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Non è, poi, così male.



Riflessioni


“Inconcepibile è, a volte, l’assurdità della vita. Vivere sapendo che si può soffrire in qualsiasi momento e, nello stesso tempo, sperare che tutto quanto si trasformi in gioia. Siamo esseri limitati nelle nostre azioni, nel nostro pensiero, eppure a volte ci sentiamo degli Dei. Comprendere che la vita è fatta così, di alti e di bassi, è capire noi stessi: la nostra intima natura di uomini ” (Andrea Filice).

Ho incontrato quest’Uomo (proprio con la “U” maiuscola) tanti anni fa, in una struttura psichiatrica. Forse il suo ruolo (da “ospite”) era sbagliato. Forse, era fuori posto anche il mio (da medico). Ci sono momenti, nella vita di ciascuno, in cui si vorrebbe poter dire qualcosa di importante alle persone cui teniamo di più. Non tanto per essere ricordati quanto, piuttosto, per donare quello che ci è costato tanta fatica ottenere.

Qualcosa di noi.

Spesso immaginiamo dialoghi con un figlio, anche quando non ne siamo “orfani”. Almeno all’anagrafe. Infatti, oltre a designare un rapporto di discendenza (o di appartenenza nobilitante), Figlio è il nome della seconda persona della Trinità. A volte, inoltre, tale termine può essere usato come appellativo affettuoso rivolto da una persona anziana o degna di considerazione. Come dire… possiamo essere genitori di chiunque sia disponibile ad ascoltarci, per trarre spunti significativi.

Per quel che mi riguarda, sono fiero di incontrare, ogni giorno, gli sguardi di due gocce perfette, che mi riconoscono nel nome di padre, in grado di riempirmi fino alla saturazione massima consentita.

Caro lettore (non importa che tu sia genitore o figlio) perché non proviamo, insieme, ad immaginare una lettera destinata alla persona a noi più cara?

“Mutano i cieli sotto i quali ti trovi ma non la situazione interiore, perché sono con te le cose da cui cerchi di fuggire” (Seneca)

Cosa aggiungere ai fiumi di bit (una volta erano d’inchiostro!) che ci inondano di tutto ciò che contribuisce ad aumentare il senso del precario globale esistenziale?

Esistono, nel mondo, alcune popolazioni che “vivono” senza orizzonte, visto che tutto intorno è avvolto da nebbia. Per loro il mondo, non finisce lì… quello è l’inizio di qualcosa che si riesce ad immaginare partendo dalla capacità di valutare senza troppi condizionamenti. Il consiglio dei molti, a questo punto, consiste, spesso, nel rinunciare e aspettare tempi migliori. Ed è un errore, perché il futuro è figlio del presente: quello che ti costruisci tu!

“Il genio è frutto dell’uno per cento dell’ intuizione e per il 99 per cento del sudore”.(Thomas Edison).

L’alternativa consiste nel far finta di nulla e procedere, presuntuosamente, confidando nella buona sorte. E anche questo è un errore!

“Ma… capitano, cos’è quella donna bianca in mezzo al mare? È solo un po’ di nebbia che annuncia il sole… andiamo avanti tranquillamente! (Titanic – F. de Gregori)

Ma cosa potremmo mai rispondere ad un padre che “si” ripete, con un filo di voce che: “Non è sufficiente un intero paese per educare un figlio”?


E ad una madre con gli occhi incavati che domanda, ossessivamente: “Perché mio figlio… la droga, questa sofferenza indicibile, perché mio figlio… dentro una cella, in un carcere, senza essere ancora un delinquente”?


Nella vita di ciascuno, in fondo, il gruppo ha una grande importanza: è dalla sua struttura, dalle sue regole, nelle sue dinamiche, dagli strumenti usati, che dovrebbe venir fuori il meglio della personalità di ciascuno. Mai come in questo periodo, più di qualcosa interferisce, oppone resistenza, “Una legge non scritta, un codice morale contrapposto e antitetico alla realtà sociale, fa sì che il plotone spinga e obblighi a conformarsi, a testuggine, dentro un quadrato poco propenso alla mediazione” (Vincenzo Andraous).


Sempre più orientati verso l’individualismo e il narcisismo. Così appaiono gli abitanti del mondo occidentale, quello che si sta sgretolando sotto i colpi di quattro speculatori da strapazzo (si, perchè chi approfitta degli errori per mettere in ginocchio intere popolazioni, merita il peggio delle contumelie!). E in questo, come siamo messi, all’interno del “Bel Paese”?

“Italiani allo specchio: La crescente sregolazione delle pulsioni”.

Questo il titolo di uno degli ultimi rapporti del Censis, che è il Centro Studi Investimenti Sociali, istituto di ricerca socioeconomica fondato nel 1964, grazie alla partecipazione di alcuni enti pubblici e privati. Da oltre quarant’anni svolge attività di studio e consulenza nella formazione, nel lavoro, nell’ambiente e nell’economia. Ci possiamo, in un certo qual modo, fidare, perché i suoi clienti sono essenzialmente gli apparati centrali e periferici dello Stato (Ministeri), enti locali (Comuni, Province e Regioni) ma anche grandi aziende sia private che pubbliche e organismi nazionali e internazionali.

Nella nostra Società, esiste un “vuoto” di fondo percepito come l’eco di una pietra lanciata in un pozzo “senza fondo”. Tutto ciò, sempre secondo il CENSIS, fa aumentare l’uso di psicofarmaci: dal 2001 al 2009 le dosi giornaliere sono raddoppiate, passando da 16,2 a 34,7 per 1000 abitanti. Un incremento pari al 114,2%.

Tra gli altri fenomeni riscontrati: la crescita dei cocainomani in carico al Sert, e l’aumento dei giovani che si ubriacano regolarmente. Per quanto riguarda l’aspetto narcisistico degli italiani, nel 2010 si sono registrati 450 mila interventi di chirurgia estetica.

Una vita buttata alle ortiche, insomma! E quand’anche fosse?

Noi ci preoccupiamo, in fondo di cose che non conosciamo affatto. E quindi non sappiamo come affrontarle… magari trasformandole in opportunità.

Ad esempio, con la denominazione “ortica” si intendono varie specie di Urticaceae. Molti di noi (quando si andava in campagna, prima di chiuderci nei meandri di Facebook), hanno fatto almeno una volta (e a proprie spese) la conoscenza più o meno “bruciante” di questa erbacea, alla quale ben si addice l’appellativo di “burbero-benefica”. Infatti, è aggressiva soltanto nel difendersi da nemici voraci, per il resto è una pianta che potrebbe essere utile all’uomo in molti modi. Pur essendo comunissima e, quindi, facilmente reperibile, l’ortica viene utilizzata meno di quanto meriti. Il nome deriva dal latino urere (bruciare). L’ortica cresce spontanea nei luoghi incolti (in genere, lungo le strade, i fossi, le siepi, vicino alle case e nei boschi, dal mare fino ad un’altitudine di 2.500 metri). Sia il fusto che le foglie sono ricoperti di peli urticanti, il cui apice si spezza al tocco più lieve emettendo un liquido irritante.

Le proprietà dell’ortica si conoscevano già nell’antichità. Castore Durante, ad esempio, nel suo “Herbario Nuovo” (1585), dopo aver detto: “E’ così notissima pianta l’ortica, che si conosce da ciascuno fino nella notte oscura”, elencò una tale quantità di “virtù di dentro” e di “virtù di fuori” da far venire il capogiro. (dalla cura per l’enuresi notturna, ai problemi di pelle, passando per le irritazioni intestinali e terminando, tra l’altro con i problemi di coagulazione sanguigna).

“Il presente del passato si chiama memoria, il presente del presente si chiama azione, il presente del futuro si chiama intuizione” (Jill Villeneuve).

Non avevo nulla di terribile da confessare. Dovevo solo presentarmi, ma avevo deciso di farlo senza riferirmi in alcun modo all’io che ero stato. E questo mi sembrò una liberazione. Il mio nome, il mio lavoro, la mia nazionalità, tutto quello a cui un tempo sarei ricorso per definirmi, non mi parevano più “miei”. Non mi riconoscevo più in quei pezzi d’identità. Mi ci si sentivo intrappolato. Certo: erano parte della vita che avevo fatto, la vita di cui avevo goduto, ma erano anche i pezzi della vita che mi aveva portato prima alla depressione, poi al resto. E il lasciarmi tutto alle spalle per avviarmi verso qualcosa di completamente nuovo, era un vero sollievo.

Contavo sul loro aiuto. Che mi chiamassero Anam, il Senzanome.

Ebbi l’impressione d’essermi scaricato di dosso un sacco che, per anni, avevo portato sulle spalle e che, solo ora, scoprivo essere stato pieno di sassi e non di pietre preziose. L’Io, che inutile peso! Mi ero davvero stancato del mio, di quella figura che dovevo sempre portarmi dietro e ripresentare al pubblico. Quante volte in aereo, in treno, a una cena in casa di un diplomatico o al ricevimento di un qualche ministro avevo dovuto, con una obbligatorietà a cui non sapevo sottrarmi, raccontare per l’ennesima volta i soliti, divertenti aneddoti della mia vita, spiegare perché, da italiano, scrivevo per un settimanale tedesco come Der Spiegel! Avevo tanto riso dei giapponesi con il loro “io” legato a ciò che sta scritto sui loro biglietti da visita (in cui sotto al nome, e più importante di quello, sono indicati il titolo e la posizione che occupano nella loro azienda). Io mi ero comportato esattamente allo stesso modo: per essere preso in considerazione, per non essere messo da parte presentavo anch’io, recitato invece che stampato, il mio biglietto da visita: quella identità di me da cui sembravo così tanto dipendere.

L’identità falsata e lontano da quello che Madre Natura avrebbe voluto da noi, come fosse un congegno delicato, richiedeva manutenzione, doveva essere lucidata, bisognava cambiarle l’olio. Di quel tipo di identità andava curato ogni aspetto: la pettinatura, il vestito, il modo di presentarsi, di telefonare, di mantenere i contatti, di rispondere agli inviti. Nel mio caso…. anche il modo di cominciare un articolo! “Vali quel che valeva il tuo ultimo pezzo”, mi avevano spiegato più volte! (Tiziano Terzani – Un altro giro di giostra – TEA Ed.)

Caro lettore, quante fughe all’indietro (tentando di convincerci che non era una ritirata ma solo un modo per confondere il nemico) abbiamo subito, per essere all’altezza di quell’Io fasullo, imposto da una Società immatura, non ancora cresciuta… eppure già decrepita? Libertà, si… ma non quella contestataria delle molotov, dei tubi di birra e delle lunghe piste di polvere bianca… abbiamo, finalmente, il coraggio di provare cosa vuol dire, veramente, avere paura!

La paura di aver sprecato una vita, di averla gettata alle ortiche.

A parte il fatto che farebbe bene alla nostra salute, usare un po’ di quella pianta officinale ma poi, pensateci bene: quanti “Rais” in meno avremmo, in giro, a far danno?

“La strada per il successo è ben asfaltata. Le vie per raggiungerla, no! Ecco perché bisogna passare da un fallimento all’altro senza arrendersi mai” (Winston Churchill).

 

G. M.

Si ringrazia Erminia Acri per la collaborazione nella stesura del dattiloscritto