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Le ragioni – mai dette sinora – dell’opera del Cavour per la rinascita del Regno d’Italia.

Sarebbe oltremodo superfluo ripetere, in questa sede, l’attività politica di Camillo Benso conte di Cavour, circa il merito che, ancora oggi, gli spetta per aver contribuito a ridare agli Italiani sia l’unità territoriale, che una organizzazione statuale; oltre che radunare un popolo disperso tra una selva di dominazioni, ed a realizzare l’utopia del Machiavelli : l’Italia UNA.

E’ non è casuale richiamare il Machiavelli, perché l’azione del Cavour ha avuto certamente un input dal grande fiorentino, fondatore della scienza politica.

Se consideriamo la brillante idea del nostro geniale politico – allorché coinvolse positivamente il piccolo Regno piemontese nella guerra di Crimea, stipulando un’alleanza – che ha del fantastico – addirittura con due potenze del calibro della Francia e dell’Inghilterra – non possiamo non riconoscere al Cavour doti politiche che lo accomunano al gotha dei grandi della storia di tutti i tempi, a partire da Pericle per finire a Churchill, escludendo, ovviamente, quanti, nelle vicende dei popoli, si sono distinti per atrocità, vanagloria e pochezza d’ingegno.

Ed, a proposito della guerra di Crimea ( una striscia di terra ucraina tra il mar Nero ed il mar d’Azov), il Cavour si propose due finalità: partecipare ad una conferenza di pace, una volta conclusa la guerra a favore della coalizione europea (accorsa in aiuto dell’impero turco-ottomano contro la Russia zarista) e, di conseguenza, portare all’attenzione degli alleati la grave situazione politica italiana.

Ora bisogna domandarsi il perché Francia ed Inghilterra accettarono il piccolo contingente di bersaglieri Italiani che si coprirono di gloria nella pozzanghera del fiumiciattolo della Cernaja, sconfiggendo il contingente russo, nella fatidica battaglia del 16 agosto 1855.

Qui sta la lungimiranza del Cavour; infatti, egli aveva capito che l’offerta d‘aiuto, ancorché piccola, non poteva essere rifiutata dalle due potenze europee, in quanto si trattava di una guerra che andava combattuta in desolate ed inospitali plaghe, malvista dalle popolazioni francesi ed inglesi, ma i cui interessi economici e commerciali stavano però a cuore certamente più agli inglesi che non ai francesi, i quali, comunque, non vedevano di buon occhio, l’affacciarsi della Russia nel Mediterraneo.

Proprio questo particolare, ci convince come, ai nostri giorni, uno Stato musulmano come la Turchia sia ancora inserito nella NATO, essendo stato considerato come una prima barriera all’espansionismo sovietico fino al 1989, e salvaguardia contro l’Islam in genere, ai giorni nostri.

Ovviamente qualche decina di nostri soldati sacrificati sul fronte della guerra, ripagavano un’opportunità più unica che rara, perché consentì al Cavour di sedersi al Congresso di Parigi del 1856, come uno dei vincitori, pur non reclamando danni di guerra, se non la considerazione politica e solidale dell’Inghilterra e della Francia al problema italico; ma il Cavour aveva scandagliato a fondo lo spirito illuminato del primo ministro inglese dell’epoca: Henry John Temple Palmerston, del quale erano note le simpatie per i movimenti liberisti della Europa del tempo; lo stesso ragionamento del Cavour fu attuato da Benito Mussolini, allorché decise l’intervento dell’Italia a fianco della Germania di Hitler, attaccando proditoriamente la Grecia, all’inizio del 2° conflitto mondiale, quando disse ” con qualche decina di caduti in guerra, avrò l’opportunità di sedermi al tavolo della pace “: sappiamo tutti come, poi, però, andò a finire.

Incominciò quell’opera di raffinata diplomazia che sfocerà nell’alleanza con la Francia, sancita dai Patti di Plombiéres del 1858, quando Napoleone III assicurò al Cavour, a Vittorio Emanuele II ed agli italiani quell’aiuto necessario per battere l’Austria nella II guerra d’indipendenza e che ci assicurò la Lombardia.

Ma non bisogna vedere, nell’aiuto francese, una romantica disponibilità ad aiutare l’irredentismo italiano; in effetti, c’era una valutazione strategica ed economica: cioè, bisognava porre un freno all’espansionismo asburgico che turbava gli equilibri politici europei; ovviamente, i patti di Plombières ebbero anche il tacito assenso dell’Inghilterra che aveva tutto l’interesse a ridimensionare l’Austria, dimenticando, Francia ed Inghilterra – d’un colpo – le logoranti guerre antinapoleoniche ed il blocco continentale voluto da Napoleone Bonaparte; ma anche i francesi sorvolarono sull’oltraggio dell’esilio di Sant’Elena, per riunirsi, con gli Inglesi, appena dopo 40 anni sia nella guerra di Crimea, e sia nel determinare la fine del Regno delle due Sicilie, disinteressandosi dell’avventura garibaldina; infatti, finché convenne ai francesi, il Piemonte poté annettersi quasi tutta l’Italia, ad eccezione della Roma papalina e del Veneto; eppure, sarebbe bastato un piano militare ben congegnato per scacciare i Francesi da Roma; l’aspirazione a trasferire la Reggia dei Savoia da Torino a Firenze e da Firenze a Roma, poté avverarsi, invece, solo dopo la sconfitta di Napoleone III a Sedan, ad opera dei Prussiani.

Si legge in qualche storia romanzata che a decidere l’aiuto francese in favore del Piemonte furono due noti personaggi del bel mondo piemontese dell’epoca: l’ambasciatore Costantino Nigra e la contessa Virginia Oldoini Verasis Castiglione; il primo, facendo breccia nel cuore della bella moglie di Napoleone III, la Regina Eugenia; e la seconda, non disdegnando l’alcova del baffuto Napoleone III: ma, per la Patria, anche questi episodi, se sono veritieri, sono apprezzabili; e la cosa non fu certamente estranea al Cavour.

A tanta forza d’animo e d’intelletto mancò, però, l’apoteosi finale, perché, se al Cavour gli riuscì, di vedere proclamato il Regno d’Italia il 17 marzo del 1861, il destino lo sottrasse alle fortune d’Italia un tiepido mattino del 6 giugno del 1861, all’età di appena 51 anni: più di tutti, lo pianse Vittorio Emanuele II, l’altro artefice dell’unità d’Italia ( si suggerisce di leggere il capitolo su Vittorio Emanuele II sempre in questa sezione ).

In compenso, gli fu intitolato, nel 1866, il canale d’irrigazione che collegò il Po ed il Ticino, la cui costruzione iniziò il 1863, guarda caso, dopo l’annessione del Regno borbonico delle Due Sicilie, quando ancora le casse del tesoro del nuovo Regno, non avrebbero potuto sostenere, da sole, una spesa così ingente

Giuseppe Chiaia (preside)

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