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Brevi cenni sul mondo che cambia.


Approfondimenti Sociali

1.1 La globalizzazione: il sistema

La globalizzazione è un fenomeno complesso al cui interno si intrecciano fattori di ordine economico, politico e culturale. Come sottolinea Pizzorno, parlare di globalizzazione significa riferirsi “ad almeno quattro componenti di un fenomeno più generale; e queste non necessariamente appaiono direttamente connesse fra loro. Una è ovviamente quella economica. In questo caso si ha in mente di volta in volta sia lo sviluppo del commercio estero e degli investimenti internazionali; sia la formazione di imprese transnazionali (…) sia l’aumento del flusso finanziario di portafoglio tra i diversi mercati finanziari (…). Un’altra componente (…) è quella tecnologica, riassumentesi essenzialmente nella pratica abolizione della distanza fra le comunicazioni e nella nuova capacità di immagazzinamento delle informazioni. Una terza si riferisce alle modificazioni nell’ordine giuridico e nella posizione dello Stato di fronte al mercato internazionale (…). Infine, quella che è di ordine geopolitico, e che appare come inclusiva delle altre” [Pizzorno 2004, p. 89].

Nel loro concreto funzionamento, le società contemporanee risentono, quindi, delle trasformazioni indotte dai processi di globalizzazione la quale, tenendo conto di quanto su detto, può essere concettualizzata come la “combinazione di due sconnessioni”: una a livello strutturale e l’altra a livello individuale [Giaccardi, Magatti 2001, p. 22-27]. Ciò significa che siamo di fronte ad una doppia crisi che investe da un lato i soggetti e dall’altro lato le sfere istituzionali. A livello macro, l’elemento principale da tenere in considerazione è il progressivo sgretolamento e la destrutturazione degli assetti internazionali definiti alla fine del secondo conflitto mondiale.

All’inizio degli anni Settanta, lo scenario che faceva da sfondo al sistema economico capitalistico cambia in seguito all’abbandono del sistema di Bretton Woods e al conseguente passaggio da un regime di cambio fisso ad uno variabile. Il mutamento dello scenario entro il quale si era da sempre organizzata l’economia capitalista risente, inoltre, sia della crisi petrolifera del 1973-1974 che della formazione e dell’ascesa del mercato degli eurodollari [Aguiton 2001].

A partire dagli anni Ottanta, poi, uno straordinario sviluppo delle tecnologie legate alla comunicazione e all’informazione alimenta un intenso processo di espansione del commercio internazionale di cui diventano protagoniste assolute le imprese multinazionali. Le scelte strategiche effettuate da queste ultime, cui si accompagna il rapido sviluppo delle attività finanziarie delle economie dei paesi più ricchi, costituiscono i pilastri fondamentali della globalizzazione nella sua dimensione economica.

Lo sviluppo tecnologico è alimentato ed alimenta a sua volta un importante processo. Consentendo, infatti, nuove opportunità di mobilità e di connessioni materiali ed immateriali, esso produce quello che Magatti definisce processo di “a-spazialità”. Questo termine indica proprio la possibilità che si creino, nell’epoca della globalizzazione, delle dinamiche sociali che “tendenzialmente (…) prescindono dalla spazialità, dal luogo, dal territorio” [Magatti 2004, p. 10]. Lo studioso appena citato fa l’esempio del mercato, in particolare del mercato finanziario come chiara dimostrazione dell'”a-spazialità” prodotta dalla globalizzazione, ma anche di internet, il mondo virtuale che consente di avere relazioni sociali, economiche, politiche senza essere legati ad una precisa dimensione spaziale. L’idea di “spazio”, quindi, si riorganizza e si ricompone seguendo le dinamiche della globalizzazione, così come quella di “tempo” che si ridefinisce in maniera più complessa, perdendo quell’elemento di ordine che caratterizzava entrambi i fattori nei decenni passati.

Chiaramente tutti questi processi hanno luogo all’interno di una precisa cornice politica determinata soprattutto dalle scelte dei governi di Inghilterra e Stati Uniti fra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta.

Margaret Thatcher e Ronald Reagan, avviando una serie di politiche di liberalizzazione dei mercati, di deregolamentazione e di privatizzazione di attività precedentemente gestite dallo Stato, avallano la sempre maggiore riduzione del controllo e dell’intervento statale su una serie di attività di cui iniziano ad occuparsi sempre più imprese nazionali ed internazionali. Dopo il crollo del sistema sovietico fra il 1989 e il 1990, questo processo subisce un’ulteriore accelerazione determinando la definitiva scomparsa del modello statalista e il crescente intrecciarsi del progetto di globalizzazione neoliberista con l’espansione dell’egemonia statunitense. Come sottolineato da Pianta, “la globalizzazione neoliberista ha istituzionalizzato uno schiacciante potere di meccanismi economici -mercati e imprese- su diritti umani, progetti politici, bisogni sociali e priorità ambientali” [Pianta 2001, 19].

Dal punto di vista strutturale, quindi, il mescolarsi di tutti questi fattori di ordine politico, economico e tecnologico avvia un processo tale per cui “i confini degli stati hanno cominciato ad essere attraversati da flussi di merci, capitali, idee, informazioni e, non ultimi, esseri umani” [Magatti 2005, 11].

Le dinamiche fin qui descritte sono alla base della crisi regolativa delle istituzioni statali: l’azione pubblica degli Stati nazionali a poco a poco si ritira da molti ambiti dell’attività economica, la cui gestione è assunta progressivamente da soggetti internazionali, come il Wto (World Trade Organizations). Nato a metà degli anni ’90, in sostituzione dei Gatt (General Agreement on Tariffs and Trade), questo organismo amplia progressivamente i suoi poteri, seguendo una linea bel precisa, volta alla realizzazione di due obiettivi fondamentali: la riduzione delle tariffe doganali e l’apertura dei mercati.

Accanto al Wto altri soggetti di carattere internazionale allargano le loro competenze: il G8, il FMI, la Banca Mondiale assumono un profilo diverso da quello pensato alla fine della seconda guerra mondiale.

I processi di cui si parla si realizzano con rapidità, ma non senza generare alcun conflitto. Parallelamente alla globalizzazione neoliberista, infatti, nel corso degli anni Ottanta e Novanta, cioè nel periodo in cui iniziano ad affermarsi le politiche economiche neoliberiste e quelle che sanciscono il ruolo sempre più marginale della sfera pubblica nel sistema di potere mondiale, si sviluppano numerose mobilitazioni di protesta che accanto al sorgere di nuovi conflitti politici e sociali, trovano uno sbocco comune prima nella “battaglia di Seattle” nel 1999, e poi nelle contestazioni dei vertici internazionali.

L’insieme di queste proteste dimostra l’esistenza di un attore collettivo che, pur nella sua eterogeneità, individua nel processo di globalizzazione neoliberista e nelle istituzioni che lo guidano (prima fra tutte il Wto, l’Organizzazione Mondiale del Commercio) l’obiettivo verso cui dirigere il proprio dissenso. Gradualmente si fa strada una società civile, anch’essa globale, che contesta il potere delle multinazionali, dei gruppi finanziari che regolano i mercati mondiali, delle organizzazioni sovranazionali come il già citato Wto, o il G8, il FMI, e che chiede, invece, una globalizzazione dei diritti, delle responsabilità.

Al movimento di cui si parla è stata, spesso, attribuita la definizione di “no-global”, definizione certamente errata se si considera che gli stessi attivisti dichiarano di non opporsi alla globalizzazione tout court, ma alle degenerazioni dell’economia di mercato causate dal prevalere di scelte economiche neoliberiste.

Quello per cui i diversi settori che compongono il movimento globale si battono ha a che fare, invece, con la reazione alla disgregazione e alle diseguaglianze prodotte dai processi economici della globalizzazione, con la volontà di difendere gli equilibri naturali, i diritti umani, con la necessità avvertita, con urgenza sempre maggiore, di partecipare alla costruzione delle società nelle quali essi stessi vivono, limitando il potere di soggetti di carattere sovranazionale che difficilmente rispondono del loro operato ai singoli individui.

1.2 La globalizzazione: l’attore

La crisi di regolazione istituzionale, il cui effetto più evidente è l’indebolimento dei confini nazionali, non tocca solo la dimensione economica ma anche quella culturale poiché, come sottolinea Magatti, “non si globalizzano solo i mercati ma anche le società” [Magatti 2005, p. 210]. Ciò significa che le esperienze individuali e collettive e, in generale, l’organizzazione della vita contemporanea non possono essere pensate se non all’interno di una cornice che trova origine nell’idea di “globalità” [Beck 2000].

Questo termine, in effetti, ci permette di capire in maniera più approfondita i processi di cui stiamo parlando. Se, infatti, il termine “globalizzazione” diviene talvolta fuorviante perché utilizzato in maniera confusa per indicare un generale processo di omogeneizzazione globale, parlare di “globalità” significa, invece, dare conto della natura mondiale che caratterizza la società contemporanea, una natura tale per cui niente di quello che accade a livello locale può essere capito senza considerare quanto avviene a livello globale, e viceversa. Sullo sfondo di tali processi, il rapporto individuo-società cambia e diviene dipendente da un’importante dissociazione: quella fra economia e cultura, fra universo strumentale e universo simbolico [Touraine 1993]. L’epoca in cui viviamo si contraddistingue per la separazione fra una partecipazione pubblica ad una economia sempre più mondializzata, e una vita privata tendente in maniera progressiva all’autoreferenzialità, fra il sistema (attività tecnico-economica) e l’attore (coscienza di sé) [Touraine 1998].

Cerchiamo, quindi, di capire cosa comporta tale scissione a livello individuale.

I processi di globalizzazione si manifestano come intreccio di esperienze: il “globale” si introduce nella vita quotidiana degli individui imponendo, oltre ad una riformulazione dei modi tradizionali di organizzazione dei rapporti sociali, anche una commistione di pratiche locali con relazioni sociali globalizzate.

E’ così che eventi che accadono in luoghi lontani dai contesti quotidiani di interazione dell’individuo possono entrare a far parte della sua esperienza, producendo conseguenze anche nei processi di costruzione dell’identità personale.

L’individuo contemporaneo, in virtù dei flussi di informazioni che attraversano e modellano la sua esistenza tende ad assumere un carattere debole poiché esso, essendo privo di quei riferimenti cultuali precisi che, invece, possedeva fino a qualche decennio fa, rimane da solo in balìa delle mille opportunità che ha davanti, ma anche di una costante ricerca di autenticità.

Nell’epoca contemporanea, la costruzione dell'”Io” diviene, così, un “progetto riflessivo”, poiché l’individuo costruisce la propria identità “in mezzo alle strategie e alle opzioni fornite dai sistemi astratti” [Giddens 1994, p. 89]. Ciò significa che l’esperienza degli individui contemporanei non è più solo quella vissuta in prima persona, ma è anche quella “mediata”, cioè costruita su delle relazioni di tipo simbolico. Queste ultime nascono proprio in seguito allo sviluppo di uno dei motori fondamentali della società contemporanea: la separazione spazio-temporale che permette un’interazione a distanza, sganciata da precisi contesti localizzati. Lo sradicamento delle relazioni sociali da contesti ben definiti di interazione e la loro conseguente ricomposizione su archi spazio-temporali differenti si attua, come sottolinea Giddens, attraverso la creazione di “emblemi simbolici” e di “sistemi esperti”, cioè mediante l’impiego generalizzato di mezzi di scambio universali (come la moneta) e di sistemi di conoscenze scientifiche e tecniche professionali. Gli “emblemi simbolici” ed i “sistemi esperti” implicano la diffusione di un sentimento di fiducia in sistemi astratti e in principi impersonali. L’esistenza sociale diventerebbe, infatti, impensabile se non si riponesse fiducia in apparati impersonali, non visibili o controllabili in prima persona, ma direttamente o indirettamente coinvolti nella regolazione di ogni aspetto della vita sociale. Il punto fondamentale è, quindi, che “la natura delle istituzioni moderne è profondamente legata ai meccanismi della fiducia nei sistemi astratti, in particolare della fiducia nei sistemi esperti” [Ivi, 89].

1.3 Tendenze attuali: quali possibilità?

Come sottolineato nelle pagine precedenti, i processi di globalizzazione che si sviluppano in epoca contemporanea rendono il mondo interdipendente. Ciò significa che ciò che accade in uno qualunque degli elementi del sistema produce degli effetti, più o meno consistenti, su tutte le altre parti del sistema stesso.

Da un punto di vista economico, ciò comporta alcuni importanti cambiamenti. Da un lato, come visto, ci sono grandi imprese multinazionali che organizzano le loro produzioni a livello sovranazionale. In altri termini, esse massimizzano i loro profitti localizzando le differenti fasi produttive in paesi in cui il costo del lavoro e delle materie prime è minore e in cui meno pressanti sono i controlli statali sulla produzione. Dall’altro lato le economie dei paesi ricchi sono dominate da un inarrestabile processo di globalizzazione della finanza. Ciò significa, ad esempio, che singoli individui o, molto più spesso, grandi gruppi economici possono fare investimenti finanziari, comprare titoli ed obbligazioni in qualunque paese e in qualunque valuta, gestendo i profitti esclusivamente in base ai loro interessi.

Se, infatti, fino agli anni Ottanta lo stato nazionale manteneva un certo controllo sui movimenti di capitale per favorire sia un più equilibrato sviluppo economico sia maggiori possibilità di investimento nello stesso paese in cui i capitali finanziari venivano prodotti, con la liberalizzazione dell’attività finanziaria quel sistema di controlli si sgretola. Al suo posto vengono introdotti la libera mobilità dei capitali a cui, quasi naturalmente, si lega la possibilità di speculazioni finanziarie praticamente incontrollate.

Tenendo ben presente questi concetti, si capisce meglio come mai la crisi del mercato immobiliare statunitense, iniziata nell’estate del 2007, abbia dato il via in breve tempo ad una ben più grande crisi finanziaria. Quest’ultima, a sua volta, ha innescato un effetto domino che ha coinvolto l’intero sistema economico finanziario mondiale.

Come evidenziato in precedenza, l’individuo contemporaneo vive la sua esperienza quotidiana riponendo fiducia in sistemi astratti, (come, ad esempio, il sistema economico finanziario mondiale), cioè in apparati impersonali che si reggono e si riproducono grazie alle conoscenze di élites tecnico-scientifiche professionali.

Per questa ragione il crollo delle borse internazionali, avvenuto negli ultimi mesi, ha colpito come un fulmine a ciel sereno soprattutto i “non addetti ai lavori”, ovvero la gente comune che fino ad allora poco sapeva dei “mutui subprime” o della “cartolarizzazione dei mutui”.

Di fronte al crollo del sistema finanziario centrato su Wall Street e City Londra quali sono, ora, le strade praticabili? L’attuale crisi finanziaria mette in discussione, infatti, l’intero sistema centrato sulla liberalizzazione dei mercati globali. In che direzione muoversi una volta constatata la debolezza della globalizzazione neoliberista?

E’ senza dubbio difficile trovare una risposta agli interrogativi su posti. Un possibile punto di partenza potrebbe, però, essere il concetto di “politica”. La crisi finanziaria internazionale mostra, infatti, quanto fallimentare siano state le scelte improntate sull’idea della necessaria ritirata dello stato dall’economia.

Riteniamo, infatti, che sia importante ridare forza e potere decisionale alla politica economica degli stati, alla loro capacità di guidare le attività economico-finanziare all’interno di un sistema di regole condivise. L’interdipendenza globale richiede, però, che accanto all’attività degli stati, ci sia anche la presenza di organismi ad hoc di natura sovranazionale, che coordinino e migliorino la cooperazione e lo scambio di informazioni fra gli stati, con l’obiettivo ultimo di regolamentare e controllare i mercati internazionali.

Questo percorso potrebbe, forse, ridimensionare il ruolo delle imprese multinazionali e dei gruppi finanziari e contribuirebbe anche a restituire agli individui la possibilità di capire i meccanismi che regolano la società globale e le implicazioni che essi hanno nella loro vita quotidiana.

La crisi attuale sembra, infatti, legata più che alla mancanza di liquidità, alla perdita di fiducia, di quella fiducia astratta su cui da sempre si reggono i mercati finanziari.

Se a livello macro è, quindi, necessario un ripensamento del sistema plasmato sulle regole del pensiero neoliberista, basato sulla fede nelle capacità autoregolative dei mercati e sulla liberalizzazione internazionale, anche a livello micro sono necessarie, dal nostro punto di vista, delle riflessioni che investono la vita quotidiana degli individui. Di fronte allo strapotere delle multinazionali e di determinate istituzioni transnazionali, sarebbe necessario che singoli e gruppi di individui si organizzassero a partire dalla dimensione locale nella quale sono inseriti e, cooperando con realtà simili in altri paesi del mondo, dessero vita ad una fitta rete di collegamenti, volta ad individuare prospettive praticabili per difendere gli interessi di coloro che sono minacciati dai processi della globalizzazione neoliberista.

Questa strategia d’azione richiede che gli individui acquisiscano la consapevolezza che l’interesse individuale coincide con quello collettivo, proprio perché il mondo è interdipendente. Questo collegamento è il primo passo per la costruzione di forme di resistenza all’impersonalità dei sistemi complessi su cui si reggono le società contemporanee. La costituzione di relazioni e di forme di cooperazione da parte di individui e gruppi differenti è il primo passo per affermare, a partire dalla propria diversità, il comune sentimento di appartenenza ad un sistema alla cui costruzione si vuole prendere parte. Questo senso condiviso delle responsabilità potrebbe far sì che gli individui si autopercepiscano non come spettatori, ma come attori di scelte e di azioni basate sulla partecipazione e sulla responsabilità, le quali verrebbero, così, interpretate e vissute in maniera dinamica.

BIBLIOGRAFIA


  • Aguiton S., Il mondo ci appartiene, Feltrinelli, Milano, 2001.
  • Beck U., La società del rischio, Carocci, Roma, 2000.
  • Giaccardi C., Magatti M., La globalizzazione non è un destino, Laterza, Roma-Bari, 2001.
  • Giddens A., Le conseguenze della modernità, Il Mulino, Bologna, 1994.
  • Magatti M., Dinamiche di rispazializzazione e scenari politici, in Fantozzi P. (a cura di), Potere politico e globalizzazione, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2004.
  • Magatti M., Il potere istituente della società civile, Laterza, Roma-Bari, 2005.
  • Pianta M., Globalizzazione dal basso. Economia mondiale e movimenti sociali, Manifestolibri, Roma, 2001.
  • Pizzorno A., L’ordine giuridico e statale nella globalizzazione, in Fantozzi P. (a cura di), Potere politico e globalizzazione, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2004.
  • Touraine A., Critica della modernità. L’epoca moderna fra Soggetto e ragione, Il Saggiatore, Milano, 1993.
  • Touraine A., Libertà, uguaglianza, diversità. Si può vivere insieme?, Il Saggiatore, Milano, 1998.


Dr. Laura Lombardo – Dottore di ricerca in Politica, Società e Cultura

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