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Oh, mia adorata!


 

Un lamento lieve ti sveglia nell’alba livida; l’amata compagna della vita giace per terra; un turbinio di dolore ti attanaglia; l’aiuto concitato dei figli ti ridesta per un attimo. Una corsa affannosa al seguito dell’ambulanza la cui sirena ti lacera i timpani, mentre l’amata, lentamente, lievemente, scivola nel nulla del coma.

Nel nosocomio un’équipe di specialisti inizia la battaglia contro l’ictus: voci concitate, ed un accorrere di infermieri e tecnici ti sfrecciano dinanzi, lasciandosi dietro una scia di medicinali che impregna il cuore e i muri.

Seduti nel corridoio, coniuge, figli, consanguinei ed amici tacciono, chiusi nel vuoto del dolore mentre aspetti…, aspetti con un filo di speranza, e nella mente ti ragionano le antiche preghiere. Poi, d’improvviso esce una barella, ai cui lati pendono flaconi e flebo che sostituiscono le funzioni vitali, appena al limite, sedate da farmaci che attenuano, almeno, l’infuriare del male. La diagnosi è grave mentre, inutilmente, cerchi di strappare un cenno che valga a lenire la tragedia che ti arde in petto.

Speranze?

Solo un leggero scuotere della testa: ed allora la speranza te la costruisci dentro; una speranza che rinnega la realtà. Dice C.MAGRIS :“….la speranza non nasce da una visione del mondo rassicurante ed ottimista, bensì dalla lacerazione dell’esistenza vissuta e patita senza veli”. Poi, d’improvviso, abbacinati da un sole di giugno, freddo come la pascoliana estate novembrina, giunge la fine, cessa ogni utopia, ed un corpo immoto, che si raffredda ed indurisce nell’abbraccio mortale conclude un’esistenza di amore, mentre la speranza si nasconde, pudica, per l’illusione che ha creato e lascia il posto ai ricordi, alla felicità di un vivere insieme che ha sparso fiumi di gioia, affetti maritali e filiali che ora si ergono come uno scudo divino contro l’ineluttabilità dell’epilogo finale.

Alla mia adorata Teresa, il mio pianto raffrenato da un mesto e malinconico sorriso che mi invita a continuare nell’estenuante attesa dell’ultima ascesa.

GIUGNO 2010

Giuseppe Chiaia.

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