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Questione di “lingua”?


 

I profani, coloro che non sono addetti ai lavori – come usa dire – ritengono che grammatico sia sinonimo di linguista e viceversa. In linea generale non hanno torto, anche se – come vedremo – c’è una piccola sfumatura nel significato dei due termini.

I vocabolari non aiutano a capire questa “sfumatura”; alle voci in oggetto recitano: grammatico, studioso di grammatica; linguista, studioso di lingua (o linguistica). Al lemma grammatica leggiamo: l’insieme delle norme che regolano la lingua. A questo punto è più che legittimo ritenere che grammatico e linguista siano termini “concatenati” tra loro e, quindi, sinonimi. Le cose, però, non sono così semplici. Per “carpire” la ‘notevole’ differenza tra il grammatico e il linguista occorre considerare la lingua, di volta in volta, da due punti di vista diversi. Ora da quello ‘normativo’ – “è bene scrivere cosí” – Paolo Bianchi e non Bianchi Paolo; ora da quello ‘storico-comparativo’, seguendo i vari mutamenti che nel corso dei secoli hanno subito alcuni gruppi di parole e cercando di spiegarne i motivi “storici”, appunto.

Il primo punto, il normativo, è quello che di regola si prefiggono i grammatici e i compilatori dei vocabolari: raccomandare certe forme e certi costrutti a preferenza di altri. “Ordinando” il buon uso i grammatici sono – con le dovute eccezioni – molto conservatori: le parole nuove sono, in genere, “snobbate” e biasimate esplicitamente. Particolarmente rigorosi, potremmo dire morbosamente attaccati alle norme, sono stati due secoli fa i così detti puristi. La loro “morbosità”, il loro attaccamento alle norme, procurò a quei valentuomini l’epiteto, ora scherzoso ora dispregiativo, di “linguaioli”.

Il secondo punto, il “comparativo”, è di pertinenza esclusiva della linguistica (o glottologia, i due termini hanno press’a poco lo stesso significato). La glottologia si rifà ai metodi maturati – due secoli or sono – nello studio scientifico delle lingue, vale a dire il metodo comparativo e la “concezione storica”. Il glottologo (o linguista), insomma, osserva un particolare fenomeno linguistico (e lo “compara” con altre lingue): che l’aggettivo pronominale o possessivo, per esempio, di terza persona “loro” è invariabile. Una volta stabilito questo “dato di fatto”, cerca di darsene una spiegazione prendendo a confronto le forme piú antiche, le voci dialettali, “comparandole” con le forme di altre lingue sorelle o affini.

Il “metodo storico” ci permette di vedere come alcune forme etimologicamente errate si siano saldamente radicate nell’uso e siano da considerare, quindi, perfettamente in regola con la “legge” della lingua. Il “metodo storico”, insomma, dà ragione ai portabandiera del detto “l’uso fa la lingua”. Un esempio? Quando nel latino parlato – durante il periodo di “transizione” dalla lingua classica a quella volgare – per formare il participio passato di “debere” (dovere) i parlanti hanno cominciato a dire “debutum” (donde l’italiano ‘dovuto’), invece della forma corretta “debitum”, hanno imposto l’uso scorretto che è diventato… corretto. Hanno fatto un po’ come i bambini che dicono, per esempio, “romputo” e non “rotto”. Mentre oggi, però, in casi come questi, i genitori e la scuola correggono l’errore, negli ultimi secoli dell’Impero, ma soprattutto nel Medio Evo, questa “reazione” non c’è stata, o per lo meno non abbastanza vigorosa, e il latino ha dato luogo alle lingue neolatine e alle forme “scorrette” convalidate dall’uso. Abituati, per tanto, a esaminare fenomeni di questo tipo, i glottologi (o linguisti) hanno finito con l’assumere un atteggiamento d’indifferenza nei confronti della lingua: a considerare, per l’appunto, semplici cambiamenti quelli che i grammatici (in special modo i puristi) considerano delle vere e proprie “corruzioni linguistiche”.

I grammatici, insomma, sono essenzialmente conservatori; i linguisti, invece, “stanno alla finestra”: indifferenti che l’uso antico prevalga sul nuovo o viceversa. Per concludere, è giusta questa distinzione di “ruoli”, questa separazione netta fra i due punti di vista? È difficile stabilirlo, perché come insegna il vecchio adagio latino “in medio stat virtus”. Il rigore assoluto dei grammatici va temperato dalla giusta considerazione che tutte le lingue con il mutare delle generazioni cambiano anch’esse. Viceversa non bisogna prendere “alla lettera” il punto di vista storico, vale a dire l’indifferente storicismo che la linguistica, e con questa i glottologi, potrebbe incoraggiare.

Anche per i linguisti e i grammatici dovrebbe esserci – per il bene della lingua – un incontro sulla via di Damasco.

 

Fausto Raso

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