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La destra al potere.

Si dice che, anche a distanza di due generazioni, il carattere riemerga integro nei pronipoti; ed infatti, dopo la parentesi onorevolmente sfortunata di Carlo Alberto ed il “galantuomismo” di Vittorio Emanuele II, le speranze di Mazzini naufragarono miseramente di fronte alla strutturazione di una forma di Stato centralizzato e, ancor più, dispotico quando sul trono d’Italia si assise Umberto I, cui mancò la capacità di interpretare i fortunosi avvenimenti politici e militari che avevano determinato la nascita di un Italia integra nel territorio, libera nelle sue scelte politiche ed entusiasta di un futuro di progresso e benessere proclamato e santificato dai numerosi martiri risorgimentali.

La cruda disillusione cominciò a serpeggiare nelle regioni del mezzogiorno d’Italia quando ci si accorse che l’annessione al regno Piemontese altro non rappresentavano se non la passiva accettazione di una monarchia imposta con i Plebisciti (che quasi sempre sono l’antitesi di assemblee costituenti) caratterizzata da una benigna elargizione del Re ai suoi “sudditi”, dello Statuto Albertino, che negava ogni speranza di autonomie territoriali, che tradiva la visione federalistica del Cattaneo, che considerava la figura del Re, per prima, come espressione della Grazia di Dio e poi, graziosamente accettata dalla volontà della nazione:

chi non ricorda la formula che campeggiava su tutte le espressioni legislative dell’epoca “Vittorio Emanuele II, oppure, Umberto I, oppure, Vittorio Emanuele III,” per grazia di Dio e volontà della nazione, RE d’ITALIA?”.

Alla miseria dei contadini, alla mortalità infantile, alle epidemie malariche subite sotto la dinastia borbonica si aggiunse l’ultima beffa: la disillusione amara quando si capì che gli eventi risorgimentali erano serviti soltanto a sostituire un assolutismo con un altro, di stampo, forse, peggiore: nel “Gattopardo”, del grande scrittore siciliano Tomasi di Lampedusa, risuonano tristemente profetiche le parole del principe Salinas quando, rifiutando la nomina a senatore del Regno concessagli dal Re Vittorio, così si esprime: “bisognava cambiare tutto perché tutto avesse a restare come prima”.

Ma del re Umberto I ne parleremo con un ulteriore pubblicazione.

Anche la stessa situazione di scontro tra Chiesa e Stato, conclusasi con la farsa della presa di Porta Pia, introdusse, nella coscienza degli italiani, gravi motivi di turbamento circa la preminenza del potere religioso sull’ossequio primario al potere statuale; eppure, finché visse il Cavour, l’ideale di conciliare il principio della “libera Chiesa in libero Stato” sembrava realizzare il sogno dantesco espresso nel “De Monarchia” che rappresenta il più alto messaggio di convivenza sociale, che riconosceva alla Chiesa la cura spirituale ed alla monarchia la tutela e la garanzia del benessere e della libertà dei cittadini.

Ma, sfortunatamente, il Cavour moriva il 4 maggio 1861, forse per un attacco di malaria perniciosa; s’interrompeva, così, l’ambizioso programma del grande statista di porre mano ad una riforma profonda delle istituzioni e ad una ricostituzione di un tessuto sociale e politico lacerato da secoli di dominazioni straniere.

Né i cosiddetti moderati seppero organizzare la strutturazione di una società che si svegliava da secoli di letargo politico, proponendo nuove ideologie, saldando il loro ceto con quello dei pochi intellettuali, o con i piccoli borghesi o con gli artigiani.

La iattura più grande fu quella di non trovare un degno successore di Cavour, l’uomo politico di grande acume che aveva saputo tessere una serie di trame diplomatiche; qualcuno potrebbe obiettare che ci restava pure sempre la figura affascinante e romantica di un Garibaldi; ma i democratici dovettero constatare che l’uomo d’azione, in definitiva, non aveva alcuna dimestichezza politica e che, al di fuori di un campo di battaglia, da lui non ci si poteva aspettare null’altro se non uno squillo di tromba per chiamare a raccolta gli epigoni delle sue camicie rosse e tentare, ancora una volta la conquista di Roma, miseramente fallita con lo scontro di Aspromonte in Calabria e col rimediare una brutta ferita al malleolo.

Ma ci siamo dimenticati del Mazzini, personalità di grande ingegno ma di scarsissime qualità d’azione;

ne sono riprova i vari tentativi rivoluzionari da lui organizzati, a partire dall’infausta spedizione nella Savoia del 1834, alla disperata impresa dei fratelli Bandiera del 1844, conclusasi con la loro fucilazione insieme ad altri sei compagni, fra i quali si ricordano: Domenico Moro, Anacardi Nardi, nel vallone di Rovito, alle porte di Cosenza, per finire con l’ultimo tentativo di sollevare le popolazioni del Sud ad opera di Carlo Pisacane nel 1857, che trovò la morte proprio per mano dei contadini di Sapri, ai quali pensava di portare la libertà:

la bellissima poesia di Luigi Mercantini dal titolo La spigolatrice di Sapri ha eternato così quell’eroico sacrificio: “…eran trecento, eran giovani e forti e sono morti ! ………”

Ed al Cavour successe il barone Bettino Ricasoli, un burbero e scontroso latifondista toscano, pervaso da un’etica protestante tanto che i suoi contadini consumavano gli stessi pasti frugali del barone, mentre un’austerità cistercense scandiva il vivere di questo castellano dai natali antichissimi e nobilissimi, al punto che, con orgoglioso cipiglio, osava affermare che “quando i miei antenati combattevano sotto le mura di Gerusalemme, i Savoia pascolavano pecore”

Con Ricasoli la cosiddetta “Destra” veniva scelta a dirigere la politica nazionale, e subito si trovò a combattere una serie di gravi problemi, dal brigantaggio meridionale alla grave crisi economica che affliggerà drammaticamente i contadini del Sud, dallo scontro determinato dalla questione romana all’anatema di Pio IX contro il nuovo Regno che aveva osato, persino, di “sottrarre alle scuole ecclesiastiche l’esclusiva dell’istruzione pubblica” .

Un simile tracotante disprezzo del Papa verso la nuova Italia, oltre che il preannuncio dell’inevitabile perdita del potere temporale su tutto l’agro romano (per tutta una serie di preparativi che lo Stato italiano si apprestava ad attuare affinché Roma fosse la capitale d’Italia) era originato dalle decisioni del Concilio Vaticano I, conclusosi alla fine di settembre del 1870, che aveva sancito il dogma della “infallibilità del Papa” per cui anche il potere temporale ricadeva nella sacralità del dogma.

A tutti è noto che il 20 settembre del 1870 i bersaglieri del generale Raffaele Cadorna entravano in Roma dopo una breve scaramuccia con le truppe pontificie comandate dal generale Kranzler e che costò la vita a 40 bersaglieri e a 19 papalini.

Il tentativo di placare le ire del Papa, posto in essere con la legge detta “delle Guarentigie” che riconosceva al Pontefice, oltre che l’inviolabilità della persona, gli onori sovrani spettanti ad un capo di stato, e la presenza nella città leonina di un corpo armato, anche un appannaggio annuo della somma di tre milioni e 250 mila lire dell’epoca: Pio IX respinse, con sdegno, la normativa delle guarentigie, si atteggiò a perseguitato dallo Stato sabaudo e rifiutò l’appannaggio considerandolo alla stregua dei “trenta denari di Giuda”; ma, non solo; al fine di contrastare il processo di integrazione democratica tra i cittadini e lo Stato, proibì, con la bolla “non licet” la partecipazione dei cattolici ad ogni attività elettorale, determinando una situazione di grave contrapposizione tra gli stessi cattolici…

eppure, oggi, quel Papa gode della gloria degli altari.

Ritornando al barone Ricasoli, nonostante il suo carattere ombroso, dobbiamo rendere omaggio ad una delle coscienze più adamantine della storia politica dell’Italia; resta famoso l’episodio, allorquando, nel gennaio del 1861, svoltesi le elezioni del nuovo parlamento con la schiacciante vittoria del Cavour, il Re invece di affidare allo stesso Cavour la composizione del nuovo esecutivo, per una sorta di ripicca verso la giusta supponenza politica del fautore dell’indipendenza italiana, gli preferì il Ricasoli il quale, non solo rifiutò sdegnosamente l’incarico, ma, in piena assemblea parlamentare si alzò per pronunciare uno dei discorsi politici che, ancora oggi, dovrebbero rappresentare un modello di comportamento per quanti ambiscono alla suprema potestà legislativa:

infatti, dopo essersi inchinato al deputato Giuseppe Garibaldi, ricordando l’enorme debito della Patria per quanto eroe, si rivolse al Cavour esaltandone le grandi doti di statista riconoscendogli il merito di essere stato l’artefice politico dell’unità del Paese.

Fu allora che il Cavour, stringendogli commosso la mano esclamò: “se morissi domani, il mio successore è designato ” .

Mai profezia fu più azzeccata !

Giuseppe Chiaia (preside)

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