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Strana genesi, quella della parola “lavoro”. La sua derivazione etimologica è alquanto incerta. Si sa, però, che il termine è stato coniato dai latini, probabilmente come processo sincopato di due vocaboli: Labi (scivolare, andare verso) e orare (pregare). La conclusione che possiamo trarre è che, probabilmente, si volesse intendere l’impegno di energie fisiche e intellettuali nell’esercizio di un’arte, un mestiere o una professione, alla stregua di una missione protesa a dare un senso concreto e positivo all’esistenza di ciascuno, con il rispetto e la dignità che si deve alle attività di meditazione contemplativa. In effetti, ciascun essere vivente si applica in qualcosa per appagare delle necessità e per migliorare, nel contempo, l’esercizio di determinate funzioni. E questo lo chiama lavoro, da che mondo è mondo. In “questo” mondo, invece, il lavoro viene, per lo più, inteso come sfruttamento teso a produrre reddito in nome di un effimero consumo di beni e risorse non rinnovabili. Una opportunità di riscatto viene offerta, al mondo, dalle potenzialità di crescita dei paesi emergenti, a condizione che, tanti esseri umani in cerca di realizzazione, vengano orientati e accompagnati nella direzione di uno sviluppo sostenibile, consapevole, utile e flessibile. Le lobby di quelli che contano, ha riconosciuto il sessantaseienne Muhammad Yunus meritevole del premio Nobel per la pace… PER CONTINUARE LA LETTURA, CLICCARE SUL TITOLO.



…in virtù del suo impegno come inventore della prima e unica banca , al mondo, finalizzata al microcredito. “Un giorno capii che l’America era grande perché si basava sulla possibilità di scegliere fra una gamma infinita di beni e servizi. Tutte cose che, nel mio Bangladesh, non potevano essere nemmeno immaginate dalla stragrande maggioranza della popolazione, per via dell’impossibilità di accesso al credito, elemento fondamentale di un qualsiasi pilastro imprenditoriale, unico volano economico in assenza di realtà e cultura industriale”. All’età di 34 anni, dopo l’indipendenza del Bangladesh dal Pakistan, Yunus torna a casa con l’american dream in testa e una cospicua disponibilità economica (essendo figlio di un mercante di pietre preziose) in tasca. Fonda, così, la Grameen Bank (Banca dei villaggi), l’equivalente di una cassa rurale. In concreto, una struttura di microcredito che, con prestiti a tasso infinitesimale, aiuta da sempre gli indigenti ad affrancarsi dall’usura diventando microimprenditori. Dati alla mano, oltre sei milioni di clienti hanno ricevuto più di cinque miliardi di dollari attraverso 2185 filiali distribuite in 69140 villaggi, con una ricaduta positiva (in termini di investimenti) a livello planetario. Personaggi come lui, sono distanti anni luce, in termini di mentalità operativa, dai tanti mestieranti adusi al sostegno non finalizzato, capace solo di realizzare “cattedrali nel deserto”. Il suo autentico merito, è stato quello di operare in controtendenza rispetto alla filosofia dell’accesso al credito che vede premiati solo coloro che dispongono di garanzie tali da far dubitare della reale necessità di ricorso al finanziamento medesimo. Al contrario, questo “banchiere di Dio”, ha dato fiducia alle capacità di sviluppo dei più poveri che, a suo dire, rappresentano i clienti più affidabili in quanto consapevoli del fatto che l’opportunità concessagli, rappresenta l’occasione della vita. “Tutta la forza di Grameen, deriva dalla sua quasi totale capacità di recupero, in assenza di crediti in sofferenza”. Questo, finalmente, consente di profilare un nuovo modo di intendere la gestione delle cose del (terzo) mondo, al riparo da tentazioni assistenzialistiche e caritative, comprese le moratorie sul credito. “Solo diventando consapevoli del nostro ruolo nella vita, per quanto piccolo, saremo felici. Allora potremo vivere e morire in pace perché solo questo dà senso alla vita e alla morte” (A. Saint – Exupèry).


 

 

 

 


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