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“Il mio unico grande affetto, fin da piccolo, è stato Gianni, il mio fratello maggiore. Anche i bambini ricchi possono essere soli e infelici.” Caro dottore, gentiluomo della vecchia guardia, rispettoso di regole di educazione ormai scomparse, ma forse un po’ attillate, come una giacca di un paio di taglie più piccole… Caro signore, che quando si è trattato di porsi al servizio della famiglia, sei sempre stato pronto a mettersi sugli attenti e a sapere fare un passo indietro (anche di fronte ad ingiustizie palesi), consapevole, con la dignità del “cadetto”, di essere il numero due, dopo l’avvocato… due fratelli uniti da un abisso. Caro Umberto, così all’antica da avere un rapporto con lui, così deferente da non chiamarlo mai per nome (“Una vecchia storia, lo chiamavo l’Avvocato e mi alzavo in piedi quando entrava. succede ancora adesso. Lo chiamo l’Avvocato come tutti, in famiglia. Anche se parlo di lui con mia moglie, non è Gianni, ma l’Avvocato. Ogni volta che è venuto a trovarmi, in casa mia o in ufficio, l’ho salutato alzandomi. Mi è sembrato normale, anche fra fratelli.”) Caro Presidente che hai accettato per amore il tuo posto di responsabilità a leader della vostra azienda e della vostra famiglia (“Quando mio fratello, sentendosi prossimo alla fine, mi chiese se sarei stato disponibile a sostituirlo alla Fiat, gli risposi “si, guarda, lo faccio!”. … PER CONTINUARE LA LETTURA, CLICCARE SUL TITOLO



…l’ho visto così contento, mi ha ringraziato in un modo talmente umano che non lo scorderò mai…), di te si pensava che avresti venduto tutto al miglior offerente; sei riuscito, invece, a dare un colpo di timone al modo di gestire le cose e ti sei mosso perché si potesse essere ancora una volta orgogliosi di appartenere all’azienda di famiglia, che poi ha rappresentato e continua a rappresentare, l’immagine di potere dell’Italia di fronte al mondo intero. Sei stato in grado di mostrare quel coraggio che se non ce l’hai, nessuno te lo può dare e, finalmente, hai spinto per avere, nei vari posti chiave, dei “car guys” (che amano il prodotto che creano), eliminando i tanti “bean counters” (che si limitano a far tornare i conti, senza passione alcuna per il proprio lavoro). Caro Umberto, signore dal sorriso triste, così assennato fin da giovanissimo (“Devo forse sciupare i miei anni migliori con ballerine e attrici? La sera, quando torno a casa, voglio trovare una moglie… e deve essere un tipo senza grilli per il capo!”), in te si rivedono tutti quelli che hanno apprezzato la tua metodica capacità di lavorare con dedizione e rispetto del prossimo; oggi si sa che, certe brutte malattie, sono anche il risultato di un sistema di vita un po’ troppo “costretto”; forse, con qualche etichetta in meno e qualche emozione “vera”, espressa in più, ci sarebbe ancora un padre affettuoso, un marito rispettoso, un uomo più gaio, un industriale “vero” in più, sotto questo sole che illumina un mondo sempre più avaro di gente capace. Peccato.

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