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re per caso


Fu il secondo monarca del costituito Regno d’Italia; e si trovò incoronato Re d’Italia il 9 gennaio del 1878 mentre il suo augusto genitore, Vittorio Emanuele II, moriva alla valida età di 58 anni, dopo appena 5 giorni di malattia dovuta ad una broncopolmonite, contratta, forse, per le furiose galoppate lungo il parco di Racconigi, onde raggiungere e trascorrere ore liete e serene con la bella e giunonica Rosina, dalla quale il focoso Re aveva avuto numerosa prole che amava molto di più che non quella legittima, anch’essa numerosa.

La madre di Umberto I era già defunta quando il futuro Re contava appena 11 anni per cui la sua vita di corte si svolgeva secondo quel rigido protocollo dei Savoia, capace di soffocare anche i reciproci affetti familiari.

Anche con le due sorelle (Clotilde e Maria Pia) e con i tre fratelli (Amedeo Oddone e Carlo Alberto) Umberto ebbe rapporti radi e formali, in quanto, quale primogenito destinato al trono, doveva mantenere quel distacco che si sarebbe accentuato, una volta Re.

Questo vivere monotono, fatto di orari da caserma, inaridito dalla rarefazione di rapporti col padre e con i fratelli, gli cucirono addosso un carattere freddo e militaresco, ed a ciò contribuì, forse anche la morte prematura della madre, continuamente ammalata e sfiancata dalle continue gravidanze; inoltre, la figura dominante del padre, forte di carattere, eroe della II guerra d’indipendenza, gli sopirono quegli ideali romantici del nonno Carlo Alberto, per cui il suo sogno di impavido condottiero di eserciti si svolse solamente nella battaglia di Custoza del 1866, svoltasi durante la III guerra d’indipendenza, dove, benché sconfitti, ci guadagnammo il Veneto: non a caso, alla morte di Vittorio Emanuele II, mentre tutta la stampa nostrana piangeva la dipartita del Re Galantuomo, solo i giornali austriaci ( ed era comprensibile ) stigmatizzarono, così, l’evento: “Qui giace un Re, che trasse vantaggio anche dalle sconfitte”.

Quell’unico episodio di guerra cui partecipò – già col grado di generale all’età di 22 anni ( era nato, infatti, nel 1844 ) – durò, appena, lo spazio di un’ora, ed è meglio noto come la battaglia del “quadrato di Villafranca”, allorquando Umberto, durante un’esplorazione, si trovò ad essere circondato da un reparto di cavalleria austriaca, dal quale riuscì a salvarsi grazie al coraggio che dimostrò in quella occasione ma, soprattutto per l’intervento dei suoi reparti: quello scontro gli valse una medaglia d’oro ed un’apoteosi osannante di poeti, giornalisti e storici, sempre pronti a spendere le loro penne per predestinati al potere; anche qualche artista del pennello, come il macchiaiolo Fattori immortalò la scena dopo la battaglia e ciò gli valse l’apprezzamento di Umberto che dimostrò, sempre, viva simpatia per i reduci di quello scontro.

Sentimentalmente ebbe una sola passione amorosa per la duchessa Eugenia Litta che lo sopravanzava di oltre sette anni; fu un rapporto che durò fino al regicidio, ma fu anche un amore che la duchessa aveva già condiviso con precedenti teste coronate, come Napoleone III e, addirittura, col focoso Vittorio Emanuele II.

Ma il trono non poteva restare senza eredi per cui fu premura di Vittorio Emanuele II e del ministro Menabrea procurare al giovane Umberto una giovane moglie di sangue reale; e la scelta cadde su Margherita, figlia orfana del fratello prediletto di Vittorio Emanuele II, il duca di Genova, e marito della bella Elisabetta di Sassonia.

I due si sposarono il 21 aprile del 1868, a Torino; Umberto, anche stavolta, obbedì alla ragion di Stato, cosciente che era suo dovere procreare un erede; ma Margherita non era il suo ideale di donna; anche sotto quest’aspetto si differenziava dal prolifico genitore; pur tuttavia, l’erede giunse, tra l’entusiasmo del nonno, della nobiltà, dell’Italia monarchica e delle numerose curie vescovili , e fu così che il futuro Vittorio Emanuele III, colpito da una forma precoce di rachitismo agli arti inferiori, diventava, con grande disappunto, il modello fisico dei giovani di leva la cui altezza iniziava dal metro e 51 cm.

Anche la futura regina Margherita, seppe recitare la sua parte di consorte regale, benché fosse a conoscenza della relazione del marito con la bella Eugenia Litta; ma a Margherita premeva un trono e non un marito, per cui sopportò l’infedeltà del marito fino a quando sorprese gli amanti in tenere effusioni per cui troncò ogni rapporto coniugale: in compenso, acquistò imperitura fama per l’ingegnosità di un pizzaiolo napoletano che pensò bene di simboleggiare nella mozzarella, nel basilico e nel pomodoro la bandiera italiana e la devozione alla Regina: era nata la Pizza Margherita.

A dirla con qualche testimone dell’epoca, Margherita non era quel fiore di avvenenza che poeti, pittori e il rotocalco più diffuso di quel tempo, La Tribuna Illustrata, ci hanno descritto e raffigurato; aveva bellissimi capelli biondi : e solo quelli. Per il resto, era corta di gambe, pelle eburnea, nessuna espressione sensuale: si comprende come la duchessa Eugenia Litta l’avesse vinta nei confronti della regale consorte; un po’, ma al contrario, come è successo al Principe di Gallese, Carlo d’Inghilterra che alla giovane e affascinante Diana preferì e continua a preferire la matura e cavallina Camilla Parker-Bolls…

C’è, in questi due simboli della regalità, un inconscio complesso edipico, acuito dalla mancanza di effusioni materne che, per Umberto, ebbe la sua causa interiore nella morte della madre quando egli aveva appena 11 anni; per il Principe Carlo, invece, un rapporto freddo e distaccato non solo con Elisabetta II, ma persino col padre, Principe Filippo, delle cui carezze è stato orfano fin dalla fanciullezza.

Il nostro Umberto, risolti i propri doveri coniugali non trovò di meglio che continuare la sua tresca, intramezzandola con altre scorribande “extra moenia”, mentre la frigida Margherita divenne il punto di riferimento di tutta la Corte che, nel frattempo, si era trasferita a Roma; e la bionda Regina trasformò la reggia romana in uno dei salotti più aristocratici ed esclusivi di tutta l’Europa:- Politici, ambasciatori, uomini di cultura, consideravano come un punto d’arrivo essere invitati a corte e, in special modo, al gran ballo che l’ultimo mercoledì di ogni mese si teneva al Quirinale.

E fu così che la Regina gestiva le pubbliche relazioni di Casa Savoia, mentre il baffuto Umberto, con i suoi capelli a spazzola trascorreva il proprio tempo tra banchetti, inaugurazioni, ricorrenze storiche, sostituendo il burbero genitore che alle pubbliche manifestazioni preferiva i casalinghi amplessi della bella Rosina, che sposò, una volta diventato vedovo, con il rito ” morganatico”, cioè con quel rituale matrimoniale in uso nell’alto medio evo in Germania che permetteva ad un nobile feudatario sposare una popolana, ma che negava, a quest’ultima, l’adozione, per sé e per i figli, dei titoli del marito, oltre che dei beni di quest’ultimo.

Questo era il personaggio che saliva al trono d’Italia la sera del 9 gennaio 1878 e che non ebbe mai il senso delle riforme sociali ed economiche, lasciando irrisolto il grande dramma che affligge ancora l’Italia dei nostri giorni : la Questione Meridionale; con l’aggravante di aver conferito una alta onorificenza a quel generale Bava-Beccaris che non trovò di meglio che falcidiare, con i cannoni puntati ad alzo zero, operai ed operaie che partecipavano ad uno sciopero generale indetto a Milano nei giorni 6 e 7 maggio del 1898, lasciando sul terreno oltre 80 morti e 600 feriti:. Quella tremenda repressione esasperò a tal punto l’opinione pubblica, per cui cadde il governo presieduto dal Rudinì, travolto anche dai sanguinosi rovesci militari in Africa orientale, col massacro sull’Amba Alagi di un reparto di soldati italiani al comando del maggiore Toselli, con la disfatta a Macallè del colonnello Galliani, con la sconfitta del generale Baratieri ad Adua; aggiungasi che nel giugno del 1894 scoppiò lo scandalo del fallimento della Banca Romana.

Tutti questi gravi avvenimenti non potevano non suscitare un diffuso malcontento popolare ed aizzare, conseguentemente, il cupo desiderio di vendetta degli anarchici; e la vendetta arrivò per mano del giovane Gaetano Bresci che fulminò Re Umberto I con tre colpi micidiali di revolver, in quel di Monza: era il 29 luglio del 1900.

Sul luogo del regicidio fu eretta una cappella, a memoria di quella tragedia e sulla cui cancellata qualcuno incise con un sasso, alcuni anni dopo, la seguente frase: “Monumento a Bresci”.

A tracciare quelle parole di fuoco fu l’antesignano di un’altra tragedia italica: Benito Mussolini.

Giuseppe Chiaia (preside)

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