito lo spettacolo, come si dice, si è tristi. Tristi! Cioè si sente il vuoto”.

P. Gassman: “Perché, non scordiamoci che non è mai stato equilibrato non è mai stato la persona di sano equilibrio. È sempre stato su di giri oppure giù di giri totalmente”.

V. Gassman: “Ma poi sai, ognuno ha una depressione sua, dipende anche da lui, dalla sua storia. Io so che quella malattia è stato il pedaggio a una professione fatta a lungo e che contiene i suoi pericoli. Non so come dire, è tutto come dietro uno specchio, cessa tutte le reazioni, l’appetito, l’eros non ne parliamo, gli interessi culturali. Il pubblico ha sempre pensato un uomo molto sucuro di se, molto forte, non è vero niente. Ho scoperto questo, di essere fragile come una mammola.”

P. Villaggio: “Lui ha avuto una stampella straordinaria nella vita; ha avuto un trionfo, era un bell’uomo, era Gassman, era addirittura grande e per trent’anni, trentacinque anni è stato grande: quando è venuta a mancare la stampella, lui ha vacillato”.

E. Salce: In un giorno solo, lui è stato soverchiato, schiacciato da duecento pensieri, cioè: “Oh Dio! Ho dei figli, ho delle famiglie, ho la prostata, non guadagno più come prima, ci sono altri attori che adesso sono famosi”… e Boom! Tutto in un giorno solo gli è capitato.”

Dino Risi: Un giorno ero con Gasman qui su questa terrazza, di fronte allo zoo, e in una gabbia c’era una povera aquila seduta sul ramo di un albero di cemento e Gasman, che era in un periodo molto difficile della sua vita, non stava assolutamente bene e disse: “Quell’aquila sono io! Perché anch’io sto ore e ore fermo seduto su una sedia a guardare un muro” .

“Nonno!”

“Eh!”

“Non morire, ti prego!”

“Ci proverò!”

V. Gassman: “Mi disturba la morte è vero, credo sia un errore del Padreterno. Io non mi ritengo per niente indispensabile ma, immaginare il mondo senza di me! Che farete da soli?”

Nelle religioni, secondo il Swami, l’uomo finisce sempre per restare con una limitata visione di sé, appunto perché tutto ciò che l’lo percepisce è fuori dall’lo, e perché l’uomo prende per realtà indiscutibile quella distinzione fra sé e ciò che percepisce e conosce. Esattamente come fa l’onda, che vede l’oceano come una cosa diversa da sé. Eppure, appena l’onda si rende conto che è fatta d’acqua, che le altre onde sono fatte d’acqua e che l’oceano intero è solo acqua, il suo senso di inadeguatezza, di separazione svanisce.

Il problema sono io, e io sono la soluzione. Capire questo è la vera liberazione: la liberazione dall’illusione di essere una esistenza individuale, a se stante, per prendere coscienza della propria perfetta unità col tutto. Individualità significa solo limitazione.

Il punto importante -diceva il Swami -è che l’onda non ha bisogno di diventare l’oceano, deve solo rendersi conto di essere l’oceano. Si è quello che si è. Non c’è da cambiare, c’è semplicemente da capire chi si è.

Ma come può, l’uomo, fare questo salto di coscienza? Come può l’essenza dell’uomo, il Sé, riconoscersi nella Totalità? Ha bisogno di qualcuno che lo aiuti, che gli indichi la strada. Il Sé non può conoscersi da solo. Da qui la necessità di un guru, di uno che rompe l’oscurità dell’ignoranza. La classica storia con cui da secoli in Indìa si è fatta capire questa necessità è la seguente.

In un Gurukulam ci sono dieci studenti. Un giorno decidono di andare in pellegrinaggio e uno di loro viene incaricato di essere il responsabile del gruppo. I dieci partono. A un certo punto devono attraversare un fiume. Il capo chiede se sanno nuotare. Sì, tutti. Arrivati sull’altra sponda, il capo li conta e con terribile sorpresa scopre che sono solo nove. Li conta di nuovo e la somma è sempre nove. Disperati, gli studenti si mettono a chiamare, a scrutare l’acqua. Dov’è il decimo? Di lui non ci sono tracce, non il cadavere, non i vestiti, non un urlo, niente. Piangono, non sanno più cosa fare, quando un vecchio che da lontano ha seguito la scena si avvicna al gruppo e dice:

“Non c’è ragione di essere tristi. Il decimo uomo non è andato perso. Il decimo c’è”.

“Dove? Come?” chiedono gli shisha.

“Il decimo è qui, ora, fra di voi”.

Gli studenti sono increduli.

“E’ qui e potete trovarlo senza fare un passo”, insiste il vecchio.

Il capo riprova. Puntando il dito al petto di ognuno dei suoi compagni lentamente conta: “Uno, due, tre…otto, nove”. Il vecchio punta il dito al petto del capo: “…e dieci! Il decimo sei tu!”

I ragazzi capiscono e proseguono nel loro pellegrinaggio.

Il vecchio non ha fatto che indicare l’ovvio: colui che cerca è il cercato. Lui è il problema e lui è la soluzione. E la soluzione sta semplicemente nella scoperta di se stessi. Come nel caso dell’onda, il capo non deve diventare il decimo studente, deve solo riconoscere di essere il decimo.(Tiziano Terzani – Un altro giro di giostra)

Quando ti metterai in viaggio per Itaca, devi augurarti che la strada sia lunga fertile in avventure e in esperienze. I Lestrigoni e i Ciclopi o la furia di Nettuno, non temere…non sarà questo il genere d’incontri, se il pensiero resta alto e il sentimento fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo. In Ciclopi e Lestrigoni, no certo nè nell’irato Nettuno incapperai se non li porti dentro se l’anima non te li mette contro. Devi augurarti che la strada sia lunga, che i mattini d’estate siano tanti quando nei porti (finalmente e con che gioia)
toccherai terra tu per la prima volta: negli empori fenici indugia e acquista madreperle coralli ebano e ambre tutta merce fina, anche aromi penetranti d’ogni sorta… più aromi inebrianti che puoi. Va’ in molte città egizie, impara una quantità di cose dai dotti. Sempre devi avere in mente Itaca… raggiungerla sia il pensiero costante. Soprattutto, non affrettare il viaggio. Fa’ che duri a lungo, per anni e che, da vecchio,metta piede sull’isola, tu, ricco dei tesori accumulati per strada senza aspettarti ricchezze da Itaca. Itaca ti ha dato il bel viaggio, senza di lei mai ti saresti messo in viaggio: che cos’altro ti aspetti? E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso. Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso… già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare (Itaca – Costantinos Kavafis)

G. M. – Medico Psicoterapeuta

Si ringrazia per la collaborazione, rispettivamente: Adelina Gentile (Counselor), Emanuela Governi (Dottore in Scienze Sociali, Mediatore Familiare, Counselor in formazione), Erminia Acri (Avvocato, Counselor), Francesca Miceli (Counselor), Mariella Cipparrone (Avvocato, Counselor).