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“Amare è mettere la nostra felicità nella felicità di un altro”


 

That’s Amore – 3

 

Caro dottore, ho letto, con interesse il suo ultimo articolo sulla vita matrimoniale (Meglio soli o bene accompagnati? N.d.R.) : se non conoscessi lei e sua moglie, penserei ad un bel romanzo….tuttavia, continuo ad avere molti dubbi sui vantaggi di una convivenza o di un matrimonio. Mi disturba non poco l’idea di dover dare conto di ciò che faccio ad un’altra persona.

Dare conto in che senso?


Io, vivendo da sola, sono abituata a non dare conto a nessuno di ciò che faccio, come impegni lavorativi, di svago, ma anche proprio nelle cose quotidiane, come l’ora del pranzo o della cena… e mi sento libera di cambiare programma quando lo ritengo opportuno. Questo non mi sembra compatibile con una vita a due!

Il discorso non va affrontato in questo modo. Anche io ho orari variabili e ceno quando torno, molte volte da solo. Dov’è il problema?

Ma se anche sua moglie avesse un’attività come la sua, con questi orari così variabili, cosa farebbero le vostre figlie?

Ci sarebbe qualcuno che se ne occuperebbe, come sta accadendo in queste ultime settimane, in cui mia moglie sta tornando la sera tardi. Questo, però, porta una valutazione da fare nel caso in cui si vogliano dei figli. Per quanto riguarda lei, il tutto è prematuro!

Ma anche senza figli, se due persone sono molto impegnate per il lavoro ed hanno pure orari variabili, non s’incontrano mai!

Diciamo che se due persone stanno insieme è perché lo vogliono, non perché lo debbono. Di conseguenza, se si può pranzare o cenare insieme si cerca di farlo, altrimenti si cercano altri momenti di incontro. Ripeto, si cerca di fare in modo di stare insieme all’altro, perché lo si vuole: non è un obbligo.

Anche se non è un obbligo, mi sembra difficile che si possano conciliare le esigenze di vita di ognuno dei due.

Non è così difficile, perché se si sente disponibile a cucinare per il suo partner, gli fa trovare il minestrone o uno sformato perché, mentre lo prepara, prova del piacere.

Però ciò sarebbe possibile solo qualche giorno in cui riuscissi a finire di lavorare abbastanza presto.

Altrimenti, ci si “arrangia” insieme alla meno peggio. Non sia così intransigente! Non esiste il concetto rigido che la donna deve cucinare, arriva l’uomo e mangia. La donna cucina se vuole, se prova piacere. Io, quando torno a casa, la sera, trovo la tavola imbandita. Mi capita, però, di fare altrettanto per la mia compagna… e la cosa non mi pesa.

Però la maggior parte degli uomini ha avuto in famiglia l’esempio di una madre che ha sempre “accudito” i maschi.

Dipende da dove sei cresciuto e da cosa ti hanno fatto credere. In realtà, sei sfortunato se hai delle idee così rigide, perché, poi, da solo, non sai fare niente e non ti sai godere il piacere di preparare qualcosa per un altro. Io ho in memoria dei miei zii, uno francese ed uno veneto, che sapevano badare a se stessi in maniera egregia.

Noto che nessuno dei due è un uomo del Sud.

Sì, però mio padre è meridionale e sa cucinare. Se avesse più tempo a disposizione, si occuperebbe anche della gestione della casa.

Mio padre non è capace di cucinare e neppure di lavare un piatto!

Il problema di suo padre non è legato alla cucina, lui è tutto un problema… Mia madre, in casa ha svolto un ruolo multifattoriale per via del fatto che mio padre trascorreva molto tempo fuori per via del lavoro, ma mi ha insegnato che “chi non sa fare, non sa comandare”!

Mi rendo conto che è possibile imparare a dividersi i compiti….

…ma c’è il piacere di farlo.

…però mi sono abituata a stare da sola, dopo aver vissuto male ed essermi sentita oppressa nella famiglia d’origine. Io ho vivi i ricordi di tutte le volte che mi sentivo dire che non potevo fare qualcosa che desideravo (ad esempio, andare a casa di un’amica o fare una passeggiata o andare ad una festa), per “motivi di famiglia” e mi veniva imposto di collaborare nell’espletare servizi inutili e assurdi. Pertanto, per me, vivere in una famiglia equivale a vivere sacrificata ed oppressa. Ed è forte in me quest’idea tanto che, sentendo le sue spiegazioni e riflettendoci anche dopo, mi sento scombussolata per il contrasto tra una parte di me che rifiuta la possibilità di creare una famiglia ed un’altra che mi fa notare che esistono situazioni diverse, positive. Secondo me c’è il rischio che la famiglia mi opprima e comprima perché poi dovrei sacrificarmi per le esigenze del gruppo familiare. Non mi preoccupa solo il fatto di condividere le esigenze della spesa e della cucina, ma di dover condividere tutta la giornata con un altro. Io la mattina esco e non devo dare conto a nessuno di ciò che faccio, di quando torno, di eventuali cambiamenti di programma. Se avessi una famiglia le cose andrebbero diversamente.

Si, ma per una questione ovvia, perché all’interno di una famiglia devono esistere delle regole che valgano per tutti.

E come possono accettarsi e quindi, vivere bene queste regole?

Sono regole che in ogni organizzazione democratica devono esistere per evitare un regime di pericolosa anarchia. Anche lei, pur vivendo da sola, si dà delle regole, e ogni qualvolta deroga da queste, finisce col vivere male.

In che senso?

Lei dice: “pranzo in un orario compreso fra le 13 e le 16”. Ma una persona che pranza alle ore 16 e cena a mezzanotte, che vita fa? Una vita normale? Portare aventi degli orari come i suoi, dimostra una cattiva organizzazione di fondo che influenza negativamente la qualità della sua vita.

Ma comunque, se sono sola, c’è un margine di elasticità, se c’è un altro bisogna “concertarsi” per incontrarsi!

Se c’è qualcuno con cui sta bene ha un elemento di gratificazione in più, che compensa meglio eventuali frustrazioni della giornata, che ci sono sempre.

Io, allora, non riesco a vedere l’aspetto gratificante. E’ la presenza del partner che non mi convince!

Ma nel preparare la colazione al partner e discutere di come andrà la giornata, di come si è fatto l’amore la notte prima, di quello che si farà la sera dopo… cosa c’è che la scombussola?

Sento forte il condizionamento!

Non esiste essere umano che non sia condizionato, nel bene o nel male. Esistono condizionamenti positivi e negativi. Anche se sta da sola è condizionata, dal lavoro che fa, dai soldi che ha, dagli impegni, dal rapporto con gli altri e da quello con se stessa…

…e questi restano, con un partner se ne aggiungerebbero altri!

Ma un partner non è un obbligo, è un interesse che le migliora il resto, per cui non è che si aggiungono dei carichi di lavoro in più: vive meglio i carichi che lei ha perché, nel momento in cui sente il partner per telefono ed è contenta, anche se incontra un cliente stupido, lo sopporta più volentieri, sia perché ha ascoltato una persona cui vuole bene, sia perché magari sa che dopo qualche ora andrà a cena fuori con lui.

Ma se, poi, dovesse capitarmi di essere stanza e di non voler uscire, come in realtà mi accade molto spesso, l’altro non ci resterebbe male?

Nel caso in cui non se la sente, non esce.

E lui, non resterebbe male?

Ma lei parla di un buzzurro o di una persona mediamente matura?

Anche se si trattasse di una persona “normale” e comprensiva, siccome verifico di trovarmi spesso in condizioni di stanchezza, a fine giornata, essendo sola sono più libera di disdire un eventuale impegno, ma con un partner non potrei fare lo stesso.

È importante che entrambi i partner svolgano una giornata che, anche in presenza di frustrazioni, sia comunque soddisfacente, perché, altrimenti, poi, non si va d’accordo. Se il marito lavora e la moglie è casalinga, difficilmente potranno andare d’accordo sul piano della disponibilità energetica. Infatti, il marito, la sera, non vede l’ora di mettersi in poltrona, mentre la moglie vorrebbe rifarsi di una giornata tutto sommato noiosa e ripetitiva. Invece, se la moglie è più soddisfatta dell’andamento e della gestione del proprio tempo, sarà più disponibile ad una serata in “sintonia” con il proprio “lui” (vedere insieme un film interessante in TV, ascoltare della buona musica, fare l’amore, “dedicarsi” delle coccole, etc. Lei, da sola, cosa fa?

E’ vero, però resta il fatto di dover rendere conto ad un altro dei propri cambiamenti di programma…

Basta dire: “io non me la sento”. Esistono bisogni importanti, bisogni meno importanti e desideri, per lei e per l’altro. Allora, per il suo compagno, stare con lei diventa un bisogno, non un desiderio. Andare a cena fuori è un desiderio.


E quindi?

La persona comunque appaga un bisogno nello stare con lei e rinuncia ad un desiderio.

E se si infastidisce?

“Preferisco il genuino fastidio manifesto, che mi rispetta, al falso amore che mi insulta”. (Giuseppe Rovani)

Che vuol dire?

Che finché si discute (anche animatamente) con l’intento di chiarirsi, esiste una base di interesse a cercare una condizione che faccia star bene entrambi. Nel caso in cui, per “comodità” si faccia finta che le cose vanno bene, quando invece non è così, porta a lidi perigliosi… per la coppia. “Il vero amore è come un diamante: brillante e trasparente” (Anonimo).

Ci debbo riflettere…

Ovviamente se, ad esempio, parlavate da un mese di andare a cena a lume di candela, per festeggiare un momento particolare per voi due, anche il dedicarvi una serata… e lei manda a monte tutto per impegni di lavoro, lui ha ragione ad infastidirsi.

Però può capitare di avvertire stanchezza per aver avuto più frustrazioni del previsto.

“Amare è mettere la nostra felicità nella felicità di un altro” (Gottfried Wilhelm von Leibniz)

Caspita non mi tenga in ansia! Cosa c’entra questo, adesso?

È presto detto. Se lei ha preso un impegno da tempo e sa che è importante, organizza la sua giornata pur di riuscirci, perché così come fa piacere al suo “lui”, andare a cena a lume di candela, dovrebbe far piacere a lei.

E se non è così?

Indubbiamente ci sarebbe qualcosa da rivedere.

Ma allora si finisce col gestire la propria vita in funzione di un altro?

Veramente è in funzione di entrambi, sempre che la cosa faccia piacere! “L’acqua leviga le pietre, l’amore modella gli animi facendoli vibrare all’unisono” (Anonimo).

Ma è una cosa logica gestire la vita in funzione di entrambi, se noi dovremmo dare a noi stessi l’80% del tempo, dell’attenzione?

Ma la presenza dell’altro serve alla sua identità.

Non capisco, c’è puzza di fregatura…

Quando interagisce con lui, lo guarda negli occhi, lo ascolta, lo accarezza… le terminazioni nervose sensoriali le danno delle stimolazioni piacevoli a favore della sua identità.

Mmh…

Scusi, se lei entra in un’automobile brutta, puzzolente, coi sedili bucati, oppure entra in una vettura di lusso coi sedili in pelle, profumata, è la stessa cosa?

No, nel secondo caso, avrei piacere.

Ma il piacere che prova, riguarda il proprietario o è roba sua?

E’ roba mia.

Il principio è lo stesso; è riduttivo il concetto, perché un conto è un essere umano, un conto è un’automobile. Però, se lei parla con una persona e le fa piacere ascoltarla, accarezzarla, o farci l’amore, il piacere principale di chi è?

Mio.

“Le parole d’amore, che sono sempre le stesse, prendono il sapore delle labbra da cui escono” (Guy de Maupassant)

Si, ma poi, i miei interessi vanno conciliati coi suoi… e la cosa può diventare pesante!

Gli interessi si conciliano se c’è una motivazione adeguata, non per obblighi che ci si accolla.

E se mi viene voglia di fare qualcosa da sola?

Se le va significa che ci sarà un motivo; quindi, dopo averlo analizzato, se lo trova corretto, mette in atto ciò che ha stabilito, magari evitando di offendere la sensibilità dell’altro.

Io ho paura di perdere gli spazi miei, a fatica conquistati.

Non li perde. I criteri per scegliere sono: utile / non utile, piacevole / sgradevole. Allora, le interessa stare con qualcuno se prova piacere, se lo trova utile, altrimenti ci rinuncia.

Allora, cosa subentra, soprattutto se si decide di convivere, che rende difficile il rapporto, tanto che si dice che “il matrimonio è la tomba dell’amore”? Perché succede questo?

“L’amore è come la luna: se non cresce, cala” (Proverbio Cinese).

Cioè?

Cattiva educazione.

Non è per caso legato al fatto che non ci si sopporta più quando ci si vede con troppa frequenza? Seppure, da quello che lei dice nel suo articolo, il fatto di stare di più insieme consente di migliorarlo il rapporto…mah, è la prima volta che sento una cosa del genere.

Se ci riflette troverà che è vero: più conosce una persona, più sa come la pensa e più trova, nelle pieghe del suo carattere, degli aspetti che si armonizzano con quelli che possono essere i suoi bisogni; meno la conosce e più rappresenta un’incognita.

Allora perché subentra la noia, in alcuni casi?

“Niente è più brutto di una parola d’amore pronunciata freddamente da una bocca annoiata” (Nagib Mahfuz). E’ un problema dell’identità personale, non del rapporto di coppia. Mi spiego meglio: ci sono persone abuliche che, chiaramente, si portano quella voglia di far niente anche nel rapporto di coppia e, prima o poi, spingono l’altro a dover dire basta. Come vede parte dall’identità. Ovviamente, può capitarle un giorno di non aver nulla da dire, se ha dei problemi, ma se questo diventa un sistema reiterato, allora non va bene

Sento dire spesso che se non ci fossero figli un matrimonio sarebbe già finito dopo pochi anni.

In realtà, il matrimonio, per ciò che di buono rappresenta è, di fatto, già finito. Purtroppo, la questione vede coinvolte delle persone che non hanno potuto o voluto costruire qualcosa di valido insieme; magari qualcuno prova con un altro.

Ma se il problema è dell’identità, anche con un altro, non si ripeterebbe la stessa situazione?

Acuta osservazione. Sa, a volte, convivendo, si può arrivare a scoprire che gli interessi divergono… e si può decidere di interrompere la relazione, non è detto che ricapiti un’altra volta, soprattutto se si impara a far tesoro delle esperienze.

Comunque io non riesco a vedere gli aspetti positivi.

A dire il vero, per quello che so, non è che ne abbia vissute molte di esperienze relative alla convivenza con uomo. Lei non può pensare di vivere con una persona per poi stabilire cosa vi lega…Prima conosce una persona, poi si accorge che questa persona le interessa, quindi la frequenterà di più, nel tempo si stabilirà (quando si stabilirà) di vivere insieme, quindi avrà costruito degli interessi in comune.

Ma noto anche che, da tempo, non provo interesse per alcuno. Oggi, per come sono cambiata non saprei che tipo di uomo potrebbe piacermi. Anni fa mi interessavano le persone molto problematiche, difficili, mentre oggi con persone del genere non mi troverei più. Credo di aver cancellato un vecchio prototipo e di non averne ancora costruito uno nuovo. E’ possibile?

E’ possibile che lei abbia costruito, o stia costruendo un nuovo modello, ovviamente a livello inconsapevole. Non ci ha riflettuto a livello consapevole perché si sta occupando di altre cose come, ad esempio, riuscire a realizzarsi nel mondo del lavoro. Man mano emergeranno, consapevolmente, le carenze legate allo stare da sola e, nel frattempo, avrà avuto modo di creare delle idee più chiare a tal proposito.

Sicuro?

Prima era attratta da quelle persone perché era vissuta in un ambiente problematico, e, quindi, i problemi l’attiravano, ora è diventata diversa, quindi deve costruire una cosa nuova, la sta costruendo sulla base dei dati che arrivano, che si comparano con le sue trasformazioni.

Speriamo! Mi può dire qualcosa per tranquillizzarmi?

Fra i rumori della folla ce ne stiamo noi due, felici di essere insieme, parlando poco, forse nemmeno una parola (Walt Whitman).


G. M. – Medico Psicoterapeuta

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