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Esiste un “momento giusto” o è meglio affidarsi al “caso”?


 

Una coppia non rappresenta una famiglia.

La famiglia implica:

  • Un nucleo sociale rappresentato da più persone legate tra loro da un vincolo di parentela o di affinità;
  • Una continuità di rapporti tra gli esseri umani che vivono insieme;
  • Che ci siano dei figli.

È necessario programmare un figlio? O è giusto che nasca per caso?

E sul figlio, una nascita voluta programmata ha la stessa ripercussione che la nascita non desiderata?

Cerchiamo insieme di chiarire questi punti.

Un figlio non dovrebbe rappresentare né un “incidente sui lavori” né, tantomeno, la causa che deve costringere due persone a regolarizzare una situazione di coppia poco salda o male assortita.

Un figlio dovrebbe rappresentare il frutto dell’amore, la consapevolizzazione di generare un essere umano nei confronti del quale, dobbiamo: accettazione, rispetto, amore.

Sarebbe utile, in tal senso, pensare di mettere in cantiere un bambino nel momento in cui, la coppia possa beneficiare di:

  1. Buona armonia nell’intesa psicofisica;
  2. Buone condizioni di salute fisica da entrambi i partners;
  3. Buon equilibrio psichico di entrambi i partners;
  4. Una certa serenità economica;
  5. Un certo tempo da dedicare al figlio.

Un figlio non va fatto nascere per far superare lo stato depressivo della moglie o per salvare la coppia che già è in crisi e si avvia alla separazione.

Un bambino non è un tappabuchi e non fa maturare i coniugi se sono immaturi. Se la coppia ha dei problemi, la nascita di un figlio li aumenta.

L’arrivo di un figlio, modifica il rapporto di diade: marito – moglie, perchè si determina un rapporto a tre.

Questa relazione triadica si sostituisce al vecchio rapporto madre – bambino che durava, in genere, per i primi 2-3 anni di vita del bambino, prima che la comunicazione padre – bambino ne entrasse a far parte.

Questo nuovo rapporto a tre è chiamato “triadico a scambio energetico circolare”, perchè determina una veicolazione di messaggi che:

  • alimenta il figlio;
  • ritorna ai genitori (da parte del bambino);
  • viene rimandata, arricchita, al figlio.

Il figlio va considerato nel rispetto della sua individualità unica e irripetibile; non va visto come proprietà del genitore, ma come soggetto che ha necessità di mettere in moto le proprie potenzialità di base mediante stimolazioni adeguate.

I genitori interagiscono, nella triade, con il figlio, lo aiutano nella crescita e rappresentano le figure fondamentali della sua vita, i primi modelli di identificazione.

Nel tempo, entreranno a far parte di questo mondo anche le altre figure familiari che ruotano all’interno della famiglia (fratelli, sorelle, nonni, zii, etc.) e le istituzioni sociali (scuola, etc.) ognuno manda messaggi, ognuno “scrive dentro” quest’essere umano in crescita.

Dal momento che il bambino non è in grado di discernere il positivo dal negativo, per molto tempo dovrà usufruire del filtro della personalità dei genitori, per potere concretizzare autonomia e sicurezza.

Alla base di ogni corretto rapporto familiare ci deve essere il seguente assunto: bisogna accettare il figlio per quello che è, perchè esiste e non per quello che potrebbe fare.

Sarà altresì necessario aiutarlo con tanta, tanta pazienza e disponibilità nello sviluppo delle strutture mentali.

Si formeranno così conoscenze utili, regole di vita, conquiste di norme sociali regolate dal senso della coerenza, sicurezza, giustizia, verità e realtà.

Un buon rapporto con i genitori, suoi primi modelli, suoi primi amici nell’uso corretto del rapporto di scambio, favorirà la conquista del proprio spazio vitale ed il rispetto di quello altrui.

Il genitore dovrebbe costituire una guida autorevole ed amorevole, dove l’incisività del messaggio non dovrebbe essere confusa con la durezza o drasticità, con l’ordine perentorio.

La sicurezza della parola chiara, la comunicazione di un messaggio (verbale o temperamentale) in sintonia, trasmette affettività, rassicurazione.

È importante aiutare l’evoluzione dell’essere umano figlio e non soltanto per i primi anni, congratulandosi con lui ed elogiarlo appena giunge ad una conquista di un’espressione o al controllo di una funzione o alla messa in atto di una regola. (esempio: il figlio inizia a parlare, tutti intorno a lui gioiscono, applaudono. Il bambino va da solo in bagno per i suoi bisogni fisiologici, tutti lo elogiano. Il bambino impara a leggere una parola o scrivere un numero, tutti lo esaltano e poi….dopo qualche anno, quando il bambino impara a fare molte cose, è tutto scontato, nessuna gratificazione, però arriva puntualmente il rimprovero se un comportamento è scorretto.)

Non è giusto stimolare l’egocentrismo del bambino, all’inizio della propria vita e poi ignorarlo completamente appena va avanti negli anni.

È il genitore che deve aiutare il bambino a crescere bene e questo avviene soltanto se ci si ricorderà di occuparsi di lui, sempre, fino a quando ne avrà bisogno.

Io penso che nessun genitore preparato e disponibile, lascerà mai la mano del proprio figlio fino a quando questi sentirà la necessità dell’aiuto e della vicinanza; credo semmai, che gli resterà accanto, con discrezione e rispetto, per tutta la vita.

Dr. Sara Rosaria Russo

Psicologa Psicoterapeuta – Direttrice SFPID

 

 

Si ringrazia Rosa Maria de Pasquale per l’aiuto nella stesura del dattiloscritto

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