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In una società globale e multirazziale…perché non c’è virtù senza conoscenza


Nella nostra era, nell’enfasi del terzo millennio, sfugge, forse, all’uomo comune, il convulso mutare della realtà ; eppure, quanti rivolgimenti scientifici hanno dato, nel corso dei secoli, una spinta innovativa al bisogno della conoscenza !

Se riandiamo, per un attimo, all’origine della civiltà umana, notiamo che , appena diecimila anni or sono, l’uomo riusciva, a stento, a sopravvivere alle difficoltà della vita, ma, con costanza e sacrificio, cominciò ad interpretare e scoprire le leggi che governano il vivere, il meccanicismo della natura, e ad alzare gli occhi al cielo, popolandolo di divinità, ricorrendo al mito quando la limitatezza della conoscenza non gli consentiva di spiegare i fenomeni di cui era testimone; e fu il bisogno del trascendente che lo spinse alla ricerca metafisica: e cominciò, così, il percorso fascinoso del pensiero filosofico che, dal mitico Talete, continua, ancora oggi, incessante, ad interrogarsi sull’origine dell’uomo e dell’universo.

Attualmente, la ricerca di un sapere certo si svolge alla luce di metodologie induttive e deduttive, in un continuo divenire che è tanto più impegnativo, quanto più si appalesa la certezza del risultato. Fu l’ermetico Eraclito a spingerci nella corsa verso il futuro, a non sostare mai sull’apparente soddisfazione del presente; e fu lo stesso Parmenide a “santificare” l’immutabilità dell’Essere: eppure, ambedue miravano ad uno stesso risultato : il primo, a molecolarizzare l’Universo: il secondo, ad immedesimarsi nell’Assoluto, per un bisogno comune di pervenire all’origine della vita. La Scienza segue l’insegnamento eracliteo ; la Metafisica guarda all’intuizione di Parmenide!

Ed originale e significativo è il film, nato dalla fantasia del regista S. Kubick “2001 – Odissea nello spazio “, che ci offre una interpretazione della nascita della società umana; forse fantasiosa, ma che non manca di apprezzabili intuizioni scientifiche.

Fatti non foste per viver come bruti – ma per seguir virtude e conoscenza“, ma è già in Dante il messaggio del sapere, allorché, incarnandosi nel mito del Laerziade, ci invita ad osare, oltre le “colonne d’Ercole” della nostra limitatezza, alla ricerca dell'”Uno”; da questo punto di vista, l’Ulisse dantesco è il personaggio più esaltante di tutta la Commedia.

Un tempo, lento ed impercettibile era il progresso della conoscenza; fu il sorgere della filosofia razionalistica, l’ardire di Galileo, la poliedricità della mente di Leonardo, e Cartesio e Leibniz e Spinoza e Locke e Kant a spingere la conoscenza sulla via della verità come espressione della razionalità, messa a fuoco dall’intelletto; e furono posti i fondamenti, ma anche i limiti del sapere: con questi giganti dell’umanità nacque la Filosofia della Scienza o epistemologia che dir si voglia, grazie alla quale anche le scienze sperimentali, come la psicologia, la pedagogia e le metodologie didattiche, hanno goduto di un impulso determinante.

I Popoli, le Nazioni, gli Stati, in virtù delle scienze della comunicazione in generale, riescono, oggi, in tempi reali, a parlarsi, a rapportarsi, ad appianare controversie, a soccorrersi nella reciprocità degli aiuti solidali, a scambiarsi ogni forma di conoscenza che sia di aiuto o di incentivo ai bisogni altrui.

Ma è proprio nel luogo più alto deputato alla conoscenza, la Scuola, che le varie discipline si giovano dei moderni percorsi formativi della personalità degli alunni. Si pensi alla odierna formazione delle classi di tutti gli ordini della nostra scuola; fra i banchi, dalla materna alle suole superiori, un caleidoscopio di razze, di etnie – delle quali si conoscevano, appena, le ubicazioni geografiche ( e ciò, fino alla metà degli anni sessanta del trascorso secolo ) – si accomunano nella reciprocità dell’amicizia, nell’impegno dello studio, nello scambio affettuoso di usi, costumi, tradizioni, in quell’importante momento rappresentato dalla libera pratica delle proprie ritualità religiose; in una parola, ad apprezzare la tolleranza come viatico di solidarietà, preambolo di Libertà e Pace.

E’ in questo senso che va inteso il termine globalizzazione, da non confondere con la massificazione economica che le grandi “holding” perseguono, sotto l’assillo del guadagno; globalità vuole dire, anche, rendere accessibili i processi cognitivi, aiutare l’individuo a svolgere il proprio sviluppo, dalla prima infanzia fino all’età adulta, in modo che i giovani si abituino a svolgere il proprio pensiero, siano liberi di trasmetterlo e scambiarselo nelle sue forme più elevate, per poi essere capaci di compiere scelte.

Oltre un secolo fa, scarsa era l’alfabetizzazione in Italia; la maggior parte dei pochi imparava a leggere e scrivere, solo i rampolli delle oligarchie economiche potevano acculturarsi, in funzione della gestione esclusiva del potere, tramandato per generazioni: ma nemmeno l’Illuminismo avrebbe avuto modo di imporsi con gli enciclopedisti e con il lavacro della Rivoluzione Francese, se non ci fosse stata la paziente opera preparatoria dei curati ( quelli facenti parte del cosiddetto basso clero ) sparsi nelle varie parrocchie di Francia, impegnati ad impartire le nozioni elementari del leggere e scrivere ai figli del proletariato agricolo; altrimenti, a chi affidare la lettura dei ” Cahiers de dolence “? A quanti si sarebbero potuto rivolgere i vari Condorcet, d’Alambert, Diderot, Rousseau, Voltaire ?

E dal secondo dopoguerra del novecento che si avverte la necessità di rivedere programmi e metodologie; non più l’arido “far di conto” ed il biascicare sillabato delle parole; ma nasce il metodo globale, ed al leggere ed allo scrivere si aggiunge il “saper ascoltare” ed il “saper vedere”; ed assumono rilevanza didattica gli audiovisivi; e la letteratura moderna si confronta con la classicità degli antichi ed i momenti sincronici linguistici si restringono sempre più a favore di un diacronismo che accelera il rinnovarsi delle lingue: e così, terminologie straniere, neologismi ricavati dal parlare quotidiano, la estrema sintesi giornalistica e televisiva che si evince non solo nello scrivere ma persino nel dialogo, sono, tutte, caratteristiche non di un frettoloso scambio di opinioni ma vogliono essere, forse, il bisogno di un recupero temporale della conoscenza, cristallizzatasi e compiaciuta di sé per tanti anni.

La scuola moderna, lungi dall’estraniarsi dalla realtà sociale in cui opera, è chiamata ad un compito di grande responsabilità; deve, cioè, allargare gli orizzonti conoscitivi degli alunni attraverso confronti e parallelismi culturali non solo con le diverse civiltà del passato, ma con le più varie etnie con le quali i nostri giovani si trovano a confronto all’interno di una medesima scuola, dove non s’insegna la superbia della diversità razziale, dove non si discrimina il colore della pelle o il taglio a mandorla degli occhi, ma si apprezzano e si imparano nuovi suoni, nuove musiche, nuove mode, nuovi usi, nuovi linguaggi, nuova poesia e nuova letteratura, nuove tecnologie e nuova agricoltura, perché non c’è virtù senza conoscenza; e tutto ciò ci porterà, in un domani non utopistico, a vedere uscire dalle nostre aule, sorridenti e gioiosi un “Matteo” sottobraccio a un “Karim”, o un “Li Pen” giocare a palla con un “Joshia”, o studiare insieme, su un testo latino, il giovane siriano ed un esile albanese; perché, in fondo, ancora una volta, l’Italia dei benpensanti avrà saputo trasmettere il proprio costante Rinascimento, senza bisogno, questa volta, di esportarlo.

In tal modo, la linguistica, le scienze, le arti musicali e raffigurative, l’educazione motoria, ciascuna materia, nella specificità dei propri contenuti, deve svolgersi attraverso un percorso predisposto dalla programmazione, sia educativa che didattica, in modo da consentire, ad ogni alunno, l’approccio graduale alla conoscenza particolareggiata, che non è nozionismo arido e slegato dal contesto generale del sapere; ma si rischia una settorializzazione a compartimenti stagni se i singoli consigli di classe perdono di vista il grande sussidio metodologico e didattico che offre una programmazione impostata sulla “interdisciplinarietà”, metodo, questo, che consente l’armonica finalizzazione dei percorsi didattici in vista di una formazione intellettiva, razionale e sociale cui ha diritto ogni giovane che compie il “cursus studiorum “.

Certamente, ” l’interdisciplinarietà ” è momento più elevato rispetto alla multidisciplinarietà, nella quale le varie materie di studio si organizzano per settori similari: linguistica – scienze umane e scienze matematiche – scienze fisiche e naturali – scienze artistiche e motorie; esse, comunque, rappresentano i fondamentali culturali sui quali, poi, innestare il progetto interdisciplinare che funge da reticolo nel quale inquadrare tutto il progetto formativo. Se si pensa, ad esempio, all’attività edilizia, notiamo che un manufatto abitativo, per la sua realizzazione, necessità di tecnici ed operai, esperti in vari campi operativi, come l’ingegnere, l’architetto, il geologo, il muratore, l’elettricista, il falegname, e così via, la cui cooperazione è finalizzata all’opera nel suo complesso; anche nella scuola, la diversità delle discipline tende al fine ultimo della specializzazione culturale del giovane, oltre che allo sviluppo armonico della sua unità psico-fisica.

Ma tale risultato sarà raggiungibile se gli operatori tutti della scuola avvertono l’esigenza continua dell’aggiornamento culturale, se non altro, per stare al passo delle conoscenze specifiche il cui “divenire” è costantemente accelerato.

Giuseppe Chiaia ( preside )

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