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Per non sentirsi sempre delle “vittime”.


 

 

 

L’attuale classe politica calabrese è ormai stata messa alla gogna. Essa è divenuta, per l’ardimento della società civile, del giornalismo investigativo, di una parte della magistratura e di una parte della politica stessa, il capro espiatorio di tutti i nostri mali sociali.

La storia insegna che una società avverte la necessità di creare un capro espiatorio quando essa raggiunge un limite massimo di tollerabilità alle proprie sofferenze, oltre il quale è inconcepibile procedere.

Ben presto, quindi, l’attuale classe politica sarà, inevitabilmente e per fortuna, sostituita da una classe dirigente più preparata, più onesta e più coraggiosa.

Il rischio però è che questo ennesimo ricambio generazionale sia palliativo e non risolva gli atavici problemi della Calabria, del Sud e dell’Italia in generale. Il rischio cioè è quello che, ancora una volta, tutto cambi ma tutto resti sostanzialmente com’è.

Quali saranno le potenzialità della nuova classe dirigente se essa si troverà a dover fare i conti con una tendenza all’illegalità diffusa che fatica a scomparire; con organizzazioni mafiose tra le più potenti del mondo; se si troverà a confrontarsi con gente che spesso è costretta a chiedere ed ottenere diritti sotto forma di favori personali, a cercare ed accettare raccomandazioni per entrare nel mondo del lavoro o per conservarne i privilegi acquisiti?

Cosa potrà fare la nuova classe dirigente se il lavoro continuerà a mancare (perché difficile da creare) ed essere sommerso e sottopagato; se si continuerà a cedere al pessimismo, allo scoraggiamento e alla diffidenza verso tutto e verso tutti; se si continuerà ad essere costretti ad andar via e realizzarsi altrove; se si continuerà a trattare la cosa pubblica come cosa di nessuno anziché di tutti; se si continuerà a criticare il sistema ma a non fare nulla o poco per cambiarlo, contribuendo anzi e piuttosto ad alimentarlo negativamente?

Niente! … La nuova classe dirigente, che tanto e da più parti si invoca, non potrà fare niente o molto poco, poiché, non potendo realisticamente fare miracoli e non potendo essere una panacea, non avrà la forza e la motivazione per resistere alle collusioni e finirà con l’aderire a vecchie logiche amministrative di gestione e spartizione illecita del potere. Le buone intenzioni di cui essa si farà da subito portatrice resteranno certamente tali perché fagocitate da logiche clientelari, familistiche ed illegali.

Cambiare la classe dirigente e non avere, nel contempo, il coraggio di cambiare il nostro modo di pensare e agire collettivamente equivarrà a cambiare gli uomini ma non le loro strategie di azione, i partiti e i loro nomi ma non la loro sostanza. Sarà come indossare un abito nuovo, fresco e pulito, senza prima adeguatamente lavarsi.

L’epoca che stiamo vivendo offre ai noi giovani italiani meridionali la grande opportunità di mettere fine all’arretratezza economica e sociale del nostro Sud, e migliorare quindi tutta l’Italia, grazie al combinarsi di una serie di fattori di evidente ed oggettiva rilevanza di cui non hanno beneficiato i nostri genitori: in primis la globalizzazione.

La rapida e diffusa intensificazione delle comunicazioni a livello internazionale e la conseguente facilità di scambio delle informazioni, darà e sta dando alle persone di tutto il mondo – specie a noi occidentali, perché più a contatto con le tecnologie – la possibilità di prendere realmente coscienza della nostra condizione sociale, economica e culturale e confrontarla con quella degli altri popoli e Paesi.

A questo processo si deve aggiungere l’internazionalizzazione dei mercati (e quindi la possibilità di vendere i propri prodotti finanche all’altro capo del mondo) nonché una straordinaria mobilità fisica (e quindi la possibilità di spostarsi liberamente e facilmente sia da un Paese ad un altro che all’interno dello stesso Paese) e una rilevante mobilità sociale (tale per cui se oggi si nasce poveri non si è più necessariamente destinati a morirlo).

Poi, un processo di scolarizzazione di massa senza precedenti storici (in ogni famiglia meridionale c’è ormai un laureato o un laureando, e in molte famiglie più di uno) e uno sforzo sempre più competente e mirato dello Stato e soprattutto una costante attenzione e protezione da parte di organismi sovranazionali (come l’Unione Europea) ai quali preme il recupero delle aree sottosviluppate – o con difficoltà di sviluppo autonomo – come il nostro dannato Mezzogiorno.

E infine, il fatto che il Mar Mediterraneo sia ritornato ad essere il centro del mondo per la composizione dei nuovi assetti geo – politici internazionali.

E’ facilmente intuibile, dunque, che il potenziale culturale di noi cittadini italiani meridionali è cresciuto ed è destinato a crescere ulteriormente e che le possibilità di sviluppo sono aumentate in maniera significativa.

Avere consapevolezza dello storico concorso di queste condizioni a noi obiettivamente favorevoli è, senza ombra di dubbio, il primo importante passo da compiere, anche se purtroppo di per sé non sufficiente ad una definitiva e tanto auspicata inversione di rotta.

Nonostante, infatti, la concomitanza di tali fattori operi ormai da anni (frutto degli sforzi delle generazioni a noi precedenti e delle loro battaglie di civiltà, e per nulla casuali), la nostra regione, e la società meridionale in generale, sembrano incapaci di uscire dal pantano economico, politico e culturale nel quale da diversi decenni si trovano insabbiate.

Il Mezzogiorno d’Italia del 2007 è sì un territorio con più associazioni, più giornali, più baluardi culturali, più beni di consumo, più laureati, più aziende, più strutture, più prospettive, è la terra dei “ragazzi di Locri” e di tante associazioni e fondazioni contro la mafia e la mala-politica e di tante associazioni di volontariato.

Ma il Mezzogiorno del 2007 è anche un territorio con un tasso di disoccupazione ancora altissimo, con organizzazioni criminali più ricche, con sempre più immigrati clandestini da accogliere e gestire, con immondizia per le strade e discariche abusive, città senza acqua e mare sporco, con assai meno turisti di quanti ne dovrebbero arrivare e di quanti in verità la bellezza dei nostri luoghi ne meriterebbe. Una realtà sociale dove i propri diritti possono essere facilmente misconosciuti se non si è parenti o amici di qualcuno che conta.

E’ un territorio che cresce, è vero, ma ad un livello inferiore dei Paesi più deboli dell’Unione Europea, quelli appena entrati per la precisione. E’ un Mezzogiorno, dunque, che continua a soffrire e che sembra essere destinato all’eterna sofferenza.

Ora, considerando quanto detto fin qui, possiamo noi giovani di oggi – forti di quindici/vent’anni di studi e delle opportunità che la storia ci offre – continuare ad arrenderci a questo sistema sociale che sostanzialmente ci fa schifo, che aborriamo, perchè non funziona, è apatico, mortifica dignità e merito e non da certezze per il futuro? Possiamo continuare a credere di essere impotenti e lasciarci assuefare dall’abitudine, persuadere dalla rassegnazione o tentare dall’emigrazione, e alla fine permettere che esso si riproduca in tutta la sua perversità?

No! categoricamente no. Non possiamo. Soprattutto adesso che la nostra società si sta risvegliando da quella che oso definire una sorta di sindrome di Stoccolma collettiva.

La soluzione, pertanto, non può che essere una: iniziare insieme e da subito a rivoluzionare i nostri comportamenti sociali, affinché questo cambio di classe dirigente si tramuti nel sospirato e tanto atteso giro di boa, nell’inizio di un cambiamento reale e permanente, di un nuovo percorso, di nuovi scenari, di una nuova epoca storica per la nostra Calabria, per il Mezzogiorno, e di conseguenza per l’Italia intera.


Un’azione collettiva a carattere culturale e pacifico che finisca di corrodere, fino a spezzare, i legami negativi del passato e ci permetta di ridare un senso più giusto e più fiducioso al nostro stare insieme e al nostro futuro.

Un tenace e comune impegno al cambiamento che coinvolga tutti, soprattutto noi giovani, di destra e di sinistra, di qualsiasi appartenenza religiosa ed estrazione sociale. Combattere la mala-politica, la mafia, il malaffare e la dipendenza economica non è né di destra né di sinistra. Risollevare le sorti di questa parte consistente dell’Italia che abitiamo, e che purtroppo di quest’ultima ne sintetizza e ne agglomera tutti gli aspetti negativi, non è né di sinistra, né di destra. E’ di entrambi.

Per paradossale che possa essere e sembrare, la prima cosa da fare è quella di smetterla con il crederci delle vittime, poiché, come ha giustamente affermato Sergio Romano, il carnefice si crede quasi sempre una vittima, e noi, credendoci continuamente vittime di un sistema corrotto e mal funzionante e degli scorretti comportamenti altrui, finiamo per comportarci male, giustificandoci nella difesa e diventando a nostra volta carnefici, in un processo che si rinnova all’infinito. Noi meridionali siamo intrappolati in questo ragionamento.

Dopo di ciò iniziamo a rispettare le leggi, tutte, non solo quelle che ci fanno comodo. Chi non rispetta le leggi non rispetta gli altri, ma non rispetta neanche se stesso in qualità di essere sociale.

Perciò indossiamo la cintura di sicurezza in auto e mettiamo il casco in moto, non compriamo libri fotocopiati perché essi uccidono l’editoria e smettiamola di fumarci spinelli e sniffare cocaina: l’uso di queste sostanze stupefacenti, oltre a recarci gravissimi danni alla salute, finanzia la ‘ndrangheta e le altre organizzazioni criminali. Per la stessa ragione non andiamo dalle prostitute e non compriamo merce contraffatta e di contrabbando. Maledire la mafia e non rispettare la legge è un controsenso, oltre che una inutile perdita di tempo.

E’ assolutamente necessario insomma bandire ogni comportamento illegale e ripristinare la sovranità della legge.

Rispettiamo le file, facciamo la raccolta differenziata dei rifiuti, non sporchiamo le strade e i luoghi dove stanno anche gli altri. Dedichiamoci alle nostre passioni, investiamo il nostro tempo libero in attività di volontariato e di aiuto a chi ha più bisogno di noi, leggiamo più libri e quotidiani e guardiamo più telegiornali. Investiamo in attività imprenditoriali ed artigianali. Diamo sbocco ai nostri progetti. E se lo abbiamo già fatto ed è andata male, tentiamoci ancora, questa volta andrà bene.

Sono tantissimi e diversi oggi i finanziamenti e i contributi economici che vengono stanziati dalla Unione Europea, dallo Stato e dalla Regione a favore di noi cittadini meridionali che vogliamo intraprendere un’attività imprenditoriale. E questo tipo di finanziamenti è rivolto soprattutto a noi giovani e alle donne, per l’incentivazione dell’imprenditoria femminile e giovanile.

Facciamolo, e facciamolo con coraggio, perché nei contesti sociali difficili, come il nostro, è più facile scoraggiarsi e attribuire la colpa alla circostanza avversa.

Non ricorriamo alle raccomandazioni per trovare lavoro e rifiutiamola se ci viene offerta, specie se sappiamo obiettivamente di non meritarla, e soprattutto rifiutiamoci di pagare il pizzo, e se ci danneggiano l’attività, con pazienza ricostruiamo.

Dedichiamoci alla politica e ai progetti culturali e artistici. Organizziamo manifestazioni ed eventi di ogni genere e smettiamola di criticare e disprezzare tutto ciò che fanno gli altri e tutto ciò che non è frutto del nostro lavoro e invece aiutiamo e diamo fiducia a chi tenta di fare qualcosa di buono e di nuovo, nonostante le mille difficoltà.

Compriamo più prodotti calabresi e meridionali: sono tantissimi i buoni prodotti della nostra terra e delle regioni meridionali che non vediamo sponsorizzati in televisione, soprattutto nel settore agro-alimentare.

Visitiamo la nostra regione e le bellezze artistiche e naturalistiche che essa possiede. La maggior parte di noi giovani calabresi è stato più di una volta a Roma e magari all’estero, ma non conosce città capoluogo della Calabria.

In altre parole, smettiamola una volta per tutte di piangerci addosso e diamoci da fare. Solo così possiamo sperare in un futuro migliore, e nel frattempo adoperarci per edificarlo.

Non importa ciò che abbiamo fatto sinora. L’importante è ciò che iniziamo a fare da oggi in poi, da adesso in avanti.

Anche perché chi l’ha detto che restare qui significa soffrire e sacrificarsi per una causa persa e non invece partecipare tutti insieme ad una grande trasformazione? Ad un nuovo miracolo economico italiano che questa volta veda protagonista il Sud?

 

Bisignano (Cs), 10 agosto 2007

Francesco Lo Giudice www.movimentodelsole.it