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Una proposta indecente?


A spasso, verso un futuro migliore!


Chissà, chissà domani su che cosa metteremo le mani? Se si potrà contare ancora le onde del mare e alzare la testa. Non esser così seria, rimani. I russi, i russi, gli americani… no lacrime, non fermarti fino a domani! Sarà stato forse un tuono, non mi meraviglio, è una notte di fuoco. Dove sono le tue mani? Nascerà e non avrà paura, nostro figlio! E chissà come sarà, lui, domani! Su quali strade camminerà, cosa avrà nelle sue mani? Le sue mani! Si muoverà e potrà volare, nuoterà su una stella… come sei bella! E se è una femmina si chiamerà Futura. Il suo nome, detto questa notte, mette già paura. Sarà diversa, bella come una stella, sarai tu in miniatura! Ma non fermarti, voglio ancora baciarti! Chiudi i tuoi occhi, non voltarti indietro. Qui tutto il mondo sembra fatto di vetro e sta cadendo a pezzi come un vecchio presepio. Di più, muoviti più fretta di più, benedetta più su, nel silenzio tra le nuvole, più su che si arriva alla luna! Si, la luna… ma non è bella come te, questa luna è una sottana americana! Allora, su mettendoci di fianco, più su, guida tu che sono stanco, più su… in mezzo ai razzi e a un batticuore, più su son sicuro che c’e’ il sole ma che sole? È un cappello di ghiaccio, questo sole è una catena di ferro, senza amore, amore, amore, amore. Lento, lento adesso batte più lento… Ciao, come stai? Il tuo cuore lo sento i tuoi occhi così belli non li ho visti mai… ma adesso non voltarti, voglio ancora guardarti; non girare la testa… dove sono le tue mani? Aspettiamo che ritorni la luce, di sentire una voce aspettiamo senza avere paura, domani. (Lucio Dalla)

Volendo commentare questo aforisma, possiamo affermare che, nella vita, esistono dei parallelismi tra ciò che immaginiamo, quello che siamo e quello che proviamo in un determinato contesto. A dire il vero, Shakespeare, in questa interessante, intelligente riflessione, ha mostrato di essere sicuramente migliore di noi, perché, molte volte, noi non sappiamo esattamente cosa siamo.

A volte siamo vicini alla verità, a volte siamo in una dimensione diametralmente opposta. Allora, in un modo o nell’altro, in un senso o nell’altro, abbiamo un punto, che non possiamo neanche considerare di partenza perché è un punto di continuazione, a volte di discontinuità rispetto al passato.

Se impariamo a dialogare con noi stessi possiamo sicuramente ipotizzare, desumendolo, da dove siamo partiti, perché siamo arrivati nel punto in cui ci troviamo (in maniera più o meno chiara) sapere cosa siamo diventati, e, se siamo poco presuntuosi, concludiamo come ha detto Shakespeare:

“Non sappiamo quello che potremmo diventare, ma possiamo ipotizzarlo”.

E lo ipotizziamo, partendo da una serie di elementi: ad esempio, quanta tranquillità abbiamo maturato nel tempo, nel senso di poter contare su noi stessi qualunque cosa accada. A queste condizioni, hai la prova che puoi contare su te stesso, in funzione della motivazione, in base a quello che hai acquisito e che poi sai comunicare agli altri, per avere delle risposte che ti diano stimolo a continuare.

A questo punto, cosa importa o quanto importa cosa potremmo diventare?

Qualunque cosa saremo, qualunque cosa faremo, partendo da questi presupposti sarà sicuramente il meglio che saremo riusciti a realizzare. Per questo, in anticipo, dovremmo essere contenti, per saperci, poi, godere tutto il di più che, rispetto a quello che presumiamo, riusciremo a determinare.


Proposta indecente è un film drammatico del 1993 diretto da Adrian Lyne. Basato sull’omonimo romanzo di Jack Enghelhard, è interpretato da Robert Redford, Demi Moore e Woody Harrelson.

Proporre ad un essere umano di aspirare ad essere migliore può sembrare una proposta indecente?

Al d là del valore un po’ discutibile del film, una parte appare significativa…


La grande architettura può nascere solo dalla vostra passione, e anche quella non vi assicura un lavoro. Louis Kahn morì nella toilette alla stazione di Penn; per giorni nessuno fece richiesta del corpo. Guardate questo, non è bello? Gli uomini con i soldi non piansero per lui, perché con i grandi è impossibile trattare; sono una spina nel fianco, perchè sanno benissimo che se fanno il loro lavoro con impegno, se raggiungono il massimo della bellezza, possono veramente sollevare lo spirito umano, portarlo su un piano più alto. Che cos’è questo?

Un Mattone.

Bene, cos’altro?

Un’arma!

Louis Kahn diceva che anche un mattone vuol essere qualcosa. Un mattone vuol essere qualcosa, ha aspirazioni. Anche un comune, ordinario mattone vuol essere qualcosa più di ciò che è, vuol essere qualcosa di meglio di ciò che è. E’ questo che dobbiamo sentire anche noi.

Indecente è un termine che deriva, etimologicamente, dal latino… e significa “non conforme a quello che la morale o l’etica corrente indicano come accettabile e in grado di rispettare le aspettative di persone che contribuiscono a costituire la società”.

Proposta è qualcosa che si mette in evidenza a qualcuno per avere una risposta, si presume affermativa, in termini di disponibilità.

Allora, noi proponiamo a qualcuno un’idea, un modello, aspettandoci che aderisca a quanto noi stiamo descrivendo ma, se questo modello si allontana da quelli che sono i dettami del momento storico, del contesto geografico, che si ritengono essere corretti, allora la persona può guardarci, dopo averci ascoltato, e considerarci degli individui strani, al limite dell’indecenza.

Molte volte, ci sentiamo “fuori misura” quando, nonostante le nostre migliori intenzioni, chi ci sta intorno, si aspetta qualcosa di diverso, da ciò che siamo; qualcosa di più conformato alle aspettative correnti e “borghesi”. Questo significa che ci si aspetta il doversi adattare al mondo esterno, a chi ascolta e osserva.

Ma chi ti ascolta e chi ti osserva cosa fa durante il giorno? E’ impegnato nelle proprie attività. E poi da chi o da cosa prende informazioni? Da contesti. Su cosa si basano questi contesti? Sul consenso. Allora, questi contesti cercano di essere un modello accettabile dai più. Ma la gran parte dei più finisce con l’essere plasmato in maniera tale da essere considerato un oggetto da quei contesti, da quei media che, per avere il consenso di chi ascolta e di chi osserva, devono plasmarsi su questi ultimi che si plasmano sui primi. Insomma, si finisce in una confusione per cui, quando tu proponi di fare qualcosa di diverso, capace di andare “oltre”, ecco che, ciò, viene inteso come qualcosa di strambo o di strano, al limite dell’indecenza!

Anche un mattone vuol essere qualcosa. L’affermazione sembra metaforica! Ma possiamo andare anche al di là della metafora, perchè un mattone, dentro, ha una struttura che lo compone, su base molecolare; e le molecole sono composte da elementi più piccoli che si chiamano atomi, che (anche se la fisica moderna ha modificato un po’ questa visione) possiamo ancora immaginare come dei sistemi solari in miniatura con un nucleo centrale e dei pianetini che girano intorno (magari, rispetto al sistema solare, in maniera meno ordinata) che si chiamano elettroni.

Fra questo nucleo centrale e gli elettroni c’è uno scambio continuo di informazioni. Queste informazioni verranno passate ad altri elettroni, per poi essere inviate ad altri atomi. È e da lì, dal nucleo (nel suo interno), che nasce la vita. E col passaggio da un elettrone all’altro, questa vita continua.

Ma questa vita cos’è?

Questa vita è determinata da informazioni di base, che sono state inserite da chi ha costituito l’universo con delle regole fondamentali, che impongono a quelle particelle o a quell’energia che le particelle sprigionano, di migliorasi in continuazione. E’ così che si evolve un sistema. E allora anche quel mattone si aspetta di essere dell’altro, e, in effetti, nell’arco della Storia, anche il mattone è cambiato, certo, perchè chi ha studiato quella sostanza, quella struttura l’ha resa migliore, ma studiandola non ha fatto altro, quel qualcuno, che scoprire l’essenza intrinseca di quel mattone. E’ un po’ come una specie di caccia al tesoro per cui, lì dentro è contenuto tutto quello che serve per diventare migliori, però bisogna impegnarsi per riuscire a scoprirlo, in maniera tale che si crea una sinergia tra un qualcosa che non ti parla apparentemente, ma che ti dice un sacco di cose.

Non esiste l’elemento inerte in assoluto, perchè lì dove c’è energia sotto forma di microparticelle contenute in atomi, c’è movimento. Tant’è vero che un mattone, che sembra eternamente destinato a rimanere tale, nel tempo si trasforma (vuoi perchè ci batte il sole, vuoi perchè viene investito dal vento, dall’acqua) si plasma così come si plasma una roccia, così come si modifica la massa d’acqua che chiamiamo mare, così come ci modifichiamo noi che ci aspettiamo di voler essere qualcosa di più di ciò che siamo, lo ipotizziamo e, a volte, anzi quasi sempre, diventiamo qualcosa di diverso; non sempre riusciamo a mantenere quell’aspettativa che ci portava ad immaginare di poter produrre qualcosa di più. Forse è meglio cominciare a parlare in termini di meglio, nel senso che il meglio è qualcosa di più vicino alle leggi di natura, che ci porta verso un equilibrio, perchè rendere al meglio significa utilizzare nella maniera più opportuna le risorse di cui disponiamo in base alle motivazioni che abbiamo…

Perchè il nostro organismo è un sistema regolato da principi economici che dialogano tra loro in base a quello che dobbiamo fare (perchè lo “dobbiamo” fare), di quanto possiamo disporre e quanto siamo disponibili a dare per ottenere dei risultati che ci mettano in condizione di essere migliori e diversi, non solo per noi, ma anche per chi ci sta intorno.

Quindi, migliorare se stessi è un atto di egoismo positivo, perchè ne traggono vantaggio anche le persone che abbiamo intorno?

L’egoismo positivo si addentella con l’altruismo, ma in maniera più adeguata, perchè l’altruismo ci mette in condizione di pensare all’altro ma, siccome la nostra attività di pensiero non può determinare, contemporaneamente, due elaborati, due processazioni che porteranno alla costruzione di idee, ma una alla volta, anche se in maniera molto veloce, noi non possiamo pensare esclusivamente a noi o esclusivamente all’altro.

Evidentemente è legge di natura, è un principio fondamentale quello di dover pensare all’altro per poter migliorare noi stessi, affinché possiamo aiutare sempre meglio l’altro perchè l’altro aiuti noi attraverso una catena di solidarietà non sterile, ma finalizzata ad una crescita condivisa.

Ognuno di noi, dentro, ha dei potenziali immensi, che si esprimono attraverso quello che l’energia di cui siamo composti può dare. In fondo basta una variazione di lunghezza d’onda o di frequenza, quindi un numero di picchi di movimento dell’energia nell’unità di tempo, per fare una grande differenza. L’energia nucleare stessa può costruire una bomba distruttiva o può fornire energia per alimentare i bisogni di tutta la Società. E noi stessi dentro, in qualche modo, produciamo reazioni di tipo termonucleare perchè da piccole entità cellulari ricaviamo energia che consente di vivere e alimentare il nostro organismo a lungo. Quindi, il nostro obiettivo, la nostra parola d’ordine, dettata da regole universali, è la seguente: crescere interiormente per condividere, affinché possiamo crescere tutti e ricavare il meglio per star bene.

Ogni guerriero della luce ha avuto paura di affrontare un combattimento.
Ogni guerriero della luce ha tradito e mentito in passato.
Ogni guerriero della luce ha imboccato un cammino che non era il suo.
Ogni guerriero della luce ha sofferto per cose prive di importanza.
Ogni guerriero della luce ha pensato di non essere guerriero della luce.
Ogni guerriero della luce ha mancato ai suoi doveri spirituali.
Ogni guerriero della luce ha detto “sì” quando avrebbe dovuto dire “no”.
Ogni guerriero della luce ha ferito qualcuno che amava.
Perciò è un guerriero della luce: perché ha passato queste esperienze, e non ha perduto la speranza di essere migliore.

(Paulo Coelho – “Manuale del guerriero della luce”)

Siamo tutti guerrieri della luce?

Riuscire a diventarlo. Quello è l’obiettivo! Ma come arrivarci? Nell’immagine proposta, partendo dal riquadro in alto a sinistra, si vede un “uomo solo” che cammina nel mare, che è fonte della vita, quindi della saggezza, se vogliamo; passando al riquadro in alto a destra, vediamo che quest’uomo, in realtà, è un guerriero, che si lancia contro tutto, probabilmente avrà paura, ma è pronto a qualsiasi battaglia… ed ha la sua armatura, quello che ritiene sia necessario per affrontare i cimenti.

La sequenza procede col riquadro in basso a sinistra. Quest’uomo è diventato migliore, non ha più bisogno dell’armatura e, insieme al suo amico, che può essere un lupo o un cane (ognuno può immaginare quello che ritiene più giusto), non abbaia alla luna, ma canta alla luna il suo canto di vittoria, come persona, persona che ritroviamo nel riquadro in basso a destra: “solo un uomo”, non più un uomo solo, solo un uomo capace di grandi risultati.

“Guerriero” è qualcosa di diverso rispetto al soldato: è un soldato che pensa, agisce, rispetta, combatte, muore, nel rispetto di ciò che ritiene essere giusto non perchè gli è stato comandato, ma perchè era quello che andava fatto. “Della luce” vuol dire “in grado di portare chiarezza”. Chiarezza, significa avere la possibilità di sapere cosa c’è lì dove stiamo vivendo, quello che è intorno a noi, quello che è dentro di noi. Chiarezza significa avere la possibilità di impattare con le tue responsabilità. Chiarezza significa poter scegliere, ed è un privilegio, se continuare, fermarti o cambiare. Chiarezza significa non costruire motivazioni che siano da utilizzare come attenuanti per una non riuscita, perchè, anche se ti sei allontanato da quello che ti proponevi, comunque hai prodotto qualcosa, ed è necessario che tu nei sia fiero, anche quando forse così non dovrebbe essere. Puoi non esser fiero di ciò che hai fatto, quando quello che hai fatto ha creato sofferenza, però devi esser fiero di aver ottenuto il privilegio di capire “perchè” lo hai fatto, quello che hai fatto, e di poter cambiare per migliorare: a quel punto, ti sarà data un’altra possibilità, diversa dalla prima, per poter meritare di stare al mondo.

In fondo, noi siamo quello che siamo anche per gli apprendimenti ricevuti. Quanto incidono, questi, sulla possibilità di cambiare?

Ciò che noi acquisiamo, determina ciò che siamo, perchè noi crediamo che sia giusto quello che gli altri ci mostrano che sia corretto fare o pensare, e che ci metta, poi, in condizione, di agire.

Quando proviamo ad andare verso una direzione diversa da quella che abbiamo imparato a conoscere, perché, un pò, sentiamo di tradire il messaggio che ci ha inviato una persona cui siamo o eravamo legati affettivamente. E quindi sentiamo un rimorso, produciamo dei sensi di colpa e paghiamo sulla nostra pelle. Basta questo a farci considerare comunque persone degne, perchè sbagliamo e paghiamo.

Certo, poi, sarebbe necessario andare oltre perchè, altrimenti, si entra in un circuito dal quale non si esce. Si creano delle abitudini che, se, da una parte sono corrette, perchè ci fanno risparmiare tempo ed energia, da un’altra, però, sono limitanti perchè ci impediscono di migliorare.

L’abitudine è come l’acqua all’interno di uno stagno, che non trova sfogo altrove. Nel tempo, quello stagno finirà con l’imputridirsi, perchè non c’è ricambio. In quel caso, però, ad un certo punto Madre Natura compensa perchè c’è la stagione delle piogge, che rinnova quell’acqua, oppure basta che cada un ramo e, in quell’acqua si creeranno delle onde concentriche che andranno verso l’esterno. Quel movimento fa entrare più ossigeno che rinnova la possibilità di una vita sana.

Questo significa che ognuno di noi, anche quando si trova all’interno di una struttura che gli impedisce di uscire (che sia detenuto, che sia malato, che sia sano ma impedito) ha sempre la possibilità di poter fare qualcosa per evolvere. In fondo noi abbiamo centinaia di miliardi di neuroni e molte più cellule della famiglia della nevroglia.

Ognuna di queste, ha una velocità di calcolo altissima (nel produrre idee); il che non vuol dire che noi siamo freddi come i computer ma, comunque, riusciamo ad essere distaccati dal problema quando costruiamo l’idea, immediatamente dopo la rivestiamo di emozioni, e quindi sentiamo e proviamo qualcosa che ci avvicina o ci distacca da quello che abbiamo considerato.

Possiamo imparare ad educare le nostre emozioni, non per diventare freddi o cattivi, bensì per diventare capaci di essere ben contestualizzati, per potere non privarci della condizione umana, ma per arricchirla, per riuscire ad essere più creativi, più costruttivi, più utili, anche nel momento in cui ci sentiamo incapaci e piangiamo e ci disperiamo.

In quei momenti, ci si accorge che la vita ha un prezzo, ma questo ti rende migliore, perchè ti mette in condizione di poter stabilire se continuare oppure no.

Esiste un meccanismo che si chiama “apoptosi” (che ognuno di noi ha dentro) e che mette in condizioni, la cellula, di decidere quando morire, nel momento in cui si rende conto (questa cellula) che non esistono più le condizioni per sopravvivere… e muore, lasciando spazio a nuove cellule. Quello che accade è eccezionalmente bello nella sua trasformazione non autodistruttiva, ma di nobiltà d’animo (si potrebbe dire) perchè lascia spazio ad altri che hanno maggiori prospettive, maggiori possibilità, perchè si mette in moto un sistema che rompe le parti vitali di questa cellula, senza romperne la membrana perchè, altrimenti, poi, i frammenti potrebbero intossicare l’ambiente circostante.

La membrana si deforma, ma non si rompe. Si deforma per richiamare l’attenzione del sistema immunitario, che la elimina, per riutilizzarla, come se fosse un termovalorizzatore, a produrre nuove cellule.

Se ci riflettiamo, anche noi come macrosistema siamo così: a volte ci opponiamo, ma non possiamo vincere.

Perchè siamo così? Perchè rispettiamo questi principi?

Intanto perchè lo vuole Madre Natura. Caro lettore, facciamo un esempio personale. Io sono nato nel 1964, i miei genitori qualche anno prima, intorno al 1930; loro, però, erano figli di genitori nati alla fine del diciannovesimo secolo. Allora io, pur essendo nato nel 1964, mi porto dietro condizionamenti ambientali, non dico di fine ottocento, ma sicuramente del 1920-1930; quindi, più o meno, sono un uomo che pur non potendosi considerare vecchio “dentro”, è datato abbastanza indietro nel tempo rispetto al periodo storico attuale. Benché io faccia di tutto (anche perché i miei studi mi inducono a farlo), per essere innovativo, mi porto dietro quel punto di partenza anagrafico reale.

E questo è un discorso che coinvolge ognuno di noi.

Quindi, è come se io fossi agganciato ad un elastico fissato ad un punto di partenza, datato (come media storica) intorno al 1930 e mi dovessi adattare al tempo che avanza, procedendo in avanti e allungando l’elastico, aumentando la tensione.

Ad ogni allungamento, ad ogni strattone che do a quest’elastico, c’è una forza che tende a riportarmi indietro… e questo mi mette in condizioni di rifiutare le novità consistenti, che mi farebbero allungare in maniera eccessiva.

Resisto, quando resisto, a quali condizioni?

Come qualsiasi essere umano, quando mi consento di riuscire ad adattarmi a tutto quello che vado incontrando. Solo allora pianto i miei picconi da arrampicatore per terra e mi posiziono in maniera salda, anche se sento che più vado avanti e più dovrò sopportare quella forza, quell’attrazione che mi vorrebbe far tornare indietro.

Perché l’elastico non si rompe?

Innanzitutto perché, se io procedo in maniera equilibrata e graduale, gli consento di “rilassarsi” così come accade alle pareti della vescica urinaria composte da cellule che formano un “epitelio di transizione”

L’epitelio di transizione è un epitelio (un tessuto di cellule) che si trova nelle vie urinarie (vescica, uretere e parte superiore dell’uretra) nelle quali il numero di strati e la forma delle cellule variano a seconda dello stato funzionale (distensione o contrazione) dell’organo.

Questo epitelio (detto anche epitelio urinario, urotelio, o uroepitelio) è costituito da due strati:

    • Lo strato di base, costituito da cellule cubiche e cellule a forma di clava;

  • Lo strato superiore, costituito da cellule ad ombrello che possono essere anche binucleate. È presente all’interno della vescica ed all’occorrenza, dovendo questa struttura contenere volumi variabili di liquido, si può estendere facendo dilatare le cellule a clava e facendo appiattire quelle ad ombrello.

Quando la vescica è vuota (contratta), l’epitelio assomiglia ad un epitelio stratificato cubico; gli elementi più profondi hanno forma cubica o cilindrica; ad essi seguono verso la superficie parecchi strati di cellule irregolarmente poliedriche, mentre lo strato superficiale è formato da grandi elementi, con una superficie libera convessa. Quando la vescica si distende per accumulo di urina, le cellule si appiattiscono ed in una certa misura scivolano le une tra le altre, di modo che lo spessore dell’epitelio si riduce, il numero di strati che lo compongono diminuisce e la superficie aumenta notevolmente. Questo tipo di epitelio può essere definito plastico, per la sua capacità di adattarsi alle modificazioni di volume dell’organo.

In questo modo, anche quando la vescica è piena, se attendiamo un po’ prima di svuotarla, avvertiremo una riduzione del senso di pieno: sarà come se, all’improvviso, fosse aumentata la capienza. Ecco perché, quando siamo impegnati in attività che catturano la nostra attenzione, ci dimentichiamo di dover fare pipì! E così accade per l’elastico della nostra vita, della nostra sopravvivenza. In base al piacere che provi, nel momento in cui fai quello che stai facendo, consenti a quell’elastico di fare uno scatto in più. Però arriverà il momento in cui non sarai più disponibile ad adattarti alle novità (che sono continue) perché, più andrai avanti nel tempo, più ti allontanerai dal punto di ancoraggio che creerà un’attrazione sempre maggiore, fino a che, o si romperà l’elastico, o verrai violentemente proiettato all’indietro. In un modo o nell’altro, in maniera inversamente proporzionale all’interesse verso i tuoi obiettivi, così avrà termine la tua vita. E anche la mia. Evviva la democrazia!

I ricercatori inglesi dell’università di Newcastle scoprono il ruolo del gene p21 situato all’estremità del sesto cromosoma. Grazie a questo studio si potranno rallentare le malattie come diabete e osteoporosi, ma anche combattere i deficit cognitivi. Al centro del processo di invecchiamento delle cellule c’è il gene p21 e forse potremo dire addio alle temute rughe, ma anche ad una vecchiaia dolorosa. Alla base di questa nuova e rivoluzionaria scoperta ci sono gli studi di un ricercatore italiano, Fabrizio D’Adda di Fagagna che spiega: “Il risultato ottenuto è importante perché mostra come in realtà l’invecchiamento sia determinato da un unico circuito al qual contribuiscono diversi meccanismi che finora molti credevano agissero anche separatamente”.

Ogni volta che le cellule si separano, le estremità dei cromosomi, i telomeri, si consumano, e questo porta a dei piccolissimi errori del DNA che la cellula ripara, ma che si accumulano e col tempo innescano meccanismi di stress e la produzione di radicali liberi che danneggiano la cellula. Non si prevede che da questa scoperta si passi direttamente alla produzione di farmaci, ma servirà a capire meglio come rallentare il processo di invecchiamento cellulare.

A volte, questo sistema di “ripristino” funziona a dovere; altre volte viene inibito da una serie di elementi. Caro lettore, più o meno questa cosa va, in un modo o in un altro, in base a come ti piace la vita. Quindi, più provi piacere nelle cose che fai più “durerai” a lungo. A lungo quanto? Fino a che la capacità di adattamento consentirà di rinnovare. Dopo di che sarai solo in grado di sopportare e, quindi, fintanto che il tuo organismo regge, procedi, ma comincerai a chiuderti sempre di più, perchè tutte le informazioni che vengono da fuori saranno troppe e, quindi, ti costringeranno a dover riconsiderare, riposizionarti, rivalutare… e ti sentirai sempre più straniero in patria e attiverai, macroscopicamente, quello che le cellule, con l’apoptosi, attivano in piccolo.

Cosa vuol dire adattarsi e cosa vuol dire sopportare? Qual è la differenza?

Entrambe le posizioni ci portano a concludere: è così che deve andare. Però, adattarci ci consente di utilizzare un elemento frustrante, quindi che ci dà fastidio, in un’occasione per studiare una strategia che ci consenta di risolvere quell’ostacolo, sempre che valga la pena di raggiungere l’obiettivo.

Dopo aver fatto ciò, ci saranno altri ostacoli, ma ci saranno anche altri obiettivi. Perchè continuare? Perchè evidentemente scopriamo che ne vale la pena, ne traiamo un vantaggio, e diamo un senso a tutto ciò che facciamo. In questo modo, l’adattamento ci ha consentito di diventare migliori; cioè, non solo abbiamo preso le misure ed abbiamo risolto quello che non andava ma, facendo ciò, siamo diventati più capaci di “affrontare”. Infatti, quello che prima non riuscivamo a risolvere, poi diventa normale amministrazione. Quindi, adattarci significa allenarci per diventare più performanti. Sopportare o subire, a volte, invece, ci porta a resistere alle intemperie, contando solo sulla nostra capacità di opposizione all’evento, però consumandoci. Sappiamo che è così che deve andare, ma più va così, più non vediamo l’ora di “andarcene”.

Il punto è che Madre Natura è del tutto indifferente rispetto alle nostre sorti, perchè lei vuole che noi siamo liberi di scegliere (si parla di libero arbitrio) e, a determinate condizioni, ci consente di andare avanti.

Quali sono le condizioni?

Quelle di essere migliori, da tutti i punti di vista. E allora meritiamo di “stare”, perchè, chi ci ha creato, ci ha inserito dei tesori all’interno di stanze nascoste, di cui possiamo scoprire i reconditi meandri, se seguiamo i principi del miglioramento di cui si sta parlando in questo lavoro. A queste condizioni, troviamo i tesori, li usiamo e andiamo avanti per un sacco di altro tempo. Altrimenti no, perchè saremo un peso e, quindi, come previsto in ogni sistema, dobbiamo lasciare spazio a chi se lo merita più di noi.

Come una cosa felice che cada, e silenziosa come la neve, dal cielo immenso a una piccola strada… Non si è trattato di un viaggio brev. All’improvviso sono caduta, aprendo gli occhi a sua insaputa, c’era nell’aria l’eco di un canto… nessun giudizio, nessun rimpianto. Come una cosa felice che cada, senza per questo sentirsi offesa, e senza chiedersi mai dove vada, o dove porti la sua discesa. Senza un motivo sono caduta; Goccia su goccia precipitata. Ed arrivata in fondo al mare, ho cominciato così a scavare fino ad avere la testa vuota, il cuore gonfio e l’anima ignota; fino a sentire sotto le vita…Il senso della vita! Come una cosa felice che cada, un filo d’erba da un’altalena che, ricoperta da quella rugiada, sembra che scriva un suo poema… Solo una frase due righe appena, ma il suo mistero già m’incatena. Nella natura non c’è progresso; il tempo passa ma è sempre adesso. Adesso sento per tutto il mondo, la gratitudine e un bene profondo; adesso sento sotto le dita, il senso della vita. Stupidamente, come si sente il pianto acuto di un neonato che ci sveglia la notte. Anzi, ci ha già svegliato! Il senso della vita… (Elsa Lisa – Il senso della vita)


G. M. – Medico Psicoterapeuta

Hanno collaborato alla realizzazione, Marilena Dattis (che ha formulato le domande) ed Erminia Acri (che ha dattiloscritto). Senza il loro aiuto, questo articolo non si sarebbe potuto realizzare e pubblicare.

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