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Un piccolo re e la sua piccola sciabola ne decretarono il passaggio.

Era salito al trono nell’immediatezza del regicidio paterno, quando ancora navigava, con la florida giovane consorte YELA del Montenegro,( italianizzata, poi, col nome di Elena) nelle acque del Mediterraneo.

Il 31 luglio del 1900, Vittorio Emanuele III si trovò ad amministrare un regno attraversato da gravi crisi economiche e sociali; c’erano stati i moti di Milano del 1898, conclusisi con la carneficina di operai donne e bambini ad opera del generale Bava-Beccaris; inoltre, l’alleanza con l’Austria e la Germania ( conosciuta come la Triplice Alleanza ) ci aveva inimicato la Francia che, con gli alti tassi doganali, aveva chiuso il mercato francese ai prodotti agricoli italiani, determinando una crisi agricola, fonte primaria, allora, della nostra economia; si aggiunga, ancora, lo sperpero finanziario per sostenere la sventurata campagna coloniale in Africa, voluta dal Crispi, assurta a tragedia nazionale per la sconfitta di Adua, che costò la vita a migliaia di nostri soldati, nonostante il loro eroismo e la guida gloriosa dei maggiori dell’esercito italiano Galliani e Toselli.

Ancora oggi, molte strade d’Italia sono intitolate a questi ufficiali.

Ma ritorniamo a Vittorio Emanuele III: già il suo venire al mondo era costato alla madre Margherita la compromissione irreversibile di ulteriori maternità; non solo. A furia di contrarre matrimoni tra cugini e collaterali, l’ultimo rampollo dei Savoia era nato con gravi forme di rachitismo agli arti inferiori e superiori, tanto che, allorché vestì la divisa militare, gli si dovette forgiare una sciabola di ridotte dimensioni, perché l’elsa di quella normale gli avrebbe rasentato le ascelle; da ciò, l’irriverente soprannome di “sciaboletta “.

Naturalmente, come unico erede al trono, fu sottoposto ad una dura educazione militare e culturale.

Come suo precettore gli fu preposto uno di quegli ufficiali duri ed imperiosi, convinti di forgiare il carattere dei soldati attraverso esasperanti esercitazioni, fino a scacciare dai loro caratteri ogni forma di sentimentalismo. Questo Ufficiale era il colonnello OSIO, addetto militare presso l’ambasciata d’Italia in Germania.

Ma, fatto più incredibile, il principe ereditario stabilì col rigido colonnello, un rapporto umano che mantenne anche quando salì al trono, mostrando riconoscenza verso quell’uomo che, nella durezza dei suoi metodi pedagogici, gli aveva insegnato forza caratteriale e dignità regale.

A Vittorio Emanuele III mancò, invece, il rapporto d’affetto con i suoi genitori, con i quali s’incontrava due volte alla settimana, al giovedì ed alla domenica, ma solo per pranzare in una atmosfera di distacco, come distaccato e rigido era lo spartano protocollo di casa Savoia.

Quando si svolsero i funerali di Umberto I, il giovane Vittorio non mostrò né visibile commozione, né ordinò rappresaglie ed arresti negli ambienti anarchici ed eversivi; volle che il regicida BRESCI venisse giudicato dalla corte d’Assise competente, senza ricorrere ad un tribunale speciale.

Dopo otto giorni dalla conclusione dei funerali paterni, diede un ballo protocollare al Quirinale, al quale presenziò per un’ora circa; indi si ritirò nei suoi appartamenti, disponendo che, dal giorno seguente, mai più feste si sarebbero tenute nella Reggia; dimezzò la servitù, ridusse al minimo le spese, licenziò le nobildonne che avevano sollazzato l’augusto genitore, mise in vendita oltre un centinaio di cavalli della scuderia reale e si isolò con la bella moglie Elena ( anch’essa di gusti agresti e spartani, come lo era suo padre Nicola Petrovich, principe pastore del Montenegro; pastore, perché vestiva con pelli di montone e portava le “cioce” ) a Villa Savoia, chiudendo, addirittura il Quirinale, nel quale si recava in occasioni di visite di riguardo o di cerimonie regali.

Certamente lo sposalizio col ceppo sano e generoso dei Petrovich giovò alla discendenza dei Savoia, perché prolifica ne è stata la discendenza; da questo matrimonio sono nati: Iolanda, nel 1901, andata sposa nel 1923 al conte Giorgio Calvi di Bergolo; Mafalda, nel 1902, sposata al principe Filippo d’Assia nel 1925 e deceduta tragicamente nel campo di sterminio nazista di Mathausen, nel 1944; Umberto II, luogotenente del Regno dal 1944 al 1946 e Re d’Italia nel periodo Maggio – Giugno 1946, morto esule a Casçais, in Portogallo e sepolto nell’alta Savoia ad Haute-Combe ; Giovanna, nata nel 1907, sposata, nel 1930, allo zar dei Bulgari Boris III; ed infine, Maria, nata nel 1914, ed andata sposa nel 1939 a Luigi di Borbone-Parma.

Anche Vittorio Emanuele III è deceduto in Esilio, in Egitto: accanto alla sua tomba è sepolta anche la sua augusta consorte Elena; a questo Re, ancora oggi, è negato l’onore della sepoltura nel Pantheon di Roma, accanto alle tombe del nonno e del padre; sul suo lungo regno pesano, ancora, due grandi ed inestinguibili colpe.

Ma andiamo per ordine: quando il 28 giugno del 1914 le strade di Sarajevo, in tripudio per la visita dell’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando, fratello dell’imperatore fratello Giuseppe, si macchiarono del sangue dell’arciduca e della sua consorte, tutti ebbero chiara la tragedia che, da quell’evento, si sarebbe abbattuta sull’Europa; tragedia che coinvolse, anche, Stati e Nazioni extraeuropei; l’Austria inviò un ultimatum alla Serbia che era impossibile accettare, per cui la guerra fu inevitabile; infatti, il 1° agosto la Germania dichiarò guerra alla Russia; il 3 Agosto stessa dichiarazione fu inviata alla Francia; subito, l’Inghilterra, alleata della Francia, si schierò contro l’Austria, mentre il giorno prima, il 2 Agosto, il primo ministro italiano, Salandra, dichiarò la neutralità dell’Italia, con grande gioia dei socialisti e dei nostri concittadini fuorusciti da Trento e da Trieste, che temevano di vestire le uniformi austriache, vedendo così rafforzata la loro speranza di irredentisti di ricollegare le due città all’Italia.

Eppure, l’Italia aveva più volte rinnovata la Triplice alleanza con Berlino e Vienna: La dichiarazione di Salandra rassicurò la Francia che dirottò le sue divisioni, attestate a ridosso delle Alpi marittime, sul fronte della Marna per contenere l’offensiva tedesca. Intanto si era formata la Triplice Intesa tra la Francia, l’Inghilterra e la Russia e l’Italia rappresentava, con la sua posizione geografica, un elemento decisivo per la vittoria di una delle due coalizioni militari, ancorché poco determinante dal punto di vista bellico.

Cominciarono, allora, dall’una e dall’altra parte dei blocchi belligeranti, le offerte territoriali affinché l’Italia si schierasse con una delle parti in conflitto: mentre quelli della Triplice Intesa offrivano importanti annessioni come Trento e Trieste, oltre all’Albania, e solo per garantirsi la nostra neutralità, l’Austria, per bocca del suo ambasciatore in Italia, conte BULOW, nel ricordarci l’onore dell’impegno assunto nella Triplice Alleanza, garantiva cospicue acquisizioni territoriali.

Si sa che l’ingordigia diventa sempre più insaziabile quando si ha la convinzione della propria indispensabilità; ed allora le nostre richieste nei riguardi della Triplice Intesa, ma, soprattutto col governo di Londra, assunsero l’aspetto del ricatto e del più basso mercanteggiare: si arrivò a richiedere non solo il Trentino, compreso il Brennero, non solo Trieste e le Alpi Giulie, non solo l’Istria e la Dalmazia, ma anche l’Albania, il Dodecanneso e parte dei possedimenti coloniali tedeschi in Africa. Queste richieste furono accettate dall’Inghilterra e l’Italia s’impegnò, col Patto di Londra del 26 Aprile 1915, a dichiarare entro la fine di Maggio dello stesso anno la guerra all’Austria. Quando, al termine del conflitto 1915/18, ci sedemmo al tavolo della pace, a Versailles, quella ingordigia fu duramente punita proprio dall’Inghilterra, che ci negò, quasi del tutto, i danni di guerra da parte dell’Impero Austro-Ungarico, e ci ritrovammo a piangere morti, a lamentare le migliaia di feriti, una disoccupazione imponente, accresciuta dal rientro delle migliaia di reduci che alle sofferenze patite in tre anni di dura guerra dovettero aggiungere l’indifferenza del Re e dei suoi governanti: unico riconoscimento, per quanti avevano perso la vita in battaglia, fu il funereo effigiare tutte le piazze d’Italia con stele e monumenti, nel tentativo di eternare quegli sfortunati in una comune lapide corrosa dal tempo, ivi compresa la memoria.

Oggi, passando nei pressi dell’altare della Patria, in Roma, lo sguardo dell’ignaro turista o dell’immemore italiano si posa distrattamente sulla tomba dell’ “IGNOTO MILITI”.

Ovviamente, i cittadini erano all’oscuro di tutte queste manovre, organizzate dal Re, con l’assenso di Sonnino e Salandra, mentre lo stesso primo ministro italiano, Salandra, si affannava a rassicurare l’ambasciatore BULOW che l’Italia sarebbe stata fedele al trattato della Triplice Alleanza.

Fu un vero ambiguo e vile doppio gioco la cui trama è da addebitare al Re, a quel Re che era salito al trono assicurando la propria fedeltà alla Costituzione; fu, invece, un Re che operò un vero colpo di Stato perché esautorò il Parlamento, contrario, nella maggioranza all’intervento in guerra, si fece condizionare dalla piazza rissosa e vociante esaltata dalla retorica infuocata di D’annunzio e sovvertita dall’ex direttore de “l’AVANTI!” Benito Mussolini, dimessosi da quella nobile testata giornalistica per fondare quel POPOLO d’ITALIA, dalle cui colonne furono pubblicate le tristi leggi razziali, la soppressione della libertà di stampa, lo scioglimento dei partiti, l’abolizione delle libere elezioni politiche, il ripudio di una Costituzione appena liberale e la proclamazione dello Statuto dei Fasci e delle Corporazioni.

A Re Vittorio Emanuele III piacque, invece, la passione per la fotografia, per la numismatica e per la filatelia…

Il popolo italiano, ed in particolar modo le genti del Sud, hanno, invece, offerto, nell’infausta prima guerra mondiale, un tributo di sangue di oltre 500.000 morti sulle petraie del Carso o sulle balze dell’Adamello, per soddisfare la cupidigia di un Re arido e scostante, a cui fu gradito il titolo di Re d’Italia, imperatore d’Albania e di Eritrea . Alla follia di quella guerra si oppose solo la voce di un grande socialista: Filippo Turati. I trecento onorevoli giolittiani tacquero, incapaci di balbettare la loro silenziosa protesta, mentre il Sansepolcrista Benito Mussolini schiaffeggiava l’aula di Montecitorio degradandola ad “aula sorda e grigia e bivacco di manipoli! Ma già si delineava la strage di centinaia di militari e civili italiani durante la II guerra mondiale.

Di questo deve rendere ancora conto alla storia, e forse a se stesso, quel Re in sedicesimo che concluse il suo inglorioso regno con l’ignominiosa fuga a Brindisi, nel 1944, mentre la figlia Mafalda esalava la sua vita innocente nei fumi dei forni nazisti di Mathausen.

Giuseppe Chiaia (preside)

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